4th Ignite Aquathlon Dubai powered by Kellogg’s: la mia prima gara di Aquathlon

4th Ignite Aquathlon Dubai powered by Kellogg's

Nella foto: la partenza.

Finita, sono sopravvisuto alla mia prima gara di Aquathlon, a Dubai.

Fino all’ultimo giorno valido per l’iscrizione, ero indeciso se iscrivermi alla categoria Lifeguard (800 metri nuoto + 5 km corsa) o alla Sprint (400 nuoto + 2 km corsa): non avendo bene in mente i parametri per il nuoto, ragionavo sulla corsa e in genere quando esco è per non meno di 10 km. Sebbene alla fine fossi stato cauto e mi fossi iscritto alla gara sprint, il primo pensiero dopo aver passato il traguardo è stato… “mai più”; poi subito corretto in “un’altra magari si, ma non subito”. Una fatica così non l’ho provata neanche durante le maratone, così come non sono mai finito così basso in classifica: uno degli ultimi ad uscire dall’acqua, recuperando poi un po’ di posizioni solo con la corsa. Ma ho finito, e questa è sicuramente la cosa principale.

Da maratoneta che aspira al triathlon, ho colto l’occasione di questa gara di Aquathlon a Dubai, per iniziare a prendere dimistichezza con le transizioni da uno sport all’altro e per testare in gara il costume da triathlon. Una gara di allenamento per me, mi sono detto dall’inizio, ma la tensione c’è sempre, soprattutto per la novità, per il non sapere esattamente cosa ti aspetta.

Una partenza veloce, dalla prima fila ed in linea coi primi per l’ingresso in acqua, e dopo 50 metri, prima ancora di arrivare alla prima boa, stavo stramazzando. Mi è sembrato di rivivere la prima mezza-maratona, a Milano, quando sono partito poco dietro i professionisti: 3 km al passo con la testa, e i restanti 18 km al recupero per mancanza di fiato e gambe di legno.. Contavo di finire in 1h:20′-1h:30′ e invece ho chiuso in 1h:45′. Lezione imparata.

Superata a fatica la prima boa, sono passato a nuotare a rana per recuperare, stile che ho portato fino alla fine, spesso con la testa fuori dall’acqua per prendere fiato, salvo pochi tratti in cui azzardavo uno stile crawl, per poi tornare subito alla “rana”; in vari momenti ho pensato che non ce l’avrei fatta, ma ho cercato di tenere duro. Vedere alcuni che si ritiravano, ma soprattutto vedere alcuni partecipanti dietro di me mi ha dato quel minimo di coraggio per puntare alla seconda boa (il tratto lungo della nuotata, parallelo alla spiaggia); anche lì in un paio di momenti ero vicino a mollare, e mi giravo a controllare se fossi l’ultimo. Non lo ero. E allora avanti. Perchè controllare se si ultimi? Difficile dare una risposta. Orgoglio probabilmente, solo per orgoglio; ma anche quello va bene quando devi tenere duro e andare avanti: uno si appella a qualsiasi cosa.

Superata con ancora più fatica anche la seconda boa, avendo ancora qualche partecipante dietro, mi ha fatto pensare “adesso arriva la corsa, il mio punto forte, dove riesco a recuperare un bel po’ di posizioni”. Ancora poche bracciate.. ed ecco che si tocca, inizio a camminare fino a fuori dall’acqua, pronto a partire per i 2 km. Una bazzecola per chi – come me – è abituato alla lunghe distanze, a correre 10 km a 40° a mezzogiorno. Esco dall’acqua, lancio gli occhialini alla mia compagna, che mi segue da bordo pista e parto…

Parto si fa per dire.. perchè le gambe sono di pietra. Altro che 2 km di volata. Anche la corsa, dopo 400 metri di nuoto, si rileva più difficile del previsto; ma oramai è solo questione di tempo per arrivare al traguardo, il difficile è passato. Inizio quindi a correre con un passo da “fine maratona” fino al primo check point (dopo circa 500 metri): due sorsi d’acqua da una bottiglietta passata dallo staff e il resto versato sulle gambe mi hanno fatto riprendere, ho iniziato ad allungare un po’ il passo ed effettivamente ho recuperato posizioni. Non tante, ma ne ho recuperate. Ma al di la’ delle posizioni, ho trovato il mio passo, seppur affaticato. E ho sentito infine il famoso beep che segnala la fine della gara: sono passato sotto la linea di traguardo.

Finire (senza infortunarsi) è il risultato più importante, soprattutto quando non si compete per vincere ma per restare in forma e quando si è abituati alle gare di resistenza. Ma in ogni caso arrivare tra gli ultimi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca, ed è stato doveroso fare un analisi del cosa fosse andato storto, per migliorare le prestazioni alla prossima gara.

Devo dire che se nell’ultima maratona tutto è stato calibrato alla perfezione: allenamenti, alimentazione pre-durante la gara, tempi di recupero, ecc… Qui tutto è andato storto.. colazione troppo pesante per una gara sprint o troppo tardi (e poco dopo l’ingresso in acqua dovevo fare i conti con lo stomaco che borbottava). Il taxi che non trovava la spiaggia, rischiando di farmi perdere la gara, mi ha fatto agitare. Arrivare tardi non mi ha consentito un adeguato riscaldamento. Ma il problema principale è stata la parte in acqua, come già prevedevo: poco allenamento e pochi parametri con cui confrontarmi. 400 metri in mare non sono da sottovalutare, specie quando si nuota contro corrente. L’allenamento da lifeguard, spesso prevede brevi-brevissimi tratti a velocità fulminanti, mentre 400 metri di fila già rappresentano una distanza che mette a dura prova la resistenza in acqua. Quando ho fatto l’esame di lifeguard, ho dovuto nuotare 750 metri di fila, ma in piscina e tutta un’altra storia. Obiettivo principale, oltre a migliorare la resistenza, è trovare il mio “passo” in acqua: partire lenti e arrivare a regime.

Prossima gara-obiettivo: 5th Ignite Aquathlon Dubai powered by Kellogg’s, categoria Lifeguard…

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