Articles Comments

Dubai International Portal » INFO su DUBAI » Hajj 2009: inizia il pellegrinaggio verso La Mecca, uno dei cinque pilastri dell’Islam

Hajj 2009: inizia il pellegrinaggio verso La Mecca, uno dei cinque pilastri dell’Islam

Costa Concordia: news
News e Aggiornamenti sulla Costa Concordia
http://www.tobetravelagent.com/travel-tutorials/
Open the Sitemap
of Dubai International Portal
http://www.dubaiblog.it/sitemap.xml/

hajj-2009-pellegrinaggio-la-mecca-cinque-pilastri-islam

Domani ha inizio l’Hajj, o Pellegrinaggio alla Mecca, il quinto pilastro dell’Islam, un atto obbligatorio che però può essere compiuto solo a determinate condizioni. Ogni musulmano ha l’obbligo di recarsi alla Mecca almeno una volta nella vita se i suoi mezzi lo consentono.
Il pellegrinaggio si svolge tra l’ottavo e il tredicesimo giorno del mese di Dhu l-hijjah.

Le radici dell’Hajj risalgono al profeta Abramo; il pellegrinaggio a La Mecca riunisce milioni di musulmani di ogni razza e lingua in quella che è una delle piu’ coinvolgenti esperienze della vita umana. Da 14 secoli, innumerevoli milioni di musulmani, uomini e donne provenienti dai quattro angoli della Terra, compiono il pellegrinaggio alla Mecca, luogo di nascita dell’Islam. Nel fare cio’, essi obbediscono ad uno dei cinque pilastri dell’Islam, doveri religiosi dei credenti.

I Musulmani fanno risalire le origini del pellegrinaggio, così come esso è prescritto da Dio, al profeta Abramo, o Ibrahim, in arabo. Secondo il Corano, è stato Abramo che, insieme a suo figlio Ismaele, costruì la Kàaba, la “Casa di Dio”, punto focale verso cui i musulmani volgono il viso e la mente durante le cinque preghiere quotidiane. è da Abramo, inoltre, – noto anche con il nome di Khalil Allah, “l’amico di Dio” – che derivano i riti del pellegrinaggio, i quali ricordano le pratiche della sua vita, di quella di Agar e del loro figlio Ismaele.

Nella Sura intitolata “Il Pellegrinaggio”, il Corano stabilisce il comando divino di questa pratica e ne profetizza la permanenza:
“E quando assegnammo ad Abramo il posto della Casa, dicemmo: Non associate nulla a Me, e purificate la Mia casa per coloro che vi girano intorno e per quelli che stanno in piedi, si inginocchiano e si prostrano in preghiera. E proclama il Pellegrinaggio tra gli uomini: ed essi giungeranno a piedi o su cavalcature … ”

Nel periodo in cui il profeta Mohammad* ricevette la chiamata divina, comunque, molte pratiche pagane si erano sovrapposte al rito originario dell’hajj. Il profeta restauro’ e ridiede l’originale purezza religiosa al pellegrinaggio di Abramo.

Inoltre, lo stesso Mohammed istruì i credenti sui riti del pellegrinaggio in due modi: attraverso la sua pratica o approvando le pratiche dei suoi Compagni. Questo aggiunse complessità ai riti, ma fornì anche grande flessibilità alla pratica dell’hajj, e cio’ a maggiore beneficio dei pellegrini. è permesso, ad esempio, che vi siano variazioni nell’ordine in cui i riti vengono eseguiti, perchè lo stesso profeta approvo’ tale condotta. Dunque, i riti del pellegrinaggio sono elaborati, numerosi e vari; gli aspetti di alcuni di essi sono illustrati di seguito.

Il pellegrinaggio è un obbligo che incombe su ogni musulmano adulto, uomo o donna, una volta nella vita, purchè lo permettano la sua salute ed i mezzi finanziari. Non vi è obbligo per i bambini, anche se è permesso loro di accompagnare i genitori.

Prima di stabilire l’intenzione di compiere l’hajj, il pellegrino dovrebbe astenersi dal o riparare al male che puo’ aver commesso, pagare tutti i suoi debiti, possedere i mezzi per sè stesso e per il mantenimento della famiglia durante il periodo e prepararsi spiritualmente ad un periodo di grande dispendio di energie, fisiche e psicologiche.

Quando i pellegrini compiono il viaggio dell’hajj, seguono le orme di milioni di credenti prima di essi. Oggigiorno, centinaia di migliaia di credenti arrivano da 70 nazioni diverse in Arabia Saudita, in un viaggio che, per terra, mare o aria, è oggi incommensurabilmente piu’ breve che nel passato ma che, non per questo, è meno affascinante.

Fino al 19esimo secolo, arrivare alla Mecca significava essere aggregati ad una carovana. Vi erano tre principali carovane: quella egiziana, che si raggruppava al Cairo; quella irachena, a Bagdad; e quella siriana che, dopo il 1453, si raggruppava ad Istanbul e raccoglieva pellegrini lungo tutto il tragitto e si dirigeva a Mecca via Damasco.

Il pellegrinaggio durava mesi, se tutto andava bene. Le asperità del viaggio reclamavano molte vite umane e, non di rado, le strade di accesso alla Terra Santa erano soggette a razzie da parte di gruppi sbandati di predoni. Dunque, il ritorno del pellegrino in famiglia era occasione di gioiose celebrazioni e ringraziamenti da parte di tutta la comunità.
Attratti dal misticismo di Mecca e Medina, molti occidentali hanno visitato le due città sante, in cui convergono i pellegrini, già a partire dal 15esimo secolo. Alcuni, travestiti da pellegrini musulmani; altri, sinceramente convertiti, che adempivano al loro dovere religioso. Ma tutti genuinamente commossi dalla straordinaria esperienza. Molti sono i resoconti scritti sul fascino, al di là dell’aspetto puramente religioso, dei riti del pellegrinaggio: primo tra tutti il fantastico colpo d’occhio di centinaia di migliaia di pellegrini di diverse razze e nazionalità, ma perfettamente identici nell’abito della sacralizzazione.

Il pellegrinaggio ha luogo ogni anno, tra l’ottavo ed il tredicesimo giorno del Dhul Hijjah, il 12esimo mese del calendario lunare musulmano. Il primo rito consiste nell’indossare l’ihram.

L’ihram, indossato da tutti gli uomini, è un indumento bianco privo di cuciture fatto di due pezzi di stoffa: l’uno cinge i fianchi fino al polpaccio, l’altro copre una spalla, trasversalmente. Noi sappiamo che tale indumento fu indossato da Abramo e da Mohammad durante l’hajj. Le donne indossano un semplice abito bianco e coprono la testa, ma è vietato coprirsi il volto. La testa degli uomini, anche dei religiosi che usualmente la coprono, deve essere scoperta. L’ihram è simbolo di purezza e di rinuncia al male ed ai beni mondani ed indica l’uguaglianza di tutti gli uomini di fronte a Dio. Dal momento in cui indossa l’ihram, il fedele, uomo o donna che sia, entra in uno stato di sacralizzazione che rende illecita qualsiasi azione violenta, nei confronti di uomini, animali e persino insetti. Il pellegrino deve evitare pensieri cattivi, litigi e rapporti coniugali. Dal momento in cui inizia la sacralizzazione, il pellegrino non puo’ sbarbarsi, tagliarsi le unghie, indossare gioielli fino a quando i riti del pellegrinaggio non saranno conclusi.

Indossando l’ihram, il fedele pronuncia la prima invocazione dell’hajj, la Talbiah:

“Eccomi, mio Dio, al Tuo comando! Eccomi al Tuo comando! Tu sei Dio senza alcun congenere. Eccomi al Tuo comando! Tue sono le lodi, la grazia e la maestà. Tu sei Dio senza alcun congenere”.

Il potente, melodioso canto della talbiah risuona non soltanto a Mecca, ma in tutti i luoghi sacri collegati all’hajj.

Nel primo giorno dell’hajj, i pellegrini si spostano da Mecca a Mina, un piccolo villaggio disabitato ad est della città. Durante il tragitto, i pellegrini pregano e meditano. Nel secondo giorno, il nono del mese, lasciano Mina per ritrovarsi nella piana di ‘Arafa per il “wuquf”, il rito centrale dell’hajj. Riuniti lì, i pellegrini restano in piedi, e la loro immagine ricorda quella del giorno del Giudizio. Alcuni si riversano sul Monte della Misericordia, da cui il Profeta pronuncio’ l’ultimo, indimenticabile sermone “dell’addio”, in cui enunciava i pilastri della nuova religione. Sono queste le ore piu’ intense dell’intero pellegrinaggio, che il fedele dedica alla preghiera ed alle invocazioni. In questo luogo sacro, i pellegrini raggiungono il culmine della loro vita religiosa, sentendo come mai la presenza e la vicinanza di un Dio di misericordia.

La prima inglese ad eseguire il pellegrinaggio, Lady Evelyn Cobbold, descrisse l’esperienza di essere nella piana di ‘Arafa nel 1934: “Ci vorrebbe una penna magistrale per descrivere la scena, pregnante di intensità, di quella grande fetta di umanità di cui io rappresentavo un minuscolo frammento, completamente dimentica nel suo fervore religioso. Molti pellegrini avevano le gote rigate da lacrime; altri rivolgevano il volto al cielo stellato così tante volte testimone della stessa scena. Gli occhi splendenti, gli appelli appassionati, le mani in cerca di misericordia distese nella preghiera mi hanno commosso in un modo mai accaduto prima, ed io stessa mi sentivo spinta da un’ondata straordinaria di esaltazione spirituale. Ero una sola cosa con il resto dei pellegrini, in un sublime atto di completa resa alla Volontà Suprema che è l’Islam”.

Evelyn va oltre nel descrivere la vicinanza spirituale dei pellegrini al Profeta nella piana di ‘Arafa: ” … mentre stavo sul suolo di granito, mi sentivo su di un luogo sacro. Con gli occhi della mente vedevo il profeta rivolgere ai credenti le ultime raccomandazioni, oltre 13 secoli fa. Vedevo i tanti predicatori che avevano parlato alle moltitudini di ‘Arafa nel corso dei secoli, in quella che è la scena culminante del Pellegrinaggio Maggiore”.

Un detto del profeta afferma che lo stesso Mohammed imploro’ a Dio il perdono dei peccati dei credenti riuniti ad ‘Arafa, così tutti i pellegrini si preparano a lasciare con gioia la piana di ‘Arafa, sentendosi spiritualmente rinati. Dopo il tramonto, la massa di pellegrini procede verso Muzdalifah, una pianura a metà strada tra ‘Arafa e Mina. Qui dapprima pregano, poi raccolgono dei sassolini che useranno nei giorni successivi.

Prima dell’alba del terzo giorno, i fedeli si trasferiscono a Mina dove avviene la “lapidazione di Satana”, con il lancio dei sassolini verso una struttura in pietra bianca. Secondo la tradizione, questo rito affonda le sue radici nella storia di Abramo, ed i fedeli ricordano il tentativo di Satana di fare in modo che il grande profeta trasgredisse gli ordini divini.

Il lancio dei sassolini è simbolico del rifiuto del credente di essere tentato dal male e dai vizi, non una ma sette volte – e, chiaramente, il numero sette simbolizza l’infinito. Alla fine di questo rito, molti pellegrini sacrificano un montone o una pecora, la cui carne, ben chiusa in containers refrigerati, partirà alla volta dei paesi piu’ poveri del globo. Questo rito è associato all’obbedienza di Abramo, pronto a sacrificare il suo figlio per adempiere alla volontà del Creatore, e simboleggia la prontezza, da parte del musulmano, a separarsi dalle cose piu’ care se questo è voluto da Dio. Inoltre, ricorda ai fedeli la necessità di condividere i beni terreni con coloro che sono meno fortunati.

Terminata, a questo punto, gran parte del pellegrinaggio, i fedeli possono, se vogliono, liberarsi dell’ihram ed indossare gli abiti giornalieri per celebrare, con la festa del “Sacrificio” (‘aid al’Adha), il termine del mese del pellegrinaggio. Gli uomini possono radersi e tagliare i capelli, e le donne tagliano una ciocca simbolica, per marcare la loro parziale desacralizzazione. Cio’ è un simbolo di umilità. Tutte le proscrizioni, tranne quella relativa ai rapporti coniugali, possono essere alleggerite.

I pellegrini tornano a Mecca dove compiono un altro rito essenziale dell’hajj, vale a dire il “tawaf” la circumambulazione, per sette volte ed in senso anti-orario, della Kàaba, simbolo dell’unicità di Dio, e simboleggiante l’implicazione che tutte le attività umane devono avere come centro Dio.

Durante i giri, i fedeli possono toccare o baciare la Pietra Nera. La Pietra Nera (arabo: الحجر الأسود, al-ḥajar al-aswad) è un betilo nero, grande quasi come un pallone, incastonato a circa un metro e mezzo d’altezza nell’angolo est della Ka‘ba di Mecca.

mecca-black-stone-pietra-nera-hajj

Questa pietra ovoidale ha un posto speciale nel cuore dei musulmani, non come oggetto in sè (l’idolatria è estranea al culto islamico), ma poichè, secondo la tradizione, rappresenta l’ultimo frammento della costruzione originaria innalzata da Abramo ed Ismaele. Secondo la tradizione, il profeta Mohammed la bacio’, ecco perchè i fedeli desiderano imitare questa azione.

Nessuna azione devozionale è correlata alla pietra, nè essa è, o è mai stata, un oggetto da adorare. Il secondo Califfo, Omar, rese cio’ ben chiaro quando affermo’: So che essa non è altro che una pietra, incapace di fare del bene o del male. Ma ho visto il Messaggero di Dio tenerla tra le mani, e questo ricordo me la rende cara”.

La sacralità dell’oggetto non ha impedito che esso fosse oggetto di violenze fisiche e umane. La prima violenza si registrò in occasione dell’incendio, partito dalle file dei soldati di ʿAbd Allāh ibn al-Zubayr in occasione dell’assedio portato nel 683 d.C. contro la Città Santa di Mecca dalle truppe omayyadi di al-Ḥusayn ibn Numayr al-Sakūnī, generale del califfo ‘Abd al-Malik ibn Marwān. L’incendio spaccò col suo fortissimo calore la Pietra Nera in tre pezzi, che furono quindi tenuti assemblati da un apposito castone d’argento, tuttora visibile, che fa assumere alla Pietra Nera le sembianze della pupilla di un occhio.

L’altra violenza, assai più grave, subita dalla Pietra Nera fu la sottrazione operata con la forza ai suoi danni dagli ismailiti Carmati, che giudicavano la devozione riservatale una forma di inaccettabile e superstizioso culto per un oggetto, a detrimento del puro culto riservato al solo Dio.

In una sanguinosa incursione avvenuta nel 929 d.C., la Pietra Nera fu divelta dalla malta in cui era alloggiata e per 22 anni (caratterizzati da un fortissimo indebolimento dell’autorità califfale abbaside) essa rimase in mano ai Carmati del Bahrein e del tutto inutili furono i tentativi di recuperarla. La Pietra Nera fu restituita, in cambio d’un fortissimo riscatto, agli sciiti Buwayhidi, la cui “tutela” era costretto ad accettare il califfo sunnita di Baghdad.

Secondo i non-musulmani la Pietra Nera è forse un meteorite (questo giustificherebbe la convinzione degli Arabi musulmani che parlavano appunto di un oggetto “calato dal cielo”), ma nessuna analisi scientifica può essere condotta su di essa, a causa della categorica ostilità islamica a sottoporre a prosaici e terreni esami una materia d’origine sacra perché celeste.

Dopo aver completato il tawaf, i pellegrini pregano, preferibilmente alla stazione di Abramo, il sito in cui Abramo costruì, originariamente, la Kàaba. Qui essi bevono l’acqua della sorgente di Zamzam. Questo fa parte dell’ultimo rito del pellegrinaggio, il sày, o la “corsa”, ricordo di un memorabile episodio della vita di Hagar, madre di Ismaele.

Il sày ricorda l’affannosa e disperata corsa di Hagar tra le due rocciose colline di Safah e Marwa, alla ricerca di acqua per il piccolo Ismaele. Qui ella trovo’ la fonte di Zamzam, indicatale dal piccolo piede di suo figlio. Alla fine del sày, il pellegrino è completamente desacralizzato, e puo’ riprendere tutte le normali attività. Secondo il costume sociale di molti paesi islamici, ora il pellegrino puo’ fregiarsi del titolo di Hajj.

Prima o dopo la visita alla Mecca, nell’umra (pellegrinaggio minore, o visita, che puo’ essere fatta in ogni periodo dell’anno) e nel pellegrinaggio maggiore, il pellegrino ha l’opportunità di visitare Medina, la seconda città santa nell’Islam. Qui è sepolto il profeta, nella moschea dalla cupola verde che domina la piccola città, in una semplicissima tomba. La visita a Medina ed alla tomba del profeta non è obbligatoria, e non fa parte dei riti del pellegrinaggio nè dell’umra, ma la città, che accolse Mohammed quando egli vi immigro’ dalla Mecca, è ricca di commoventi ricordi e di siti storici evocativi della vita e dell’attività del profeta in quella che fu la prima comunità islamica della storia.

(Fonte: Wikipedia & Arabcomint.com)

Filed under: INFO su DUBAI · Tags: , , ,

One Response to "Hajj 2009: inizia il pellegrinaggio verso La Mecca, uno dei cinque pilastri dell’Islam"

  1. [...] Hajj 2009: inizia il pellegrinaggio verso La Mecca, uno dei cinque… [...]

Lascia un Commento

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>