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Dalle Mille e una Notte: il Quarto Viaggio di Sinbad il marinaio

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Sappiate, fratelli miei, che dopo qualche tempo che vivevo in pace e sereno godendomi l’agiatezza fui visitato da una compagnia di mercanti, i quali s’intrattennero con me parlando di viaggi e di traffici. Allora il vecchio demone ch’era dentro di me cominciò ad agitarsi ed io tornai a desiderare di conoscere paesi stranieri, di commerciare e far quattrini. Decisi allora di unirmi alla compagnia di quelle persone e, dopo aver comprato quanto poteva occorrere per un lungo viaggio, nonché grandi scorte dì merci preziose, mi recai a Bassora, dove m’imbarcai su una nave con quei mercanti che erano fra i maggiori della città.

Confidando nell’aiuto di Allah Onnipotente, col favore dei venti propizi e di un mare tranquillo, navigammo nelle migliori condizioni da un’isola all’altra e da un mare all’altro, fino a che un giorno si levò un forte vento contrario che costrinse il capitano a gettare le ancore e a mettere la nave in panna per timore che potesse affondare in mezzo all’oceano. Noi tutti allora ci gettammo a terra e cominciammo a pregare Allah l’Onnipotente, e mentre eravamo così occupati arrivò un colpo di vento più forte degli altri, che stracciò le vele in mille pezzi, ruppe la gomena dell’ancora e la nave affondò con tutto il suo carico, mentre noi ci trovavamo in balia delle onde. Come Dio volle, a un certo momento riuscii ad afferrare una tavola e insieme con me altri naufraghi e cominciammo a sbattere i piedi nell’acqua usandoli a mo’ di remi. Poi la tempesta si placò e noi vagammo sul mare immenso per tutto quel giorno e per la notte seguente. Al mattino i venti cominciarono.di nuovo a soffiare e le onde a ingrossarsi, sì che alla fine fummo gettati sfiniti ed affamati su un’isola. Ci mettemmo a camminare lungo la spiaggia e trovammo grande abbondanza di erbe, e, in mancanza di meglio, le mangiammo per poterci ristorare e per tenerci in piedi. Dopo aver molto errato su quell’isola, scorgemmo in lontananza una casa. Ci avvicinammo ed ecco che dalla casa uscirono degli uomini nudi i quali, senza nemmeno salutarci e senza dire una parola, ci presero e ci portarono dal loro re. Questi, a cenni ci ordinò di sedere, quindi ci fece mettere davanti dei cibi che non avevamo mai visto in vita nostra. I miei compagni, spinti dalla fame, ne mangiarono ma io, sentendomi rivoltare lo stomaco, non volli toccarli, e fu questa una grazia d’Allah, perché dal fatto di non aver toccato quei cibi dipese la salvezza della mia vita. Infatti i miei compagni, non appena ebbero assaggiato quelle vivande, smarrirono la ragione, si comportarono come tanti stralunati e cominciarono a divorare il cibo come uomini posseduti da uno spirito maligno. Poi quei selvaggi diedero da bere ai miei compagni olio di noce di cocco e con lo stesso olio li unsero su tutto il corpo. E non appena i miei compagni ebbero bevuto di quell’olio strabuzzarono gli occhi e ricominciarono a mangiare come forsennati anche se non ne avevano voglia.

Quando vidi ciò rimasi perplesso e mi preoccupai per i miei compagni; ma mi preoccupai anche per me stesso, a causa di quegli uomini nudi. Così mi misi ad osservarli attentamente e non mi ci volle molto per scoprire che si trattava di una tribù di maghi cannibali, il cui re era un orco. Tutti quelli che avevano la sventura di capitare nel loro paese, essi li acchiappavano e li portavano dal loro re, poi li nutrivano con quei cibi e li ungevano con quell’olio cosi che il loro ventre si dilatava smisuratamente e gli infelici cominciavano a mangiare senza posa e a causa di ciò perdevano la ragione e diventavano come idioti. Allora quei selvaggi ingozzavano i poveretti con quei cibi e con l’olio di cocco fino a che non erano diventati ben grassi, quindi li, sgozzavano e li arrostivano dandoli da mangiare al loro re. Gli altri, voglio dire gli altri selvaggi, si contentavano di mangiare la carne umana cruda. Quando ebbi fatto questa scoperta, mi sentii pieno di tristezza e di timore per la mia sorte e per quella dei miei compagni, tanto più in quanto vedevo, che la loro ragione vacillava e li abbandonava a mano a mano che essi ingrassavano, al punto che a forza di mangiare si abbrutirono completamente; e allora i selvaggi li affidarono a una specie di pastore, che ogni giorno li portava nei prati dove essi pascolavano come bestie. Quanto a me, mentre i miei compagni ingrassavano, io ero dimagrito per la fame e per la paura, la carne mi si era seccata sulle ossa ed ero diventato simile ad uno scheletro. Così nessuno si curò più di me e alla fine mi dimenticarono completamente. Approfittai quindi del fatto che nessuno mi prestava più attenzione e un giorno mi decisi a fuggire, poiché la vista dei miei compagni, diventati mentecatti e grassi come porci, mi era insostenibile. Camminai giorni e giorni nutrendomi di qualche erba che trovavo, fino, a che una mattina giunsi in vista di un gruppo di persone intente a raccogliere grani di pepe. Non appena costoro mi videro, mi si fecero incontro e mi chiesero chi fossi. ” Sappiate, brava gente, ” risposi io, ” che sono un povero straniero. ” E raccontai loro la brutta avventura vissuta presso quei selvaggi. Allora costoro fecero le più grandi meraviglie e mi dissero: ” Per Allah, quello che tu dici è meraviglioso! Ma come hai fatto a sfuggire a quei cannibali che infestano l’isola e divorano tutti quelli che cadono in loro potere? ” Quando ebbi finito di raccontare loro tutti i particolari della mia avventura, essi. mi rifocillarono con buoni cibi, mi fecero riposare, quindi scendemmo sulla riva del mare, c’imbarcammo su una nave che era colà in attesa e arrivammo alla loro isola, dove mi condussero immediatamente dal loro sovrano. Questi mi accolse con molto onore, rispose affabilmente al mio saluto e volle sapere ogni particolare della mia avventura. Quando lo ebbi informato di tutto quello che mi era successo fin dal giorno in cui avevo lasciato Baghdad, egli espresse grande meraviglia per tante vicissitudini, poi ordinò che mi si portasse cibo a sufficienza ed abiti ed ogni cosa di cui potessi aver bisogno. Così mi rallegrai per la mia buona sorte e ringraziai la clemenza dell’Onnipotente. Poi cominciai ad andare in giro per la città, che trovai ricca e prospera, piena di mercanzie e di mercati dove si comprava e si vendeva. Trascorsi in tal modo qualche tempo fra la gente di quella città, amato e stimato da tutti, al punto da diventare uno degli uomini più onorati di quel regno. Ora, mentre trascorrevo così i miei giorni, notai che la maggior parte della gente di quel posto cavalcava bellissimi destrieri, ma li cavalcava a pelo e senza sella. Allora, meravigliato, chiesi al re: ” Perché, signor mio, non cavalchi con una sella? E più comoda e dà maggior forza al cavaliere. ” E il re mi disse: ” Una sella? E che cosa è mai? Io non l’ho mai vista in vita mia né l’ho mai usata per cavalcare. ” Allora io gli dissi: ” Se tu permetti, signore, io ti costruirò una sella, e tu potrai constatare quanto è più comodo ed agevole cavalcare con essa. ” ” Fa’ pure, ” mi disse il sovrano. Allora io gli chiesi di farmi dare del legno, del cuoio e della lana, poi cercai un abile carpentiere e gli ordinai di prepararmi con quel legno un arcione dopo avergliene fatto il disegno. Poi mi feci portare la lana, la cardai e ne feci un bel feltro di sottosella; poi, quando l’arcione fu pronto, vi adattai sotto il feltro e con il cuoio feci dei bei quartieri, delle cinghie e degli staffili. Alla fine chiamai un fabbro ferraio e mi feci fare due belle staffe. Quando tutto fu pronto, mi recai nelle stalle del re, scelsi il miglior cavallo e gli posi addosso la sella, quindi mi recai dal sovrano, il quale mi ringraziò, montò a cavallo e rimase assai contento di quella sella, sì che mi compensò generosamente per il lavoro che avevo fatto. Quando il visir di quel re vide la sella, mi chiese di fame una anche per lui. Poi, a mano a mano, tutti i grandi del regno, e gli ufficiali, e infine anche la gente comune vennero a chiedermi di fabbricar loro delle selle. Così:, con l’aiuto del carpentiere e del fabbro, mi dedicai a questa industria e in breve, tempo ammassai una considerevole fortuna, il che aumentò grandemente la stima da cui ero circondato e m’innalzò nel favore del re. Ora avvenne che un giorno questo re mi mandò a chiamare e mi disse: ” Tu ormai vivi presso di noi e sei diventato come uno di noi, e ci sei caro come un fratello. Ed è tanto l’affetto e la considerazione che abbiamo per te che non sopporteremmo di vederti partire; però io voglio da te una cosa alla quale dovrai ubbidire senza contraddirmi. ” lo risposi:’” 0 re, che cosa vuoi da me? Chiedilo, e ti assicuro che io non ti contraddirò in nulla, perché tale è il debito di riconoscenza che ho verso di te che io sono diventato come un tuo servo. ” Egli disse: ” Ho pensato di sposarti ad una donna che è giovane, bella, intelligente come nessun’altra, ed è tanto ricca quanto è bella; voglio che tu la sposi e prendi così stabile domicilio presso di noi, ed anzi voglio che tu vada ad abitare in uno dei miei palazzi. Perciò ti prego di non contraddirmi in questo mio desiderio. ” Quando ebbi udito queste parole, rimasi vergognoso e confuso per tanta generosità e non seppi fare altro che inginocchiarmi e baciare la terra davanti a lui. Allora il re, senza porre indugio, chiamò il cadì e i testimoni e volle che fosse steso il mio contratto di nozze con una fanciulla appartenente a una famiglia fra le più nobili del reame; e costei era non solo di meravigliosa bellezza e di alto lignaggio, ma padrona anche di poderi e immobili. Poi il re mi regalò una grande e bella casa con schiavi e servi e mi assegnò un ricco appannaggio. Così io mi reputai il più fortunato degli uomini, anche perché, dopo aver conosciuto mia moglie, l’amai col più tenero amore e fui da essa ricambiato. E cominciammo a trascorrere i nostri giorni fra ogni agio e felicità. Ed io andavo spesso dicendomi: ” Se mai tornerò in patria, la porterò con me. ” Ma quello che il destino riserva all’uomo è ineluttabile, e nessuno sa ciò che gli può accadere.

Mentre i miei giorni trascorrevano così sereni e lieti, Allah Onnipotente decretò la morte della moglie di un mio vicino. Poiché questi era un mio amico, io mi recai a casa sua e lo trovai abbattuto e depresso; dopo avergli fatto le mie condoglianze, cercai di consolarlo dicendogli: ” Non affliggerti per colei che è nella grazia di Allah; sicuramente Iddio ti darà una moglie migliore,in cambio di questa, e, se Allah vuole, il tuo nome continuerà ad essere onorato finché tu vivrai, lungamente, su questa terra! ” Ma a queste parole il vicino si mise a piangere ancor più amaramente e mi rispose: ” Amico mio, come posso sposare un’altra donna, e come può Allah darmi una moglie migliore di quella che ho avuto se mi resta appena un giorno da vivere? ” ” Fratello mio, ” gli dissi, ” ritorna in te e smettila di preannunciare la tua morte, perché tu sei sano e stai in ottima salute. ” ” Amico mio, ” continuò quello, ” ti giuro che domani io morirò e tu mi rivedrai solo nel giorno della resurrezione. ” Allora io gli dissi: ” Ma si può sapere di che cosa stai parlando? ” E quello mi rispose: ” Oggi stesso seppelliranno mia moglie e seppelliranno anche me insieme con lei, perché è usanza di questo paese seppellire vivo il marito con la moglie se questa muore prima, e lo stesso fanno con la moglie nel caso che a morire prima sia il marito; e ciò si fa affinché nessuno possa godersi la vita dopo la morte del suo compagno. ” ” Per Allah, ” esclamai io, ” questa è una usanza fra le più barbare e insopportabili che abbia mai conosciuto! ”

Mentre così discorrevamo, ecco che arrivò una gran folla di gente e tutti cominciarono a condolersi con il mio amico per la moglie e per lui stesso. Poi misero la moglie in una bara e la portarono, insieme con il marito, fuori della città, fino a che giunsero in un luogo dove era l’imboccatura di una profonda caverna, chiusa con un grosso macigno. Tolsero il macigno dalla bocca della caverna e gettarono di sotto la bara con la defunta; poi legarono una corda, fatta con fibre di palma, alle ascelle del mio amico e lo calarono in fondo alla caverna, e quando questi fu giunto sul fondo si sciolse da sé la corda e quelli la ritirarono. Infine gli calarono giù una giara d’acqua e un po’ di cibo a mo’ di viatico. Poi chiusero la bocca della caverna con il macigno e tornarono in città lasciando il mio amico con la moglie morta.

Quando vidi ciò mi dissi: ” Per Allah, questa usanza è peggiore della morte che manda Iddio! ” Così mi recai subito dal re e gli dissi: ” Signore, perché seppellite insieme il vivo e il morto? ” Ed egli mi rispose: ” E questa una usanza che vige fra noi da tempo immemorabile. Così hanno sempre fatto i nostri antenati! ” Allora io gli chiesi: ” Dimmi una cosa, o re del nostro tempo. Se la moglie di uno straniero muore fra voi, seppellite vivo anche lo straniero? ” E il re mi rispose: ” Senza alcun dubbio; chiunque si trovi sulle nostre terre, deve sottostare alle nostre usanze. ” Quando ebbi udito queste parole, la vescica del fiele fu lì per scoppiarmi dalla preoccupazione e dalla tristezza. Mi sentii pieno di angoscia, al punto da perdere quasi la ragione, e cominciai a temere che mia moglie morisse prima di me e mi seppellissero vivo. Tuttavia. dopo un po’ di tempo ripresi animo consolandomi col pensiero che forse sarei morto prima io, dal momento che nessuno sa chi dovrà morire per primo. Infine, le occupazioni della vita di ogni giorno mi distrassero e non pensai più a questa faccenda.

Tuttavia non trascorse molto tempo e un giorno mia moglie si ammalò e dopo qualche poco morì. Allora il re e quasi tutti gli abitanti di quella città vennero a casa mia a condolersi con me e con la famiglia di mia moglie e molti cercarono di consolarmi per la sorte che mi attendeva. Poi vennero le donne che lavano i cadaveri e lavarono ed abbigliarono mia moglie e le misero indosso le vesti e i gioielli più preziosi, quindi la deposero nella bara e la portarono nel luogo che ho detto, dove scoprirono l’imboccatura della caverna. Quando ebbero buttato la bara in fondo alla caverna, i parenti di mia moglie e i miei amici mi si fecero intorno cercando di consolarmi per la mia morte. Ma io continuavo a gridare: ” Nel nome di Allah Onnipotente, come è possibile che sia sancito dalle leggi seppellire il vivo con il morto? Io sono straniero, non sono del vostro paese, e non posso sottostare alle vostre usanze. Se avessi saputo questa cosa, non mi sarei sposato con una delle vostre donne! ” Ma quelli non prestarono attenzione alle mie parole. Mi presero, mi legarono una fune sotto le ascelle e mi calarono in fondo alla grotta, insieme con un’anfora d’acqua e un po’ di cibo, secondo l’usanza. Quando ebbi toccato il fondo, dall’alto mi dissero di sciogliere la fune, ma io mi rifiutai di farlo, e allora quelli gettarono di sotto l’altro capo della fune, poi chiusero l’imboccatura della caverna e se ne andarono per i fatti loro.

lo mi guardai intorno e vidi che mi trovavo in un’ampia caverna, piena di scheletri e di cadaveri che esalavano un puzzo ammorbante mentre l’aria risuonava dei gemiti dei moribondi. Allora non potei fare altro che biasimarmi per quello che avevo fatto dicendo: “,Per Allah, io merito tutto ciò che mi è capitato e ciò che mi capiterà! Quale maledizione mi ha indotto a prendere moglie in questa città? Non vi è forza né potenza se non in Allah, il Glorioso, il Grande! Come ho detto tante volte, sono sfuggito da un pericolo per cadere in un pericolo peggiore. Per Allah, questa è davvero una morte abominevole! Volesse il cielo ch’io potessi morire una morte onorevole, degna di un uomo e di un musulmano. Sarebbe stato meglio se fossi morto in mare o perito fra le montagne! Meglio assai sarebbe stato che non finire in un modo così miserando! ” E continuai a gemere e a lamentarmi per la mia sorte, poi mi gettai a terra, sulle ossa dei morti, implorando l’aiuto di Allah, fino a che i morsi della fame non mi attanagliarono lo stomaco e la sete mi bruciò la gola. Allora mi alzai e a tastoni cercai il pane e ne presi un morso; poi bevvi una sorsata d’acqua. Il giorno dopo cominciai ad esplorare quella caverna e vidi che si estendeva in ogni direzione con una grande quantità di cunicoli e che dovunque era cosparsa di ossa di morti o di corpi in putrefazione. Alla fine trovai una nicchia. nella quale mi rifugiai, un po’ lontano dai cadaveri che erano stati gettati più recenti.

Rimasi cosi parecchi giorni, fino a che le mie provviste cominciarono a scarseggiare. Eppure mangiavo solo una volta al giorno e talvolta anche ogni due giorni e bevevo il meno possibile, per paura che l’acqua e il cibo mi venissero meno prima ch’io morissi. Un giorno, che me ne stavo così a riflettere sui miei tristi casi e a chiedermi come avrei fatto quando il pane e l’acqua mi fossero venuti meno, ecco che il macigno che copriva l’imboccatura della caverna venne rimosso e la luce piovve su di me. Allora mi dissi: ” Che cosa sarà mai? Forse hanno portato un altro cadavere. ” E di fatti vidi che di lì a poco calarono giù un uomo morto, e poi una donna viva, la quale piangeva e si lamentava; e calarono giù anche una provvista, più abbondante; del solito, di pane e di acqua. La donna non mi vide e quelli di sopra chiusero l’apertura della grotta e se ne andarono. Allora, impugnata a mo’ di mazza la tibia d’un morto, mi avvicinai di soppiatto alla donna e la colpii sul capo. Quella gettò appena un breve grido e cadde svenuta; la colpii una seconda e una terza volta fino a che morì; allora m’impadronii del suo pane e della sua acqua e frugandole addosso mi accorsi che era carica di gioielli e di monili d’oro, perché era abitudine di quella gente seppellire le donne con tutte le loro gioie. Portai i viveri nel mio cantuccio e mi cibai con quelli prendendone solo quel tanto che era necessario per mantenermi in vita, perché temevo che se fossero finiti troppo presto sarei morto di fame e di sete. Tuttavia non persi mai la fiducia nell’Onnipotente Allah. Rimasi così in quella caverna per molto tempo, uccidendo tutti gli esseri viventi che vi venivano calati e nutrendomi con le loro provviste, fino a che un giorno, mentre dormivo, fui svegliato da uno strano rumore, come di qualcuno che frugasse fra i cadaveri in un angolo della caverna. ” Che cosa sarà mai? ” mi dissi. Balzai in piedi e, afferrata la tibia, mi avvicinai al punto da cui veniva il rumore. Non appena la creatura che aveva provocato quel rumore si accorse di me, fuggì via verso la parte interna della grotta, e allora capii che si trattava di un animale selvatico. Mi inoltrai anch’io verso l’estremità dell’antro, fino a che vidi lontano un punto luminoso, non più grande di una stella, che appariva e spariva. Continuai a camminare e, a mano a mano che avanzavo, il punto diventava sempre più grande e più luminoso, fino a che fui sicuro che si trattava di un’apertura nella roccia che conduceva all’aperto; allora mi dissi: ” Senza dubbio ci deve essere una ragione per questa apertura:, o è la bocca di una seconda caverna, simile a quella nella quale sono stato calato, oppure è una fessura naturale della roccia,” Quando arrivai al punto da cui proveniva la luce mi accorsi che si trattava di una breccia nel fianco della montagna, che gli animali selvatici avevano allargato scavando in modo da potere entrare e uscire liberamente e divorare i cadaveri. Quando vidi tutto questo, l’animo mio si rallegrò, mi tornò la speranza e fui certo di poter sopravvivere. Così, come in sogno, allargai quella breccia in modo da poterci passare e uscii all’aperto, trovandomi sul pendio di un’alta montagna che guardava il mare e che da quella parte impediva ogni accesso all’isola, così che da quel punto della costa era impossibile raggiungere la città.

Lodai Iddio e lo ringraziai rallegrandomi immensamente per la mia salvezza. Poi, attraverso quel buco, ritornai nella grotta e portai fuori tutte le provviste che avevo messo da parte e presi anche alcuni vestiti dei morti; dopo di che raccolsi le collane di perle, e i gioielli e i monili d’oro e d’argento e ogni altro ornamento di valore che potei – trovare sui cadaveri; usai le vesti dei cadaveri per fare dei fagotti e portai tutta questa roba fuori, sul fianco della montagna, davanti al mare, dove mi stabilii alla bell’e meglio intendendo aspettare colà fino a quando l’Onnipotente si fosse degnato inviarmi un aiuto sotto forma di una nave di passaggio. Ogni giorno tornavo nella caverna. e quando trovavo degli esseri viventi seppelliti vivi colà, li uccidevo, uomini o donne che fossero, mi impadronivo del loro cibo e dei loro gioielli, che trasportavo nel mio covo a picco sul mare.

Rimasi in quel posto parecchio tempo, continuando sempre a riflettere sui miei casi, fino a che un giorno vidi in mezzo al mare una nave di passaggio. Presi allora un pezzo di stoffa bianca che avevo con me, la legai a un bastone e mi misi a correre su e giù facendo dei segnali e gridando, fino a che l’equipaggio della nave, udendo le mie grida, mi scorse e mandò a terra una barca a prendermi. Quando la barca fu vicina alla riva, i marinai mi chiamarono dicendo: ” Chi sei tu, e come mai sei arrivato su questa montagna dove in vita nostra non abbiamo mai visto alcuno? ” lo risposi: ” Sono un onesto mercante che ha fatto naufragio, ma mi sono salvato e ho salvato con me una parte dei miei averi aggrappandomi a un relitto della nave; con la benedizione di Allah e grazie alla mia forza e alla mia abilità, ho preso terra in questo luogo, dove sono rimasto ad aspettare che qualche nave di passaggio si accorgesse di me e mi prendesse a bordo. ” Allora quelli mi fecero salire sulla barca insieme con i miei fagotti di gioielli e di preziosi e tornarono verso la nave, dove il capitano mi disse: ” Come mai un uomo si trovava in quel luogo, su quella montagna, dietro la quale sorge una grande città? Per tutta la vita non ho fatto altro che navigare questi mari e sono passato e ripassato più volte davanti a quelle rocce, eppure non vi ho mai visto alcun essere vivente, fatta eccezione per gli animali selvatici e gli uccelli. ” Io gli ripetei la storia che avevo già raccontato ai marinai, ma non gli dissi nulla di quello che mi era capitato nella città e nella caverna per timore che sulla nave vi fosse qualche isolano. Presi quindi alcune delle perle migliori che avevo con me e le offrii al capitano dicendo: ” Signore, tu mi hai tratto in salvo da quella montagna. lo non ho con me denaro contante, ma ti prego di accettare queste in segno di gratitudine per la tua gentilezza. ” Ma il capitano rifiutò di accettare alcunché da me dicendo: ” Quando troviamo un naufrago sulla costa o su un’isola lo prendiamo a bordo e gli diamo da mangiare e da bere, e se è nudo lo rivestiamo; ma non accettiamo niente da lui, anzi, quando raggiungiamo un porto sicuro, lo facciamo scendere a terra regalandogli un po’ del nostro denaro e lo trattiamo gentilmente e caritatevolmente per l’amore di Allah Altissimo. ” Allora io pregai perché la sua vita fosse lunga e felice e mi rallegrai dello scampato pericolo, perché ogni volta che pensavo al momento in cui ero stato calato nella grotta insieme con mia moglie morta non potevo fare a meno di rabbrividire d’orrore.

Continuammo in tal modo il nostro viaggio, navigando da isola a isola e da mare a mare, fino a che, come volle Allah, arrivammo sani e salvi nella città di Bassora, dove io mi trattenni qualche giorno e proseguii poi per Baghdad. Qui, con grandissimo piacere, ritrovai il mio quartiere e la mia casa e fui subito circondato da familiari e da amici che si rallegrarono con me per la mia salvezza. Rinchiusi nelle mie casse tutto ciò che avevo portato con me, diedi elemosine ai poveri e rivestii le vedove e gli orfani. Poi pensai a godermi la vita tranquillamente. Queste furono le avventure più interessanti del mio quarto viaggio. Ma domani, se vorrete tornare tutti a casa mia, vi racconterò quello che mi accadde nel quinto viaggio, e vi assicuro che si trattò di casi più incredibili e meravigliosi di quelli che avete ascoltato finora.

Dopo di che Sindbad ordinò che venisse servita la cena, e quando tutti ebbero mangiato e bevuto,fece dare, come al solito, cento dinàr a Sindbad il Facchino e tutti se ne andarono per i fatti loro continuando a meravigliarsi di ciò che avevano udito.

Non appena sorse il giorno, Sindbad il Facchino si levò, recitò la preghiera del mattino e si presentò a casa di Sindbad il Marinaio, il quale lo accolse cortesemente e lo fece sedere accanto a sé, fino a che non arrivarono tutti gli altri invitati. Mangiarono, bevvero e chiacchierarono allegramente; quindi il loro ospite cominciò il racconto del

Quinto viaggio di Sindbad il Marinaio

Sappiate, fratelli miei, che dopo essere rimasto per qualche tempo a terra e dopo aver dimenticato, fra gli agi e il benessere, i pericoli e i patimenti sopportati, il mio cattivo genio mi ispirò ancora una volta il desiderio di viaggiare e di vedere isole e paesi stranieri. Perciò, dopo avere acquistato una grande quantità di mercanzie adatte allo scopo e averle fatte imballare, mi trasferii a Bassora dove, nel porto di quella città, vidi una bella nave, nuova di zecca, con tutte le attrezzature in ordine e pronta a prendere il mare. Poiché la nave mi piacque la comprai, vi feci imbarcare le mie merci, reclutai un capitano e una ciurma e feci salire a bordo alcuni miei servi in qualità di ispettori. Presi anche a bordo alcuni mercanti con le loro mercanzie ed essi mi pagarono in denaro sonante il prezzo del passaggio; dopo di che, partimmo tutti felici e contenti augurandoci un viaggio sicuro e buoni guadagni.

Navigammo da un paese all’altro e da un’isola all’altra e da un mare all’altro, visitando le città e le regioni che toccavamo, vendendo e comperando, fino a che un giorno giungemmo ad una grande isola disabitata, un luogo deserto e desolato nel quale scorgemmo una grossa cupola bianca semisepolta nella sabbia. I mercanti scesero a terra per esaminare quella cupola e io rimasi a bordo; quando essi furono vicini si accorsero che si trattava di un uovo del grande uccello Rukh. Cominciarono a picchiarci sopra con delle pietre, perché ancora non sapevano di che cosa si trattasse, e in breve riuscirono a romperlo e ne uscì subito una grande quantità d’acqua e poi all’interno apparve il pulcino del Rukh. Allora essi lo tirarono fuori, lo sgozzarono e misero da parte una grande quantità di carne. lo intanto ero sulla nave e non sapevo quello che stessero facendo, fino a che uno dei passeggeri non venne a riva e mi disse: ” Signore, vieni a vedere l’uovo, che pensavamo fosse una cupola. ” Allora aguzzai gli occhi e, vedendo i mercanti che stavano picchiando sull’uovo con delle pietre, gridai loro: ” Fermatevi, fermatevi! Lasciate stare quell’uovo, altrimenti l’uccello Rukh ci piomberà addosso, distruggerà la nostra nave e ci ucciderà.” Ma quelli non mi prestarono attenzione e continuarono a picchiare sull’uovo; ed ecco allora che l’aria si fece buia e il sole si oscurò, come se fosse stato nascosto da qualche grossa nuvola di passaggio. Alzammo gli occhi al cielo e vedemmo che non si trattava di una nuvola, ma dell’uccello Rukh che volava tra noi e il sole.

Quando arrivò sull’isola e vide l’uovo rotto, gettò un alto grido, e subito accorse la sua compagna, e tutti e due cominciarono a volteggiare sulla nave emettendo grida sempre più alte. Allora io dissi al capitano e alla ciurma: ” Presto, prendiamo il mare, cerchiamo di salvarci fuggendo, prima che quegli uccelli ci uccidano. ” Così i mercanti corsero a bordo e noi levammo in tutta fretta le ancore cercando di guadagnare il mare aperto. Quando i due Rukh videro questo, si allontanarono in volo e noi spiegammo al vento tutte le vele, sperando di potere uscire dal loro paese; ma ecco che i due uccelli riapparvero di nuovo e si misero a volare sopra di noi, e allora vedemmo che ciascuno di essi portava fra gli artigli un enorme macigno che erano andati a raccogliere fra le montagne. Non appena il Rukh maschio fu giunto sulla nostra verticale, lasciò cadere il suo macigno, ma il capitano della nave, con una brusca virata, riuscì ad evitare di stretta misura il proiettile che cadde in acqua con tale violenza che la nostra nave venne quasi proiettata fuori dei mare e il macigno affondò lasciandoci vedere il fondo dell’oceano. Allora il Rukh femmina mollò il suo masso, che era più grande di quello del maschio, e poiché il destino aveva decretato così, il proiettile cadde sulla poppa della nave frantumandola e il timone volò in mille pezzi; a cagione di ciò la nave andò a fondo, trascinando con sé nel mare tutto ciò che vi era a bordo. Quanto a me, lottai cercando di rimanere a galla, fino a che Allah Onnipotente non mi mise fra le mani una tavola della nave, sulla quale salii a cavalcioni, e cominciai a navigare aiutandomi con i piedi che usavo a mo’ di remo.

Ora, la nave era affondata vicino ad un’isola, in mezzo all’oceano, e i venti e le onde, col permesso dell’Altissimo, mi gettarono, quando ormai ero allo stremo, sulle spiagge di quell’isola. Colui che approdò su quelle rive era più un cadavere ambulante che un uomo vivo; mi gettai a terra sfinito e rimasi così disteso fino a che non ebbi riacquistato un po’ di forze. Poi mi alzai e cominciai a girare per l’isola e mi accorsi che era simile ai giardini del paradiso. Vi erano alberi lussureggianti carichi di frutta matura, ruscelli dall’acqua chiara e cristallina, fiori bellissimi e profumati e uccelli in quantità che, cinguettando, cantavano le lodi di Colui che è Onnipotente ed Eterno. Mangiai quella frutta e bevvi l’acqua dei ruscelli fino a che non ebbi soddisfatta la fame e placata la sete, dopo di che mi sedetti ringraziando l’altissimo e lodando la Sua misericordia. Calò la sera e ancora non avevo udito voci né visto esseri umani. Stroncato dalla paura e dalla fatica, dormii come un sasso per tutta la notte e al mattino mi alzai e ricominciai a camminare fra gli alberi. Alla fine arrivai in un posto dove c’era una noria, nei pressi di un ruscello e accanto a questa noria vidi seduto un vecchio dall’aspetto venerabile, il quale portava intorno ai fianchi un gonnellino fatto con foglie di palma. ” Forse. ” pensai, ” questo sceicco è scampato anch’egli ad un naufragio ed è capitato per caso sull’isola. ” Così mi avvicinai e lo salutai, ed egli mi restituì il saluto, ma esprimendosi con i gesti e senza dire una parola; allora gli dissi: ” Nonno, perché stai seduto qui? ” Lui scosse la testa mugolando e fece dei cenni con le mani come per dire: ” Prendimi sulle spalle e portami dall’altra parte del ruscello. ” Pensai che mi conveniva essere gentile con quel vecchio, il quale forse poteva essere paralitico, e allora l’aiutarlo mi avrebbe fruttato una ricompensa in cielo. Così lo presi sulle spalle, lo portai nel luogo che mi aveva indicato e gli dissi: ” Adesso puoi scendere. ” Ma quello non solo non volle. scendere, ma anzi mi strinse le gambe intorno al collo, e allora mi accorsi che le aveva nere e rugose come la pelle del bufalo. A veder ciò cominciai a preoccuparmi e cercai di scuotermi di dosso quel vecchio. Ma più lo scuotevo e più quello mi serrava il collo con le gambe, fino a che cominciai a vedere tutto nero. mi sentii soffocare e caddi a terra privo di sensi. Non per questo il vecchio mollò la presa; cominciò invece a picchiarmi sulle spalle e sulla schiena con quelle sue gambe che erano dure e facevano male come un nerbo di palma. Per sottrarmi a tanto dolore fui costretto ad alzarmi di nuovo e allora il vecchio mi accennò con la mano che lo portassi vicino agli alberi che avevano i frutti migliori, e se non ubbidivo o ero lento a obbedire, quello mi picchiava con i piedi facendomi più male che se mi avesse frustato. Tenendolo sempre così sulle spalle, dovevo correre a destra e a sinistra, dovunque egli mi accennasse, e insomma ero come un suo schiavo. Il vecchio non smontava mai dalle mie spalle, sulle quali orinava e faceva tutti i suoi bisogni. Quando voleva dormire mi stringeva forte le gambe intorno al collo e si addormentava per un poco; poi, appena sveglio, cominciava a darmi grandi colpi sulla schiena, e allora io dovevo alzarmi subito e cominciare a trasportarlo di qua e di là. lo non osavo contraddirlo per timore di essere picchiato, ma mi pentivo amaramente di avere avuto compassione di lui e non facevo che ripetermi: ” Ho cercato di far del bene a quest’uomo e sono stato ripagato con il male; per Allah, in vita mia non renderò mai più un servizio a un uomo! ” Un giorno che me ne andavo in giro per l’isola, sempre con quell’accidente sulle spalle, capitai in un luogo pieno di zucche, alcune delle quali erano secche. Raccolsi la più grande delle zucche secche, la vuotai per bene, quindi da una vite colsi dei grappoli d’uva, li spremetti fino a riempirne la zucca, che richiusi e lasciai al sole per qualche giorno fino a che il succo diventò un vino fortissimo. Presi l’abitudine di bere quel vino che mi sosteneva e mi aiutava a sopportare la fatica e spesso, quando ero un po’ ebbro, dimenticavo i miei guai e mi sembrava quasi di essere felice.

Un giorno il vecchio, vedendomi bere a quella zucca, mi chiese a cenni che cosa fosse. ” Questo ” dissi io ” è un eccellente cordiale che rallegra il cuore e anima lo spirito. ” Così, essendo un po’ brillo per il vino bevuto, cominciai a correre e a ballare fra gli alberi, battendo le mani e cantando, mentre il vecchio mi stava sempre a cavalcioni sulle spalle. Quando ebbe visto gli effetti di quella bevanda, il vecchio mi fece cenno che voleva bere anche lui, e io, per timore dei suoi colpi, gli passai la zucca. Gli piacque tanto che si scolò tutta la zucca; ma il vino gli diede alla testa e cominciò a dimenarsi sulle mie spalle battendo le mani e agitandosi tutto, fino a che sentii che i muscoli delle sue membra si rilassavano ed egli cominciava a vacillare. Quando mi accorsi che era completamente ubriaco, scostai le gambe che teneva strette intorno al mio collo e lo gettai a terra, Poi afferrai una grossa pietra che trovai vicino a un albero e con quella lo colpii più volte sulla testa, finché non gli ebbi schiacciato il cranio e la carne e il sangue formarono un’unica poltiglia. Così mori quel vecchiaccio; che Allah non abbia misericordia di lui!

Rimasi parecchi giorni su quell’isola con il cuore più tranquillo, mangiando frutti e bevendo l’acqua dei ruscelli, e non perdendo mai di vista il mare, sul quale speravo sempre di vedere apparire, un giorno o l’altro, una nave. E difatti ecco che un bel giorno, mentre me ne stavo sulla spiaggia, vidi un vascello che puntò diritto verso l’isola, e giunto in prossimità della costa gettò l’ancora. I passeggeri scesero subito a terra; io corsi verso di loro e quelli, non appena mi videro, mi si fecero intorno e cominciarono a interrogarmi sui casi miei e sulle ragioni della mia permanenza in quell’isola. Il racconto di tutto quello che mi era capitato li riempì di meraviglia e dissero: ” Sappi, o fortunato, che colui il quale ti cavalcava era chiamato lo sceicco al-Bàr, ossia il Vecchio del Mare, e che non v’è uomo sulla faccia della terra che abbia avuto le sue gambe intorno al collo e sia tornato vivo a raccontare l’avventura. Sia dunque lodato Allah per la tua salvezza! ” Ciò detto mi offrirono da mangiare e mi diedero delle vesti per coprire le mie nudità; quindi mi portarono con loro sulla nave e navigammo giorni e giorni, notti e notti, fino a che il destino volle condurci in un luogo chiamato la Città delle Scimmie. Le case di questa città erano altissime e tutte affacciate sul mare e vi era una sola porta molto pesante e rinforzata con borchie di ferro.

Ora bisogna sapere che gli abitanti di questa città ogni sera, come sopraggiungeva il crepuscolo, uscivano dalla porta, salivano su barche e navi e passavano la nottata in mare per paura che le scimmie calassero giù dalla montagna. Sentendo questa storia, io mi turbai, perché rammentai quello che io stesso avevo patito per causa delle scimmie. Decisi di scendere a terra per distrarmi visitando la città; ma mentre così facevo la nave su cui ero imbarcato spiegò le vele e partì senza di me. Quando mi accorsi di questo fatto, cominciai a piangere e a lamentarmi, finché un tale del luogo mi si avvicinò e mi disse: ” Signore, se non sbaglio tu sei straniero da queste parti. ” ” Sì, ” risposi, ” sono straniero ed anche uno straniero sfortunato perché la nave con cui ero arrivato qui è partita mentre io ero in città e mi ha lasciato a terra. ” Allora quello mi disse: ” Vieni, imbarcati con noi, perché se rimani durante la notte in città le scimmie ti faranno a pezzi. ” ” Ascolto e obbedisco, ” risposi. E m’imbarcai con lui su un battello che venne spinto a circa un miglio dalla costa dove fu ancorato e dove passammo la notte. Allo spuntar del giorno tornarono tutti verso la città, sbarcarono e ognuno se ne andò per i fatti suoi. E questo traffico lo facevano tutte le sere, perché se qualcuno fosse rimasto in città le scimmie gli sarebbero piombate addosso e lo avrebbero sbranato. Non appena si faceva giorno le scimmie se ne andavano e, dopo aver mangiato la frutta nei giardini, tornavano sulle montagne dove dormivano fino al cader della sera, allorché scendevano di nuovo in città.

La città si trovava nella parte estrema del paese dei negri ed una delle cose più strane che mi accaddero durante la mia permanenza colà fu la seguente. Uno di quelli con cui passavo la notte in barca mi chiese: ” Signore, se non sbaglio tu sei straniero in questo paese; sai fare qualche mestiere? ” E io gli risposi: ” Per Allah, fratello mio, io non conosco nessun mestiere, perché al mio paese facevo il mercante e vivevo sul mio: avevo una nave di mia proprietà e magazzini pieni di mercanzie. Purtroppo la nave è affondata in mare ed io mi sono salvato per miracolo grazie alle protezione di Allah! ” Allora quello mi diede una bisaccia di cotone dicendomi: ” Prendi questa bisaccia, riempila di ciottoli e va’ con la gente del posto: io dirò che ti accompagnino e che abbiano cura di te. Fa’ come fanno loro e forse col tempo riuscirai a guadagnare quanto basterà per pagarti il viaggio di ritorno in patria. ” Ciò detto mi accompagnò sulla riva del mare, dove io riempii la bisaccia di ciottoli; ed ecco che vedemmo uscire dalla città un gruppo di persone, tutte munite di bisacce come la mia. Allora egli mi raccomandò a quella gente dicendo: ” Quest’uomo è uno straniero prendetelo con voi e insegnategli come si fa la raccolta, così che egli possa guadagnarsi il pane e voi una ricompensa in cielo. ” ” Lo faremo per la nostra testa e per i nostri occhi! ” risposero quelli, e mi diedero il benvenuto. Quindi mi portarono in un’ampia valle, dove crescevano alberi altissimi dai tronchi così lisci che sarebbe stato impossibile arrampicarvici.

Addormentate per terra c’erano molte scimmie, le quali non appena ci videro fuggirono arrampicandosi sugli alberi; allora i miei compagni cominciarono a tirare addosso alle scimmie i ciottoli che avevano nelle bisacce e le scimmie, per tutta risposta, si diedero a staccare i frutti che erano in cima agli alberi e a scagliarli contro di noi. Guardai bene e vidi che i frutti che le scimmie ci tiravano erano noci indiane o noci di cocco; allora mi scelsi un grande albero pieno di scimmie e cominciai anch’io a tirare sassi mentre le scimmie mi rispondevano gettandomi le noci, che io raccolsi come facevano gli altri; così, ancor prima di aver finito la mia riserva di. sassi, avevo raccolto una grande quantità di noci. Quindi tornammo in città e io mi recai subito dall’uomo che mi aveva presentato ai raccoglitori di noci e gli diedi tutto quello che avevo ringraziandolo per la sua cortesia; ma quello non volle accettare nulla e mi disse: ” Vendi queste noci e mettine a frutto il guadagno. ” Poi mi diede le chiavi della dispensa e mi disse di riporci le noci che mi rimanevano e mi consigliò di andare ogni giorno a fare la raccolta, di vendere subito le noci meno buone e di mettere da parte le altre; forse così, a suo parere, avrei potuto un giorno avere abbastanza denaro da poter tornare in patria. ” Che Allah ti ricompensi! ” gli dissi io, e feci come mi aveva detto.

Le cose continuarono così per un bel pezzo, finché mi trovai ad avere immagazzinate molte noci e ad aver guadagnato molto denaro con quelle che avevo venduto. Ora accadde che un giorno una nave entrò nel porto di quella città e i mercanti scesero a terra e cominciarono a comperare e vendere. Allora io mi recai dal mio benefattore e gli dissi di quella nave che era arrivata e che avrei voluto ritornare in patria. ” Fa’ come credi, ” rispose lui. Io lo ringraziai per tutto il bene che mi aveva fatto e presi congedo da lui. Mi accordai con il capitano sul prezzo del passaggio, quindi feci caricare a bordo tutte le mie noci di cocco e quant’altro possedevo.

In quello stesso giorno salpammo le ancore e navigammo di isola in isola e di mare in mare, e dovunque ci fermassimo io vendevo e barattavo le mie noci di cocco e l’Onnipotente mi ripagò di tutto ciò che avevo perduto in precedenza. Fra l’altro giungemmo in un’isola dove abbondavano i chiodi di garofano, il cinnamomo e il pepe; e la gente del posto mi disse che accanto ad ogni pianta di pepe cresce una grande foglia che la ripara dal sole durante la stagione calda e dall’acqua durante la stagione umida; e poi, quando la pioggia è cessata, la foglia avvizzisce e cade a terra accanto alla pianta di pepe. Qui io feci grandi provviste di pepe, di chiodi di garofano e cinnamomo in cambio di noci di cocco; e poi passammo nell’isola di Alusirat, da dove viene il legno di aloe, e di qua ad un’altra isola, distante cinque giorni di viaggio, dove cresce il legno di Cina che è ancor meglio di quello di aloe. Infine giungemmo nelle acque dove si pescano le perle ed io diedi ai pescatori un certo numero di noci di cocco dicendo loro: ” Tuffatevi e pescate secondo la mia fortuna! ” Ed essi così fecero e portarono su dal profondo del mare molte perle grandi e preziose dicendomi: ” Per Allah, padrone, questa sì che si chiama fortuna! “.

Poi spiegammo di nuovo le vele e con la benedizione di Allah (il Suo nome sia sempre esaltato) non cessammo di navigare finché arrivammo felicemente a Bassora. Là mi trattenni qualche giorno quindi proseguii per Baghdad ed entrai nel mio quartiere e ritrovai la mia casa e gli amici e i parenti che si rallegrarono con me. Feci poi l’inventario di tutto ciò che avevo riportato da questo viaggio, distribuii elemosine, beneficai vedove ed orfani e feci dei regali agli amici e ai parenti. Perché il Signore mi aveva ridato ciò che avevo perduto.

Quando ebbe finito di raccontare, Sindbad il Marinaio si volse a Sindbad il Facchino e gli disse: ” Ora sai anche tu quante pene e quante traversie mi è costata la presente agiatezza. ” Allora Sindbad il Facchino si vergognò e disse: ” Signore, non prendertela con me per quello che ho detto. Riconosco che sono stato sciocco e avventato. ” Poi Sindbad il Marinaio ordinò che venissero portati cibi e bevande e tutti mangiarono e bevvero a sazietà intrattenendosi a conversare piacevolmente. Alla fine il padrone di casa ordinò che venissero dati cento dinàr d’oro a Sindbad il Facchino e gli disse: ” Tu sei mio amico e questa casa è aperta a te in ogni momento. Se avrai bisogno di qualche cosa, o se ti piacerà di rallegrarci con la tua compagnia, sarai sempre il benvenuto, perché noi siamo come due fratelli. ” E così vissero serenamente in grande amicizia, fino a che giunse Colei che cancella le gioie, che divide gli amici, che spopola i palazzi e popola le tombe. Sia lode a Colui che non muore!

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