Il Burqa e altri abiti tradizionali per le donne arabe

Il burqa (in arabo: برقع, burqaʿ), burkha o burka (le differenze sono legate alle varianti della lingua araba, così come alla non precisione della traslitterazione dall’alfabeto arabo) è un capo d’abbigliamento tradizionale delle donne di alcuni paesi di religione islamica. Il termine individua due differenti vestiti: il primo vestito è un velo fissato al capo che copre l’intera testa, permettendo di vedere solamente attraverso una finestra all’altezza degli occhi e che lascia gli occhi stessi scoperti; talvolta la finestra scopre gli occhi e la bocca, che però rimane coperta da una sorta di mascherina che fissa il velo alla testa (bandari burqa – il Bandari è una regione del Sud dell’Iran).  L’altra forma, chiamata anche burqa completo o burqa afghano, è un abito, solitamente di colore blu o nero, che copre sia la testa sia il corpo. All’altezza degli occhi può anche essere posta una retina che permette di vedere parzialmente senza scoprire gli occhi della donna.

L’obbligo di indossare il burqa appare conseguenza di tradizioni locali, indipendenti dalle prescrizioni religiose dell’Islam; infatti nelle norme coraniche ci si limita ad imporre l’obbligatorietà del velo:

E dì alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne. E non battano i piedi, sì da mostrare gli ornamenti che celano. Tornate pentiti ad Allah tutti quanti, o credenti, affinché possiate prosperare.
(verso 31 della sura XXIV)

Il burqa è stato introdotto in Afghanistan all’inizio del 1900 durante il regno di Habibullah Kalakānī, che lo impose alle duecento donne del suo harem, per essere protette dagli sguardi del popolo quando esse si fossero trovate fuori dalla residenza reale. Divenne così un capo per le donne dei ceti superiori, quasi uno status symbol, che però dagli anni ’50 andava diffondenrosi anche ad altri ceti sociali.

Rischi per la salute: la mancanza di esposizione della pelle al sole (in particolare ai raggi UVB), può portare ad una carenza di vitamina D, con conseguente predisposizione a difficoltà nella mineralizzazione ossea, rachitismo nei bambini e l’osteomalacia negli adulti, e favorendo l’insorgenza dell’osteoporosi.

burqa-niqab-hijab-chador

Altro argomento legato all’utilizzo del burqa è di carattere socio-politico: dopo Francia, Belgio, Azerbaigian e Bosnia ed Erzegovina, l’Italia potrebbe aggiungersi all’elenco dei paesi in cui vige il divieto d’indossare il burqa o il niqab o qualsiasi indumento che non renda riconoscibile la persona in pubblico o in spazi aperti al pubblico. Diversi parlamentari hanno affermato che la legge è necessaria per motivi di pubblica sicurezza, mentre nel disegno di legge è citata come necessità anche quella di proteggere le donne dall’obbligo di indossare il burqa e il niqab, appellandosi ad una religione che in realtà non ne cita mai nemmeno il nome.

Il termine hijab (arabo: حِجَاب‎, ḥijâb) deriva dalla radice h-j-b, «nascondere allo sguardo, celare», e indica «qualsiasi velo posto davanti a un essere o a un oggetto per sottrarlo alla vista o isolarlo». Acquista quindi parimenti il senso di «tenda», «cortina», «schermo». Il campo semantico corrispondente a questa parola è dunque più ampio dell’equivalente italiano «velo», che serve per proteggere o per nascondere, ma che non separa. Questo termine indica l’insieme del niqāb (arabo: نقاب‎), il velo che copre il volto femminile, che copre la figura della donna lasciando scoperti solo gli occhi, formato da un fazzoletto di stoffa leggero e traspirante, e del pezzo di stoffa , che copre il capo, nascondendo i capelli e buona parte del busto. La copertura del viso “per non indurre in tentazione” è invece antica e presente nella tradizione araba preislamica e in quella islamica.

I musulmani che sostengono l’obbligatorietà di portare il velo, si richiamano a due passaggi coranici. Il primo è quello di Cor., XXXIII:59

« O Profeta! Dì alle tue spose e alle tue figlie e alle donne dei credenti che si ricoprano dei loro mantelli (jalābīb); questo sarà più atto a distinguerle dalle altre e a che non vengano offese. Ma Dio è indulgente clemente! »
e Cor., XXIV:31
« E di’ alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne. E non battano i piedi, sì da mostrare gli ornamenti che celano. Tornate pentiti ad Allah tutti quanti, o credenti, affinché possiate prosperare. »

La parola ḥijāb è usata sette volte nel Corano ma in nessun caso fa riferimento a un capo d’abbigliamento femminile, per ognuno dei quali è utilizzato un vocabolo specifico. Per contro, la parola ḥijāb ha il senso di «cortina, tenda» per indicare l’isolamento delle mogli di Maometto:

« E quando domandate un oggetto alle sue spose, domandatelo restando dietro una tenda [ḥijāb]: questo servirà meglio alla purità dei vostri e dei loro cuori.
sura XXXIII, 53;) »

Il chador o chadar (dal persiano چادر, ciâdar velo, mantello), è invece un indumento tradizionale iraniano simile ad una mantella e ad un foulard indossato dalle donne quando devono comparire in pubblico. Si tratta di una stoffa semi circolare che ricopre il capo e le spalle, ma che lascia scoperto il viso, tenuto chiuso sotto il mento ad incorniciare il volto; è uno dei possibili modi per seguire la legge islamica dell’hijab. Viene indossato anche in altre nazioni oltre all’Iran, specialmente nel Medio Oriente, e da chi segue la dottrina islamica secondo la pratica della purdah indipendentemente dalla nazionalità. Tradizionalmente i chador di colore chiaro o con delle stampe veniva indossato con un foulard (ruwsari), una blusa (piraahan) e una gonna (daaman) o una gonna sopra dei pantaloni (shalwaar).
Le donne iraniane non devono indossare obbligatoriamente il chador; alcune lo fanno, come dichiarazione del rispetto del hijab, altre per mostrare la loro associazione con il governo attuale.

Ricordiamo che è decisamente inappropriato (leggi: vietato) fotograre donne con il velo o il burqa senza previa autorizzazione della donna stessa (se da sola) o dell’uomo accompagnatore.

Il make up arabo-orientale è incentrato sulla necessità di valorizzare viso e occhi, in quanto il velo indossato dalle donne arabe, nasconde altre parti del corpo. Gli abiti più tradizionali (tipo il burqa) addirittura nascondono anche buona parte del viso, lasciando così scoperti solo gli occhi; ed è per questa ragione che il make-up deve valorizzarli il più possibile.

Le donne occidentali non sono obbligate a indossare il velo negli Emirati Arabi (mentre sono obbligate a coprire i capelli con un foulard a mo di chador in Iran) mentre sono tenute a indossare un abbigliamento consono alla cultura locale (evitando di andare in giro in luoghi pubblici con eccessive scollature, pantaloncini corti e tutto quanto faccia intravedere o metta in eccessiva evidenza le forme); nei luoghi pubblici già dal 2009 è stata lanciata una campagna che invita i visitatori a rispettare regole di abbigliamento consone agli Emirati Arabi, che per quanto punto di interscambio internazionale – restano un Paese con religione musulmana. Girando per i centri commerciali di Dubai, almeno fino ad un po’ di tempo fa, non era raro incontrare turisti in pantaloncini e canottiera: adesso queste persone potranno vedersi fermare dalla sicurezza per chiedere di coprirsi in maniera più adeguata o di allontanarsi, così come ricordato dai cartelli della campagna “anti-indecenza” dove si ricorda di indossare “Respectful Clothing“.

Assolutamente vietato invece il topless sulle spiagge (sia pubbliche che private), così come è inappropriato non indossare il reggiseno sotto gli abiti.

One thought on “Il Burqa e altri abiti tradizionali per le donne arabe

  • 7 Settembre 2018 at 00:49
    Permalink

    Un bel articolo !
    Mi sembra giusto rispettare le tradizioni e le abitudini dei paesi arabi e in generale dei paesi di religione islamica, come segno di rispetto per il paese ospitante. Ho notato che, sfortunatamente, ci sono poche persone che sono informate e capiscono il vero motivo per cui le donne musulmane vestono burqa o il niqab. Sono convinta che una donna che rispetta il proprio corpo non vede nulla di insolito negli abiti Arabi. Mi piacerebbe indossare il niqab. Se avrò l’occasione di visitare l’Egitto (il mio sogno nel cassetto segreto) ho deciso di vestire il niqab. Mi piace scoprire i costumi e le tradizioni dei paesi Orientali, specie quelli Arabi, li considero sani e di buonsenso (forse a causa del mio carattere riservato ho sempre sentito che il mondo Occidentale in cui sono nata, non mi appartiene).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *