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	<title>Dubai International Portal &#187; arabian nights</title>
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	<description>Hotel, informazioni, curiosità su Dubai? Trovati! - KEEP ON BLOGGING!</description>
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		<title>Dalle Mille e una Notte: il Quarto Viaggio di Sinbad il marinaio</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 22:01:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>follyx</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fiabe / Tales]]></category>
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Sappiate, fratelli miei, che dopo qualche tempo che vivevo in pace e sereno godendomi l&#8217;agiatezza fui visitato da una compagnia di mercanti, i quali s&#8217;intrattennero con me parlando di viaggi e di traffici. Allora il vecchio demone ch&#8217;era dentro di me cominciò ad agitarsi ed io tornai a desiderare di conoscere paesi stranieri, di commerciare e far quattrini. Decisi allora di unirmi alla compagnia di quelle persone e, dopo aver comprato quanto poteva occorrere per un lungo viaggio, nonché grandi scorte dì merci preziose, mi recai a Bassora, dove m&#8217;imbarcai su una nave con quei mercanti che erano fra i maggiori della città.
Confidando nell&#8217;aiuto di Allah Onnipotente, col favore dei venti propizi e di un mare tranquillo, navigammo nelle migliori condizioni da un&#8217;isola all&#8217;altra e da un mare all&#8217;altro, fino a che un giorno si levò un forte vento contrario che costrinse il capitano a gettare le ancore e a ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1565" title="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand" src="http://www.dubaiblog.it/wp-content/uploads/2009/12/fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand4.jpg" alt="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand" width="620" height="280" /></p>
<p>Sappiate, fratelli miei, che dopo qualche tempo che vivevo in pace e sereno godendomi l&#8217;agiatezza fui visitato da una compagnia di mercanti, i quali s&#8217;intrattennero con me parlando di viaggi e di traffici. Allora il vecchio demone ch&#8217;era dentro di me cominciò ad agitarsi ed io tornai a desiderare di conoscere paesi stranieri, di commerciare e far quattrini. Decisi allora di unirmi alla compagnia di quelle persone e, dopo aver comprato quanto poteva occorrere per un lungo viaggio, nonché grandi scorte dì merci preziose, mi recai a Bassora, dove m&#8217;imbarcai su una nave con quei mercanti che erano fra i maggiori della città.</p>
<p>Confidando nell&#8217;aiuto di Allah Onnipotente, col favore dei venti propizi e di un mare tranquillo, navigammo nelle migliori condizioni da un&#8217;isola all&#8217;altra e da un mare all&#8217;altro, fino a che un giorno si levò un forte vento contrario che costrinse il capitano a gettare le ancore e a mettere la nave in panna per timore che potesse affondare in mezzo all&#8217;oceano. Noi tutti allora ci gettammo a terra e cominciammo a pregare Allah l&#8217;Onnipotente, e mentre eravamo così occupati arrivò un colpo di vento più forte degli altri, che stracciò le vele in mille pezzi, ruppe la gomena dell&#8217;ancora e la nave affondò con tutto il suo carico, mentre noi ci trovavamo in balia delle onde. Come Dio volle, a un certo momento riuscii ad afferrare una tavola e insieme con me altri naufraghi e cominciammo a sbattere i piedi nell&#8217;acqua usandoli a mo&#8217; di remi. Poi la tempesta si placò e noi vagammo sul mare immenso per tutto quel giorno e per la notte seguente. Al mattino i venti cominciarono.di nuovo a soffiare e le onde a ingrossarsi, sì che alla fine fummo gettati sfiniti ed affamati su un&#8217;isola. Ci mettemmo a camminare lungo la spiaggia e trovammo grande abbondanza di erbe, e, in mancanza di meglio, le mangiammo per poterci ristorare e per tenerci in piedi. Dopo aver molto errato su quell&#8217;isola, scorgemmo in lontananza una casa. Ci avvicinammo ed ecco che dalla casa uscirono degli uomini nudi i quali, senza nemmeno salutarci e senza dire una parola, ci presero e ci portarono dal loro re. Questi, a cenni ci ordinò di sedere, quindi ci fece mettere davanti dei cibi che non avevamo mai visto in vita nostra. I miei compagni, spinti dalla fame, ne mangiarono ma io, sentendomi rivoltare lo stomaco, non volli toccarli, e fu questa una grazia d&#8217;Allah, perché dal fatto di non aver toccato quei cibi dipese la salvezza della mia vita. Infatti i miei compagni, non appena ebbero assaggiato quelle vivande, smarrirono la ragione, si comportarono come tanti stralunati e cominciarono a divorare il cibo come uomini posseduti da uno spirito maligno. Poi quei selvaggi diedero da bere ai miei compagni olio di noce di cocco e con lo stesso olio li unsero su tutto il corpo. E non appena i miei compagni ebbero bevuto di quell&#8217;olio strabuzzarono gli occhi e ricominciarono a mangiare come forsennati anche se non ne avevano voglia.</p>
<p>Quando vidi ciò rimasi perplesso e mi preoccupai per i miei compagni; ma mi preoccupai anche per me stesso, a causa di quegli uomini nudi. Così mi misi ad osservarli attentamente e non mi ci volle molto per scoprire che si trattava di una tribù di maghi cannibali, il cui re era un orco. Tutti quelli che avevano la sventura di capitare nel loro paese, essi li acchiappavano e li portavano dal loro re, poi li nutrivano con quei cibi e li ungevano con quell&#8217;olio cosi che il loro ventre si dilatava smisuratamente e gli infelici cominciavano a mangiare senza posa e a causa di ciò perdevano la ragione e diventavano come idioti. Allora quei selvaggi ingozzavano i poveretti con quei cibi e con l&#8217;olio di cocco fino a che non erano diventati ben grassi, quindi li, sgozzavano e li arrostivano dandoli da mangiare al loro re. Gli altri, voglio dire gli altri selvaggi, si contentavano di mangiare la carne umana cruda. Quando ebbi fatto questa scoperta, mi sentii pieno di tristezza e di timore per la mia sorte e per quella dei miei compagni, tanto più in quanto vedevo, che la loro ragione vacillava e li abbandonava a mano a mano che essi ingrassavano, al punto che a forza di mangiare si abbrutirono completamente; e allora i selvaggi li affidarono a una specie di pastore, che ogni giorno li portava nei prati dove essi pascolavano come bestie. Quanto a me, mentre i miei compagni ingrassavano, io ero dimagrito per la fame e per la paura, la carne mi si era seccata sulle ossa ed ero diventato simile ad uno scheletro. Così nessuno si curò più di me e alla fine mi dimenticarono completamente. Approfittai quindi del fatto che nessuno mi prestava più attenzione e un giorno mi decisi a fuggire, poiché la vista dei miei compagni, diventati mentecatti e grassi come porci, mi era insostenibile. Camminai giorni e giorni nutrendomi di qualche erba che trovavo, fino, a che una mattina giunsi in vista di un gruppo di persone intente a raccogliere grani di pepe. Non appena costoro mi videro, mi si fecero incontro e mi chiesero chi fossi. &#8221; Sappiate, brava gente, &#8221; risposi io, &#8221; che sono un povero straniero. &#8221; E raccontai loro la brutta avventura vissuta presso quei selvaggi. Allora costoro fecero le più grandi meraviglie e mi dissero: &#8221; Per Allah, quello che tu dici è meraviglioso! Ma come hai fatto a sfuggire a quei cannibali che infestano l&#8217;isola e divorano tutti quelli che cadono in loro potere? &#8221; Quando ebbi finito di raccontare loro tutti i particolari della mia avventura, essi. mi rifocillarono con buoni cibi, mi fecero riposare, quindi scendemmo sulla riva del mare, c&#8217;imbarcammo su una nave che era colà in attesa e arrivammo alla loro isola, dove mi condussero immediatamente dal loro sovrano. Questi mi accolse con molto onore, rispose affabilmente al mio saluto e volle sapere ogni particolare della mia avventura. Quando lo ebbi informato di tutto quello che mi era successo fin dal giorno in cui avevo lasciato Baghdad, egli espresse grande meraviglia per tante vicissitudini, poi ordinò che mi si portasse cibo a sufficienza ed abiti ed ogni cosa di cui potessi aver bisogno. Così mi rallegrai per la mia buona sorte e ringraziai la clemenza dell&#8217;Onnipotente. Poi cominciai ad andare in giro per la città, che trovai ricca e prospera, piena di mercanzie e di mercati dove si comprava e si vendeva. Trascorsi in tal modo qualche tempo fra la gente di quella città, amato e stimato da tutti, al punto da diventare uno degli uomini più onorati di quel regno. Ora, mentre trascorrevo così i miei giorni, notai che la maggior parte della gente di quel posto cavalcava bellissimi destrieri, ma li cavalcava a pelo e senza sella. Allora, meravigliato, chiesi al re: &#8221; Perché, signor mio, non cavalchi con una sella? E più comoda e dà maggior forza al cavaliere. &#8221; E il re mi disse: &#8221; Una sella? E che cosa è mai? Io non l&#8217;ho mai vista in vita mia né l&#8217;ho mai usata per cavalcare. &#8221; Allora io gli dissi: &#8221; Se tu permetti, signore, io ti costruirò una sella, e tu potrai constatare quanto è più comodo ed agevole cavalcare con essa. &#8221; &#8221; Fa&#8217; pure, &#8221; mi disse il sovrano. Allora io gli chiesi di farmi dare del legno, del cuoio e della lana, poi cercai un abile carpentiere e gli ordinai di prepararmi con quel legno un arcione dopo avergliene fatto il disegno. Poi mi feci portare la lana, la cardai e ne feci un bel feltro di sottosella; poi, quando l&#8217;arcione fu pronto, vi adattai sotto il feltro e con il cuoio feci dei bei quartieri, delle cinghie e degli staffili. Alla fine chiamai un fabbro ferraio e mi feci fare due belle staffe. Quando tutto fu pronto, mi recai nelle stalle del re, scelsi il miglior cavallo e gli posi addosso la sella, quindi mi recai dal sovrano, il quale mi ringraziò, montò a cavallo e rimase assai contento di quella sella, sì che mi compensò generosamente per il lavoro che avevo fatto. Quando il visir di quel re vide la sella, mi chiese di fame una anche per lui. Poi, a mano a mano, tutti i grandi del regno, e gli ufficiali, e infine anche la gente comune vennero a chiedermi di fabbricar loro delle selle. Così:, con l&#8217;aiuto del carpentiere e del fabbro, mi dedicai a questa industria e in breve, tempo ammassai una considerevole fortuna, il che aumentò grandemente la stima da cui ero circondato e m&#8217;innalzò nel favore del re. Ora avvenne che un giorno questo re mi mandò a chiamare e mi disse: &#8221; Tu ormai vivi presso di noi e sei diventato come uno di noi, e ci sei caro come un fratello. Ed è tanto l&#8217;affetto e la considerazione che abbiamo per te che non sopporteremmo di vederti partire; però io voglio da te una cosa alla quale dovrai ubbidire senza contraddirmi. &#8221; lo risposi:&#8217;&#8221; 0 re, che cosa vuoi da me? Chiedilo, e ti assicuro che io non ti contraddirò in nulla, perché tale è il debito di riconoscenza che ho verso di te che io sono diventato come un tuo servo. &#8221; Egli disse: &#8221; Ho pensato di sposarti ad una donna che è giovane, bella, intelligente come nessun&#8217;altra, ed è tanto ricca quanto è bella; voglio che tu la sposi e prendi così stabile domicilio presso di noi, ed anzi voglio che tu vada ad abitare in uno dei miei palazzi. Perciò ti prego di non contraddirmi in questo mio desiderio. &#8221; Quando ebbi udito queste parole, rimasi vergognoso e confuso per tanta generosità e non seppi fare altro che inginocchiarmi e baciare la terra davanti a lui. Allora il re, senza porre indugio, chiamò il cadì e i testimoni e volle che fosse steso il mio contratto di nozze con una fanciulla appartenente a una famiglia fra le più nobili del reame; e costei era non solo di meravigliosa bellezza e di alto lignaggio, ma padrona anche di poderi e immobili. Poi il re mi regalò una grande e bella casa con schiavi e servi e mi assegnò un ricco appannaggio. Così io mi reputai il più fortunato degli uomini, anche perché, dopo aver conosciuto mia moglie, l&#8217;amai col più tenero amore e fui da essa ricambiato. E cominciammo a trascorrere i nostri giorni fra ogni agio e felicità. Ed io andavo spesso dicendomi: &#8221; Se mai tornerò in patria, la porterò con me. &#8221; Ma quello che il destino riserva all&#8217;uomo è ineluttabile, e nessuno sa ciò che gli può accadere.</p>
<p>Mentre i miei giorni trascorrevano così sereni e lieti, Allah Onnipotente decretò la morte della moglie di un mio vicino. Poiché questi era un mio amico, io mi recai a casa sua e lo trovai abbattuto e depresso; dopo avergli fatto le mie condoglianze, cercai di consolarlo dicendogli: &#8221; Non affliggerti per colei che è nella grazia di Allah; sicuramente Iddio ti darà una moglie migliore,in cambio di questa, e, se Allah vuole, il tuo nome continuerà ad essere onorato finché tu vivrai, lungamente, su questa terra! &#8221; Ma a queste parole il vicino si mise a piangere ancor più amaramente e mi rispose: &#8221; Amico mio, come posso sposare un&#8217;altra donna, e come può Allah darmi una moglie migliore di quella che ho avuto se mi resta appena un giorno da vivere? &#8221; &#8221; Fratello mio, &#8221; gli dissi, &#8221; ritorna in te e smettila di preannunciare la tua morte, perché tu sei sano e stai in ottima salute. &#8221; &#8221; Amico mio, &#8221; continuò quello, &#8221; ti giuro che domani io morirò e tu mi rivedrai solo nel giorno della resurrezione. &#8221; Allora io gli dissi: &#8221; Ma si può sapere di che cosa stai parlando? &#8221; E quello mi rispose: &#8221; Oggi stesso seppelliranno mia moglie e seppelliranno anche me insieme con lei, perché è usanza di questo paese seppellire vivo il marito con la moglie se questa muore prima, e lo stesso fanno con la moglie nel caso che a morire prima sia il marito; e ciò si fa affinché nessuno possa godersi la vita dopo la morte del suo compagno. &#8221; &#8221; Per Allah, &#8221; esclamai io, &#8221; questa è una usanza fra le più barbare e insopportabili che abbia mai conosciuto! &#8221;</p>
<p>Mentre così discorrevamo, ecco che arrivò una gran folla di gente e tutti cominciarono a condolersi con il mio amico per la moglie e per lui stesso. Poi misero la moglie in una bara e la portarono, insieme con il marito, fuori della città, fino a che giunsero in un luogo dove era l&#8217;imboccatura di una profonda caverna, chiusa con un grosso macigno. Tolsero il macigno dalla bocca della caverna e gettarono di sotto la bara con la defunta; poi legarono una corda, fatta con fibre di palma, alle ascelle del mio amico e lo calarono in fondo alla caverna, e quando questi fu giunto sul fondo si sciolse da sé la corda e quelli la ritirarono. Infine gli calarono giù una giara d&#8217;acqua e un po&#8217; di cibo a mo&#8217; di viatico. Poi chiusero la bocca della caverna con il macigno e tornarono in città lasciando il mio amico con la moglie morta.</p>
<p>Quando vidi ciò mi dissi: &#8221; Per Allah, questa usanza è peggiore della morte che manda Iddio! &#8221; Così mi recai subito dal re e gli dissi: &#8221; Signore, perché seppellite insieme il vivo e il morto? &#8221; Ed egli mi rispose: &#8221; E questa una usanza che vige fra noi da tempo immemorabile. Così hanno sempre fatto i nostri antenati! &#8221; Allora io gli chiesi: &#8221; Dimmi una cosa, o re del nostro tempo. Se la moglie di uno straniero muore fra voi, seppellite vivo anche lo straniero? &#8221; E il re mi rispose: &#8221; Senza alcun dubbio; chiunque si trovi sulle nostre terre, deve sottostare alle nostre usanze. &#8221; Quando ebbi udito queste parole, la vescica del fiele fu lì per scoppiarmi dalla preoccupazione e dalla tristezza. Mi sentii pieno di angoscia, al punto da perdere quasi la ragione, e cominciai a temere che mia moglie morisse prima di me e mi seppellissero vivo. Tuttavia. dopo un po&#8217; di tempo ripresi animo consolandomi col pensiero che forse sarei morto prima io, dal momento che nessuno sa chi dovrà morire per primo. Infine, le occupazioni della vita di ogni giorno mi distrassero e non pensai più a questa faccenda.</p>
<p>Tuttavia non trascorse molto tempo e un giorno mia moglie si ammalò e dopo qualche poco morì. Allora il re e quasi tutti gli abitanti di quella città vennero a casa mia a condolersi con me e con la famiglia di mia moglie e molti cercarono di consolarmi per la sorte che mi attendeva. Poi vennero le donne che lavano i cadaveri e lavarono ed abbigliarono mia moglie e le misero indosso le vesti e i gioielli più preziosi, quindi la deposero nella bara e la portarono nel luogo che ho detto, dove scoprirono l&#8217;imboccatura della caverna. Quando ebbero buttato la bara in fondo alla caverna, i parenti di mia moglie e i miei amici mi si fecero intorno cercando di consolarmi per la mia morte. Ma io continuavo a gridare: &#8221; Nel nome di Allah Onnipotente, come è possibile che sia sancito dalle leggi seppellire il vivo con il morto? Io sono straniero, non sono del vostro paese, e non posso sottostare alle vostre usanze. Se avessi saputo questa cosa, non mi sarei sposato con una delle vostre donne! &#8221; Ma quelli non prestarono attenzione alle mie parole. Mi presero, mi legarono una fune sotto le ascelle e mi calarono in fondo alla grotta, insieme con un&#8217;anfora d&#8217;acqua e un po&#8217; di cibo, secondo l&#8217;usanza. Quando ebbi toccato il fondo, dall&#8217;alto mi dissero di sciogliere la fune, ma io mi rifiutai di farlo, e allora quelli gettarono di sotto l&#8217;altro capo della fune, poi chiusero l&#8217;imboccatura della caverna e se ne andarono per i fatti loro.</p>
<p>lo mi guardai intorno e vidi che mi trovavo in un&#8217;ampia caverna, piena di scheletri e di cadaveri che esalavano un puzzo ammorbante mentre l&#8217;aria risuonava dei gemiti dei moribondi. Allora non potei fare altro che biasimarmi per quello che avevo fatto dicendo: &#8220;,Per Allah, io merito tutto ciò che mi è capitato e ciò che mi capiterà! Quale maledizione mi ha indotto a prendere moglie in questa città? Non vi è forza né potenza se non in Allah, il Glorioso, il Grande! Come ho detto tante volte, sono sfuggito da un pericolo per cadere in un pericolo peggiore. Per Allah, questa è davvero una morte abominevole! Volesse il cielo ch&#8217;io potessi morire una morte onorevole, degna di un uomo e di un musulmano. Sarebbe stato meglio se fossi morto in mare o perito fra le montagne! Meglio assai sarebbe stato che non finire in un modo così miserando! &#8221; E continuai a gemere e a lamentarmi per la mia sorte, poi mi gettai a terra, sulle ossa dei morti, implorando l&#8217;aiuto di Allah, fino a che i morsi della fame non mi attanagliarono lo stomaco e la sete mi bruciò la gola. Allora mi alzai e a tastoni cercai il pane e ne presi un morso; poi bevvi una sorsata d&#8217;acqua. Il giorno dopo cominciai ad esplorare quella caverna e vidi che si estendeva in ogni direzione con una grande quantità di cunicoli e che dovunque era cosparsa di ossa di morti o di corpi in putrefazione. Alla fine trovai una nicchia. nella quale mi rifugiai, un po&#8217; lontano dai cadaveri che erano stati gettati più recenti.</p>
<p>Rimasi cosi parecchi giorni, fino a che le mie provviste cominciarono a scarseggiare. Eppure mangiavo solo una volta al giorno e talvolta anche ogni due giorni e bevevo il meno possibile, per paura che l&#8217;acqua e il cibo mi venissero meno prima ch&#8217;io morissi. Un giorno, che me ne stavo così a riflettere sui miei tristi casi e a chiedermi come avrei fatto quando il pane e l&#8217;acqua mi fossero venuti meno, ecco che il macigno che copriva l&#8217;imboccatura della caverna venne rimosso e la luce piovve su di me. Allora mi dissi: &#8221; Che cosa sarà mai? Forse hanno portato un altro cadavere. &#8221; E di fatti vidi che di lì a poco calarono giù un uomo morto, e poi una donna viva, la quale piangeva e si lamentava; e calarono giù anche una provvista, più abbondante; del solito, di pane e di acqua. La donna non mi vide e quelli di sopra chiusero l&#8217;apertura della grotta e se ne andarono. Allora, impugnata a mo&#8217; di mazza la tibia d&#8217;un morto, mi avvicinai di soppiatto alla donna e la colpii sul capo. Quella gettò appena un breve grido e cadde svenuta; la colpii una seconda e una terza volta fino a che morì; allora m&#8217;impadronii del suo pane e della sua acqua e frugandole addosso mi accorsi che era carica di gioielli e di monili d&#8217;oro, perché era abitudine di quella gente seppellire le donne con tutte le loro gioie. Portai i viveri nel mio cantuccio e mi cibai con quelli prendendone solo quel tanto che era necessario per mantenermi in vita, perché temevo che se fossero finiti troppo presto sarei morto di fame e di sete. Tuttavia non persi mai la fiducia nell&#8217;Onnipotente Allah. Rimasi così in quella caverna per molto tempo, uccidendo tutti gli esseri viventi che vi venivano calati e nutrendomi con le loro provviste, fino a che un giorno, mentre dormivo, fui svegliato da uno strano rumore, come di qualcuno che frugasse fra i cadaveri in un angolo della caverna. &#8221; Che cosa sarà mai? &#8221; mi dissi. Balzai in piedi e, afferrata la tibia, mi avvicinai al punto da cui veniva il rumore. Non appena la creatura che aveva provocato quel rumore si accorse di me, fuggì via verso la parte interna della grotta, e allora capii che si trattava di un animale selvatico. Mi inoltrai anch&#8217;io verso l&#8217;estremità dell&#8217;antro, fino a che vidi lontano un punto luminoso, non più grande di una stella, che appariva e spariva. Continuai a camminare e, a mano a mano che avanzavo, il punto diventava sempre più grande e più luminoso, fino a che fui sicuro che si trattava di un&#8217;apertura nella roccia che conduceva all&#8217;aperto; allora mi dissi: &#8221; Senza dubbio ci deve essere una ragione per questa apertura:, o è la bocca di una seconda caverna, simile a quella nella quale sono stato calato, oppure è una fessura naturale della roccia,&#8221; Quando arrivai al punto da cui proveniva la luce mi accorsi che si trattava di una breccia nel fianco della montagna, che gli animali selvatici avevano allargato scavando in modo da potere entrare e uscire liberamente e divorare i cadaveri. Quando vidi tutto questo, l&#8217;animo mio si rallegrò, mi tornò la speranza e fui certo di poter sopravvivere. Così, come in sogno, allargai quella breccia in modo da poterci passare e uscii all&#8217;aperto, trovandomi sul pendio di un&#8217;alta montagna che guardava il mare e che da quella parte impediva ogni accesso all&#8217;isola, così che da quel punto della costa era impossibile raggiungere la città.</p>
<p>Lodai Iddio e lo ringraziai rallegrandomi immensamente per la mia salvezza. Poi, attraverso quel buco, ritornai nella grotta e portai fuori tutte le provviste che avevo messo da parte e presi anche alcuni vestiti dei morti; dopo di che raccolsi le collane di perle, e i gioielli e i monili d&#8217;oro e d&#8217;argento e ogni altro ornamento di valore che potei &#8211; trovare sui cadaveri; usai le vesti dei cadaveri per fare dei fagotti e portai tutta questa roba fuori, sul fianco della montagna, davanti al mare, dove mi stabilii alla bell&#8217;e meglio intendendo aspettare colà fino a quando l&#8217;Onnipotente si fosse degnato inviarmi un aiuto sotto forma di una nave di passaggio. Ogni giorno tornavo nella caverna. e quando trovavo degli esseri viventi seppelliti vivi colà, li uccidevo, uomini o donne che fossero, mi impadronivo del loro cibo e dei loro gioielli, che trasportavo nel mio covo a picco sul mare.</p>
<p>Rimasi in quel posto parecchio tempo, continuando sempre a riflettere sui miei casi, fino a che un giorno vidi in mezzo al mare una nave di passaggio. Presi allora un pezzo di stoffa bianca che avevo con me, la legai a un bastone e mi misi a correre su e giù facendo dei segnali e gridando, fino a che l&#8217;equipaggio della nave, udendo le mie grida, mi scorse e mandò a terra una barca a prendermi. Quando la barca fu vicina alla riva, i marinai mi chiamarono dicendo: &#8221; Chi sei tu, e come mai sei arrivato su questa montagna dove in vita nostra non abbiamo mai visto alcuno? &#8221; lo risposi: &#8221; Sono un onesto mercante che ha fatto naufragio, ma mi sono salvato e ho salvato con me una parte dei miei averi aggrappandomi a un relitto della nave; con la benedizione di Allah e grazie alla mia forza e alla mia abilità, ho preso terra in questo luogo, dove sono rimasto ad aspettare che qualche nave di passaggio si accorgesse di me e mi prendesse a bordo. &#8221; Allora quelli mi fecero salire sulla barca insieme con i miei fagotti di gioielli e di preziosi e tornarono verso la nave, dove il capitano mi disse: &#8221; Come mai un uomo si trovava in quel luogo, su quella montagna, dietro la quale sorge una grande città? Per tutta la vita non ho fatto altro che navigare questi mari e sono passato e ripassato più volte davanti a quelle rocce, eppure non vi ho mai visto alcun essere vivente, fatta eccezione per gli animali selvatici e gli uccelli. &#8221; Io gli ripetei la storia che avevo già raccontato ai marinai, ma non gli dissi nulla di quello che mi era capitato nella città e nella caverna per timore che sulla nave vi fosse qualche isolano. Presi quindi alcune delle perle migliori che avevo con me e le offrii al capitano dicendo: &#8221; Signore, tu mi hai tratto in salvo da quella montagna. lo non ho con me denaro contante, ma ti prego di accettare queste in segno di gratitudine per la tua gentilezza. &#8221; Ma il capitano rifiutò di accettare alcunché da me dicendo: &#8221; Quando troviamo un naufrago sulla costa o su un&#8217;isola lo prendiamo a bordo e gli diamo da mangiare e da bere, e se è nudo lo rivestiamo; ma non accettiamo niente da lui, anzi, quando raggiungiamo un porto sicuro, lo facciamo scendere a terra regalandogli un po&#8217; del nostro denaro e lo trattiamo gentilmente e caritatevolmente per l&#8217;amore di Allah Altissimo. &#8221; Allora io pregai perché la sua vita fosse lunga e felice e mi rallegrai dello scampato pericolo, perché ogni volta che pensavo al momento in cui ero stato calato nella grotta insieme con mia moglie morta non potevo fare a meno di rabbrividire d&#8217;orrore.</p>
<p>Continuammo in tal modo il nostro viaggio, navigando da isola a isola e da mare a mare, fino a che, come volle Allah, arrivammo sani e salvi nella città di Bassora, dove io mi trattenni qualche giorno e proseguii poi per Baghdad. Qui, con grandissimo piacere, ritrovai il mio quartiere e la mia casa e fui subito circondato da familiari e da amici che si rallegrarono con me per la mia salvezza. Rinchiusi nelle mie casse tutto ciò che avevo portato con me, diedi elemosine ai poveri e rivestii le vedove e gli orfani. Poi pensai a godermi la vita tranquillamente. Queste furono le avventure più interessanti del mio quarto viaggio. Ma domani, se vorrete tornare tutti a casa mia, vi racconterò quello che mi accadde nel quinto viaggio, e vi assicuro che si trattò di casi più incredibili e meravigliosi di quelli che avete ascoltato finora.</p>
<p>Dopo di che Sindbad ordinò che venisse servita la cena, e quando tutti ebbero mangiato e bevuto,fece dare, come al solito, cento dinàr a Sindbad il Facchino e tutti se ne andarono per i fatti loro continuando a meravigliarsi di ciò che avevano udito.</p>
<p>Non appena sorse il giorno, Sindbad il Facchino si levò, recitò la preghiera del mattino e si presentò a casa di Sindbad il Marinaio, il quale lo accolse cortesemente e lo fece sedere accanto a sé, fino a che non arrivarono tutti gli altri invitati. Mangiarono, bevvero e chiacchierarono allegramente; quindi il loro ospite cominciò il racconto del</p>
<p>Quinto viaggio di Sindbad il Marinaio</p>
<p>Sappiate, fratelli miei, che dopo essere rimasto per qualche tempo a terra e dopo aver dimenticato, fra gli agi e il benessere, i pericoli e i patimenti sopportati, il mio cattivo genio mi ispirò ancora una volta il desiderio di viaggiare e di vedere isole e paesi stranieri. Perciò, dopo avere acquistato una grande quantità di mercanzie adatte allo scopo e averle fatte imballare, mi trasferii a Bassora dove, nel porto di quella città, vidi una bella nave, nuova di zecca, con tutte le attrezzature in ordine e pronta a prendere il mare. Poiché la nave mi piacque la comprai, vi feci imbarcare le mie merci, reclutai un capitano e una ciurma e feci salire a bordo alcuni miei servi in qualità di ispettori. Presi anche a bordo alcuni mercanti con le loro mercanzie ed essi mi pagarono in denaro sonante il prezzo del passaggio; dopo di che, partimmo tutti felici e contenti augurandoci un viaggio sicuro e buoni guadagni.</p>
<p>Navigammo da un paese all&#8217;altro e da un&#8217;isola all&#8217;altra e da un mare all&#8217;altro, visitando le città e le regioni che toccavamo, vendendo e comperando, fino a che un giorno giungemmo ad una grande isola disabitata, un luogo deserto e desolato nel quale scorgemmo una grossa cupola bianca semisepolta nella sabbia. I mercanti scesero a terra per esaminare quella cupola e io rimasi a bordo; quando essi furono vicini si accorsero che si trattava di un uovo del grande uccello Rukh. Cominciarono a picchiarci sopra con delle pietre, perché ancora non sapevano di che cosa si trattasse, e in breve riuscirono a romperlo e ne uscì subito una grande quantità d&#8217;acqua e poi all&#8217;interno apparve il pulcino del Rukh. Allora essi lo tirarono fuori, lo sgozzarono e misero da parte una grande quantità di carne. lo intanto ero sulla nave e non sapevo quello che stessero facendo, fino a che uno dei passeggeri non venne a riva e mi disse: &#8221; Signore, vieni a vedere l&#8217;uovo, che pensavamo fosse una cupola. &#8221; Allora aguzzai gli occhi e, vedendo i mercanti che stavano picchiando sull&#8217;uovo con delle pietre, gridai loro: &#8221; Fermatevi, fermatevi! Lasciate stare quell&#8217;uovo, altrimenti l&#8217;uccello Rukh ci piomberà addosso, distruggerà la nostra nave e ci ucciderà.&#8221; Ma quelli non mi prestarono attenzione e continuarono a picchiare sull&#8217;uovo; ed ecco allora che l&#8217;aria si fece buia e il sole si oscurò, come se fosse stato nascosto da qualche grossa nuvola di passaggio. Alzammo gli occhi al cielo e vedemmo che non si trattava di una nuvola, ma dell&#8217;uccello Rukh che volava tra noi e il sole.</p>
<p>Quando arrivò sull&#8217;isola e vide l&#8217;uovo rotto, gettò un alto grido, e subito accorse la sua compagna, e tutti e due cominciarono a volteggiare sulla nave emettendo grida sempre più alte. Allora io dissi al capitano e alla ciurma: &#8221; Presto, prendiamo il mare, cerchiamo di salvarci fuggendo, prima che quegli uccelli ci uccidano. &#8221; Così i mercanti corsero a bordo e noi levammo in tutta fretta le ancore cercando di guadagnare il mare aperto. Quando i due Rukh videro questo, si allontanarono in volo e noi spiegammo al vento tutte le vele, sperando di potere uscire dal loro paese; ma ecco che i due uccelli riapparvero di nuovo e si misero a volare sopra di noi, e allora vedemmo che ciascuno di essi portava fra gli artigli un enorme macigno che erano andati a raccogliere fra le montagne. Non appena il Rukh maschio fu giunto sulla nostra verticale, lasciò cadere il suo macigno, ma il capitano della nave, con una brusca virata, riuscì ad evitare di stretta misura il proiettile che cadde in acqua con tale violenza che la nostra nave venne quasi proiettata fuori dei mare e il macigno affondò lasciandoci vedere il fondo dell&#8217;oceano. Allora il Rukh femmina mollò il suo masso, che era più grande di quello del maschio, e poiché il destino aveva decretato così, il proiettile cadde sulla poppa della nave frantumandola e il timone volò in mille pezzi; a cagione di ciò la nave andò a fondo, trascinando con sé nel mare tutto ciò che vi era a bordo. Quanto a me, lottai cercando di rimanere a galla, fino a che Allah Onnipotente non mi mise fra le mani una tavola della nave, sulla quale salii a cavalcioni, e cominciai a navigare aiutandomi con i piedi che usavo a mo&#8217; di remo.</p>
<p>Ora, la nave era affondata vicino ad un&#8217;isola, in mezzo all&#8217;oceano, e i venti e le onde, col permesso dell&#8217;Altissimo, mi gettarono, quando ormai ero allo stremo, sulle spiagge di quell&#8217;isola. Colui che approdò su quelle rive era più un cadavere ambulante che un uomo vivo; mi gettai a terra sfinito e rimasi così disteso fino a che non ebbi riacquistato un po&#8217; di forze. Poi mi alzai e cominciai a girare per l&#8217;isola e mi accorsi che era simile ai giardini del paradiso. Vi erano alberi lussureggianti carichi di frutta matura, ruscelli dall&#8217;acqua chiara e cristallina, fiori bellissimi e profumati e uccelli in quantità che, cinguettando, cantavano le lodi di Colui che è Onnipotente ed Eterno. Mangiai quella frutta e bevvi l&#8217;acqua dei ruscelli fino a che non ebbi soddisfatta la fame e placata la sete, dopo di che mi sedetti ringraziando l&#8217;altissimo e lodando la Sua misericordia. Calò la sera e ancora non avevo udito voci né visto esseri umani. Stroncato dalla paura e dalla fatica, dormii come un sasso per tutta la notte e al mattino mi alzai e ricominciai a camminare fra gli alberi. Alla fine arrivai in un posto dove c&#8217;era una noria, nei pressi di un ruscello e accanto a questa noria vidi seduto un vecchio dall&#8217;aspetto venerabile, il quale portava intorno ai fianchi un gonnellino fatto con foglie di palma. &#8221; Forse. &#8221; pensai, &#8221; questo sceicco è scampato anch&#8217;egli ad un naufragio ed è capitato per caso sull&#8217;isola. &#8221; Così mi avvicinai e lo salutai, ed egli mi restituì il saluto, ma esprimendosi con i gesti e senza dire una parola; allora gli dissi: &#8221; Nonno, perché stai seduto qui? &#8221; Lui scosse la testa mugolando e fece dei cenni con le mani come per dire: &#8221; Prendimi sulle spalle e portami dall&#8217;altra parte del ruscello. &#8221; Pensai che mi conveniva essere gentile con quel vecchio, il quale forse poteva essere paralitico, e allora l&#8217;aiutarlo mi avrebbe fruttato una ricompensa in cielo. Così lo presi sulle spalle, lo portai nel luogo che mi aveva indicato e gli dissi: &#8221; Adesso puoi scendere. &#8221; Ma quello non solo non volle. scendere, ma anzi mi strinse le gambe intorno al collo, e allora mi accorsi che le aveva nere e rugose come la pelle del bufalo. A veder ciò cominciai a preoccuparmi e cercai di scuotermi di dosso quel vecchio. Ma più lo scuotevo e più quello mi serrava il collo con le gambe, fino a che cominciai a vedere tutto nero. mi sentii soffocare e caddi a terra privo di sensi. Non per questo il vecchio mollò la presa; cominciò invece a picchiarmi sulle spalle e sulla schiena con quelle sue gambe che erano dure e facevano male come un nerbo di palma. Per sottrarmi a tanto dolore fui costretto ad alzarmi di nuovo e allora il vecchio mi accennò con la mano che lo portassi vicino agli alberi che avevano i frutti migliori, e se non ubbidivo o ero lento a obbedire, quello mi picchiava con i piedi facendomi più male che se mi avesse frustato. Tenendolo sempre così sulle spalle, dovevo correre a destra e a sinistra, dovunque egli mi accennasse, e insomma ero come un suo schiavo. Il vecchio non smontava mai dalle mie spalle, sulle quali orinava e faceva tutti i suoi bisogni. Quando voleva dormire mi stringeva forte le gambe intorno al collo e si addormentava per un poco; poi, appena sveglio, cominciava a darmi grandi colpi sulla schiena, e allora io dovevo alzarmi subito e cominciare a trasportarlo di qua e di là. lo non osavo contraddirlo per timore di essere picchiato, ma mi pentivo amaramente di avere avuto compassione di lui e non facevo che ripetermi: &#8221; Ho cercato di far del bene a quest&#8217;uomo e sono stato ripagato con il male; per Allah, in vita mia non renderò mai più un servizio a un uomo! &#8221; Un giorno che me ne andavo in giro per l&#8217;isola, sempre con quell&#8217;accidente sulle spalle, capitai in un luogo pieno di zucche, alcune delle quali erano secche. Raccolsi la più grande delle zucche secche, la vuotai per bene, quindi da una vite colsi dei grappoli d&#8217;uva, li spremetti fino a riempirne la zucca, che richiusi e lasciai al sole per qualche giorno fino a che il succo diventò un vino fortissimo. Presi l&#8217;abitudine di bere quel vino che mi sosteneva e mi aiutava a sopportare la fatica e spesso, quando ero un po&#8217; ebbro, dimenticavo i miei guai e mi sembrava quasi di essere felice.</p>
<p>Un giorno il vecchio, vedendomi bere a quella zucca, mi chiese a cenni che cosa fosse. &#8221; Questo &#8221; dissi io &#8221; è un eccellente cordiale che rallegra il cuore e anima lo spirito. &#8221; Così, essendo un po&#8217; brillo per il vino bevuto, cominciai a correre e a ballare fra gli alberi, battendo le mani e cantando, mentre il vecchio mi stava sempre a cavalcioni sulle spalle. Quando ebbe visto gli effetti di quella bevanda, il vecchio mi fece cenno che voleva bere anche lui, e io, per timore dei suoi colpi, gli passai la zucca. Gli piacque tanto che si scolò tutta la zucca; ma il vino gli diede alla testa e cominciò a dimenarsi sulle mie spalle battendo le mani e agitandosi tutto, fino a che sentii che i muscoli delle sue membra si rilassavano ed egli cominciava a vacillare. Quando mi accorsi che era completamente ubriaco, scostai le gambe che teneva strette intorno al mio collo e lo gettai a terra, Poi afferrai una grossa pietra che trovai vicino a un albero e con quella lo colpii più volte sulla testa, finché non gli ebbi schiacciato il cranio e la carne e il sangue formarono un&#8217;unica poltiglia. Così mori quel vecchiaccio; che Allah non abbia misericordia di lui!</p>
<p>Rimasi parecchi giorni su quell&#8217;isola con il cuore più tranquillo, mangiando frutti e bevendo l&#8217;acqua dei ruscelli, e non perdendo mai di vista il mare, sul quale speravo sempre di vedere apparire, un giorno o l&#8217;altro, una nave. E difatti ecco che un bel giorno, mentre me ne stavo sulla spiaggia, vidi un vascello che puntò diritto verso l&#8217;isola, e giunto in prossimità della costa gettò l&#8217;ancora. I passeggeri scesero subito a terra; io corsi verso di loro e quelli, non appena mi videro, mi si fecero intorno e cominciarono a interrogarmi sui casi miei e sulle ragioni della mia permanenza in quell&#8217;isola. Il racconto di tutto quello che mi era capitato li riempì di meraviglia e dissero: &#8221; Sappi, o fortunato, che colui il quale ti cavalcava era chiamato lo sceicco al-Bàr, ossia il Vecchio del Mare, e che non v&#8217;è uomo sulla faccia della terra che abbia avuto le sue gambe intorno al collo e sia tornato vivo a raccontare l&#8217;avventura. Sia dunque lodato Allah per la tua salvezza! &#8221; Ciò detto mi offrirono da mangiare e mi diedero delle vesti per coprire le mie nudità; quindi mi portarono con loro sulla nave e navigammo giorni e giorni, notti e notti, fino a che il destino volle condurci in un luogo chiamato la Città delle Scimmie. Le case di questa città erano altissime e tutte affacciate sul mare e vi era una sola porta molto pesante e rinforzata con borchie di ferro.</p>
<p>Ora bisogna sapere che gli abitanti di questa città ogni sera, come sopraggiungeva il crepuscolo, uscivano dalla porta, salivano su barche e navi e passavano la nottata in mare per paura che le scimmie calassero giù dalla montagna. Sentendo questa storia, io mi turbai, perché rammentai quello che io stesso avevo patito per causa delle scimmie. Decisi di scendere a terra per distrarmi visitando la città; ma mentre così facevo la nave su cui ero imbarcato spiegò le vele e partì senza di me. Quando mi accorsi di questo fatto, cominciai a piangere e a lamentarmi, finché un tale del luogo mi si avvicinò e mi disse: &#8221; Signore, se non sbaglio tu sei straniero da queste parti. &#8221; &#8221; Sì, &#8221; risposi, &#8221; sono straniero ed anche uno straniero sfortunato perché la nave con cui ero arrivato qui è partita mentre io ero in città e mi ha lasciato a terra. &#8221; Allora quello mi disse: &#8221; Vieni, imbarcati con noi, perché se rimani durante la notte in città le scimmie ti faranno a pezzi. &#8221; &#8221; Ascolto e obbedisco, &#8221; risposi. E m&#8217;imbarcai con lui su un battello che venne spinto a circa un miglio dalla costa dove fu ancorato e dove passammo la notte. Allo spuntar del giorno tornarono tutti verso la città, sbarcarono e ognuno se ne andò per i fatti suoi. E questo traffico lo facevano tutte le sere, perché se qualcuno fosse rimasto in città le scimmie gli sarebbero piombate addosso e lo avrebbero sbranato. Non appena si faceva giorno le scimmie se ne andavano e, dopo aver mangiato la frutta nei giardini, tornavano sulle montagne dove dormivano fino al cader della sera, allorché scendevano di nuovo in città.</p>
<p>La città si trovava nella parte estrema del paese dei negri ed una delle cose più strane che mi accaddero durante la mia permanenza colà fu la seguente. Uno di quelli con cui passavo la notte in barca mi chiese: &#8221; Signore, se non sbaglio tu sei straniero in questo paese; sai fare qualche mestiere? &#8221; E io gli risposi: &#8221; Per Allah, fratello mio, io non conosco nessun mestiere, perché al mio paese facevo il mercante e vivevo sul mio: avevo una nave di mia proprietà e magazzini pieni di mercanzie. Purtroppo la nave è affondata in mare ed io mi sono salvato per miracolo grazie alle protezione di Allah! &#8221; Allora quello mi diede una bisaccia di cotone dicendomi: &#8221; Prendi questa bisaccia, riempila di ciottoli e va&#8217; con la gente del posto: io dirò che ti accompagnino e che abbiano cura di te. Fa&#8217; come fanno loro e forse col tempo riuscirai a guadagnare quanto basterà per pagarti il viaggio di ritorno in patria. &#8221; Ciò detto mi accompagnò sulla riva del mare, dove io riempii la bisaccia di ciottoli; ed ecco che vedemmo uscire dalla città un gruppo di persone, tutte munite di bisacce come la mia. Allora egli mi raccomandò a quella gente dicendo: &#8221; Quest&#8217;uomo è uno straniero prendetelo con voi e insegnategli come si fa la raccolta, così che egli possa guadagnarsi il pane e voi una ricompensa in cielo. &#8221; &#8221; Lo faremo per la nostra testa e per i nostri occhi! &#8221; risposero quelli, e mi diedero il benvenuto. Quindi mi portarono in un&#8217;ampia valle, dove crescevano alberi altissimi dai tronchi così lisci che sarebbe stato impossibile arrampicarvici.</p>
<p>Addormentate per terra c&#8217;erano molte scimmie, le quali non appena ci videro fuggirono arrampicandosi sugli alberi; allora i miei compagni cominciarono a tirare addosso alle scimmie i ciottoli che avevano nelle bisacce e le scimmie, per tutta risposta, si diedero a staccare i frutti che erano in cima agli alberi e a scagliarli contro di noi. Guardai bene e vidi che i frutti che le scimmie ci tiravano erano noci indiane o noci di cocco; allora mi scelsi un grande albero pieno di scimmie e cominciai anch&#8217;io a tirare sassi mentre le scimmie mi rispondevano gettandomi le noci, che io raccolsi come facevano gli altri; così, ancor prima di aver finito la mia riserva di. sassi, avevo raccolto una grande quantità di noci. Quindi tornammo in città e io mi recai subito dall&#8217;uomo che mi aveva presentato ai raccoglitori di noci e gli diedi tutto quello che avevo ringraziandolo per la sua cortesia; ma quello non volle accettare nulla e mi disse: &#8221; Vendi queste noci e mettine a frutto il guadagno. &#8221; Poi mi diede le chiavi della dispensa e mi disse di riporci le noci che mi rimanevano e mi consigliò di andare ogni giorno a fare la raccolta, di vendere subito le noci meno buone e di mettere da parte le altre; forse così, a suo parere, avrei potuto un giorno avere abbastanza denaro da poter tornare in patria. &#8221; Che Allah ti ricompensi! &#8221; gli dissi io, e feci come mi aveva detto.</p>
<p>Le cose continuarono così per un bel pezzo, finché mi trovai ad avere immagazzinate molte noci e ad aver guadagnato molto denaro con quelle che avevo venduto. Ora accadde che un giorno una nave entrò nel porto di quella città e i mercanti scesero a terra e cominciarono a comperare e vendere. Allora io mi recai dal mio benefattore e gli dissi di quella nave che era arrivata e che avrei voluto ritornare in patria. &#8221; Fa&#8217; come credi, &#8221; rispose lui. Io lo ringraziai per tutto il bene che mi aveva fatto e presi congedo da lui. Mi accordai con il capitano sul prezzo del passaggio, quindi feci caricare a bordo tutte le mie noci di cocco e quant&#8217;altro possedevo.</p>
<p>In quello stesso giorno salpammo le ancore e navigammo di isola in isola e di mare in mare, e dovunque ci fermassimo io vendevo e barattavo le mie noci di cocco e l&#8217;Onnipotente mi ripagò di tutto ciò che avevo perduto in precedenza. Fra l&#8217;altro giungemmo in un&#8217;isola dove abbondavano i chiodi di garofano, il cinnamomo e il pepe; e la gente del posto mi disse che accanto ad ogni pianta di pepe cresce una grande foglia che la ripara dal sole durante la stagione calda e dall&#8217;acqua durante la stagione umida; e poi, quando la pioggia è cessata, la foglia avvizzisce e cade a terra accanto alla pianta di pepe. Qui io feci grandi provviste di pepe, di chiodi di garofano e cinnamomo in cambio di noci di cocco; e poi passammo nell&#8217;isola di Alusirat, da dove viene il legno di aloe, e di qua ad un&#8217;altra isola, distante cinque giorni di viaggio, dove cresce il legno di Cina che è ancor meglio di quello di aloe. Infine giungemmo nelle acque dove si pescano le perle ed io diedi ai pescatori un certo numero di noci di cocco dicendo loro: &#8221; Tuffatevi e pescate secondo la mia fortuna! &#8221; Ed essi così fecero e portarono su dal profondo del mare molte perle grandi e preziose dicendomi: &#8221; Per Allah, padrone, questa sì che si chiama fortuna! &#8220;.</p>
<p>Poi spiegammo di nuovo le vele e con la benedizione di Allah (il Suo nome sia sempre esaltato) non cessammo di navigare finché arrivammo felicemente a Bassora. Là mi trattenni qualche giorno quindi proseguii per Baghdad ed entrai nel mio quartiere e ritrovai la mia casa e gli amici e i parenti che si rallegrarono con me. Feci poi l&#8217;inventario di tutto ciò che avevo riportato da questo viaggio, distribuii elemosine, beneficai vedove ed orfani e feci dei regali agli amici e ai parenti. Perché il Signore mi aveva ridato ciò che avevo perduto.</p>
<p>Quando ebbe finito di raccontare, Sindbad il Marinaio si volse a Sindbad il Facchino e gli disse: &#8221; Ora sai anche tu quante pene e quante traversie mi è costata la presente agiatezza. &#8221; Allora Sindbad il Facchino si vergognò e disse: &#8221; Signore, non prendertela con me per quello che ho detto. Riconosco che sono stato sciocco e avventato. &#8221; Poi Sindbad il Marinaio ordinò che venissero portati cibi e bevande e tutti mangiarono e bevvero a sazietà intrattenendosi a conversare piacevolmente. Alla fine il padrone di casa ordinò che venissero dati cento dinàr d&#8217;oro a Sindbad il Facchino e gli disse: &#8221; Tu sei mio amico e questa casa è aperta a te in ogni momento. Se avrai bisogno di qualche cosa, o se ti piacerà di rallegrarci con la tua compagnia, sarai sempre il benvenuto, perché noi siamo come due fratelli. &#8221; E così vissero serenamente in grande amicizia, fino a che giunse Colei che cancella le gioie, che divide gli amici, che spopola i palazzi e popola le tombe. Sia lode a Colui che non muore!</p>
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		<title>Arabian Nights: The Fourth Voyage of Sindbad</title>
		<link>http://www.dubaiblog.it/index.php/2009/12/23/dubai-blog-arabian-nights-the-fourth-voyage-of-sindbad/</link>
		<comments>http://www.dubaiblog.it/index.php/2009/12/23/dubai-blog-arabian-nights-the-fourth-voyage-of-sindbad/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 21:57:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nico de Corato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;On the eighth day I came to the seashore; here I saw some white people employed in gathering pepper, which grew very plentifully in that place. They came towards me as soon as they perceived me, and asked me in Arabic from whence I came.
&#8220;Delighted to hear my native language once more, I readily satisfied their curiosity.
&#8220;I remained with them until they had collected as much pepper as they chose to gather. They made me embark with them in the vessel which had conveyed them, and we soon reached another island, from whence they had come. My deliverers presented me to their king, who was a good prince. He had the patience to listen to the recital of my adventures, which astonished him; and he ordered me some new clothes, and desired I might be taken care of. This island was very populous, and abounded in all sorts of articles ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;On the eighth day I came to the seashore; here I saw some white people employed in gathering pepper, which grew very plentifully in that place. They came towards me as soon as they perceived me, and asked me in Arabic from whence I came.</p>
<p>&#8220;Delighted to hear my native language once more, I readily satisfied their curiosity.</p>
<p>&#8220;I remained with them until they had collected as much pepper as they chose to gather. They made me embark with them in the vessel which had conveyed them, and we soon reached another island, from whence they had come. My deliverers presented me to their king, who was a good prince. He had the patience to listen to the recital of my adventures, which astonished him; and he ordered me some new clothes, and desired I might be taken care of. This island was very populous, and abounded in all sorts of articles for commerce. The pleasantness of my new quarters began to console me for my misfortunes, and the kindness of this generous prince made me completely happy. Indeed, I appeared to be his greatest favourite.</p>
<p>&#8220;I remarked one thing which appeared to me very singular; every one, the king not excepted, rode on horseback without saddle, bridle, or stirrups. Ione day took the liberty to ask his majesty why such things were not used in his city; he replied that he had never heard of the things of which I spoke.</p>
<p>&#8220;I immediately went to a workman, and gave him a model from which to make the tree of a saddle. When he had executed his task, I myself covered the saddle-tree with leather, richly embroidered in gold, and stuffed it with hair. I then applied to a locksmith, who made me a bit and some stirrups also, according to the patterns I gave him.</p>
<p>&#8220;When these articles were completed, I presented them to the king, and tried them on one of his horses: the prince then mounted his steed, and was so pleased with its accoutrements, that he testified his approbation by making me considerable presents. I was then obliged to make several saddles for his ministers and the principal officers of his household, who all rewarded me with very rich and handsome gifts. I also made some for the wealthiest inhabitants of the town, by which I gained great reputation and credit.</p>
<p>&#8220;As I constantly attended at court, the king said to me one day: &#8216;Sindbad, I love you; and I know that all my subjects who have any knowledge of you entertain a high regard for you. I have one request to make, which you must not deny me.&#8217; &#8216;O king,&#8217; replied I, &#8216;there is nothing your majesty can command which I will not perform, to prove my obedience to your orders. Your power over me is absolute.&#8217; &#8216;I wish you to marry,&#8217; resumed the prince, &#8216; that you may have a tender tie to attach you to my dominions, and prevent you returning to your native country.&#8217; As I did not dare to refuse the king&#8217;s offer, he bestowed on me in marriage a lady of his court who was noble, beautiful, rich, and accomplished. After the ceremony of the nuptials I took up my abode in the house of my wife, and lived with her for some time in perfect harmony. Nevertheless I was discontented with my situation, and designed to make my escape at the first convenient opportunity, and return to Bagdad.</p>
<p>&#8220;While I was thus meditating an escape, the wife of one of my neighbours, with whom I was very intimate, fell sick and died. I went to console the widower, and finding him in the deepest affliction, I said to him: &#8216;May God preserve you, and grant you a long life.&#8217; &#8216;Alas!&#8217; replied he, &#8216;I have only one hour to live.&#8217; &#8216;Oh,&#8217; resumed I, &#8216; do not suffer such dismal ideas to take possession of your mind; I hope that I shall enjoy your friendship for many years.&#8217; &#8216;I wish with all my heart,&#8217; said he, &#8216;that your life may be of long duration. As for me, the die is cast, and this day I shall be buried with my wife: such is the custom which our ancestors have established in this island, and which is still inviolably observed; the husband is interred alive with his dead wife, and the living wife with the dead husband. Nothing can save me, and every one submits to this law.&#8217;</p>
<p>&#8220;Whilst he was relating to me this singularly barbarous custom, the bare idea of which filled me with terror, his relations, friends, and neighbours came to make arrangements for the funeral. They dressed the corpse of the woman in the richest attire, as on the day of her nuptials, and decorated her with all her jewels. They then placed her on an open bier, and the procession set out. The husband, dressed in mourning, went immediately after the body of his wife, and the relations followed. They bent their course towards a high mountain, and when they had reached the summit, a large stone was raised which covered a deep pit, and the body was let down into the pit in all its sumptuous apparel and ornaments. Thereupon the husband took his leave of his relations and friends, and without making any resistance suffered himself to be placed on a bier, with a jug of water and seven small loaves by his side; he was then let down into the pit as his wife had been. This mountain extended to a great distance, reaching even to the seashore, and the pit was very deep. When the ceremony was ended the stone was replaced and the company retired. I need scarcely tell you that I was particularly affected by this ceremony. I could not avoid telling the king my sentiments on this subject. ‘O king,&#8217; said I, &#8216;I cannot express my astonishment at the strange custom which exists in your dominions, of interring the living with the dead; in the whole course of my travels I never heard of so cruel a decree.&#8217; &#8216;What can I do, Sindbad?&#8217; replied the king, &#8216;it is a law common to all ranks, and even I submit to it. I shall be interred alive with the queen my consort, if she happens to die first.&#8217; &#8216;Will your majesty allow me to ask,&#8217; resumed I, &#8216;if strangers are obliged to conform to this custom?&#8217; &#8216;Certainly,&#8217; said the king, ‘they are not exempt when they marry in the island.&#8217;</p>
<p>&#8220;I returned home thoughtful and sad. The fear that my wife might die before me, and that I must be interred with her, distressed me beyond measure. I soon had good reason to fear: she was taken dangerously ill and died in a few days. To be buried alive appeared to me as horrible a fate as being devoured by the anthropophagi; yet I was obliged to submit. The king, accompanied by his whole court, proposed to honour the procession with his presence; and the principal inhabitants of the city also, out of respect to me, were present at my interment.</p>
<p>&#8220;When all was in readiness for the ceremony, the corpse of my wife, decorated with her jewels, and dressed in her most magnificent clothes, was placed on a bier, and the procession set out. As the chief mourner in this dreadful tragedy, I followed the body of my wife, my eyes full of tears, and deploring my miserable destiny. Before we arrived at the mountain I made an appeal to the compassion of the spectators. I first addressed myself to the king, then to the courtiers who were near me, and entreated them to have pity on me. &#8216; Consider,&#8217; said I, &#8216;that I am a stranger, who ought not to be subject to your rigorous law, and that I have another wife and children in my own country.&#8217; I pronounced these words in a heartrending tone, but no one seemed moved; on the contrary, the spectators hastened to deposit the corpse in the pit, and soon after I was let down also on another bier, with a jug of water and seven loaves. At last, this fatal ceremony being completed, they replaced the stone over the mouth of the cave, notwithstanding my piteous lamentation.</p>
<p>&#8220;As I approached the bottom of the pit, I discovered by the little light that shone from above the nature of this subterranean abode. It was a vast cavern, and might be about fifty cubits deep. I soon smelt an insupportable stench, which arose from the mouldering corpses, that were strewed around. I even fancied I heard the last sighs of some miserable wretches who had lately fallen victims to this inhuman law. So soon as the bier stopped at the bottom of the cave I stepped from it to the ground, and stopping my nostrils, went to a distance from the dead bodies. I threw myself on the ground, where I remained a long time, and gave way to the most violent grief. Nevertheless, I did not call on death to release me from this habitation of horror; the love of life still glowed within me, and induced me to seek to prolong my days. I felt my way to the bier on which I had been placed; and notwithstanding the intense darkness which prevailed, I found my bread and water, and ate and drank of it. I lived for some days on my provisions, but as soon as they were exhausted I prepared to die. I had become resigned to my fate, when suddenly I heard the stone above me raised. A corpse and a living person were let down. The deceased was a man. It is natural to have recourse to violent means to preserve life when a man is reduced to the last extremity. While the woman was descending, I approached the spot where her bier was to be placed, and when I perceived that the aperture by which she had been lowered was closed, I gave the unhappy creature two or three heavy blows on the head with a large bone. She was stunned, or, to say the truth, I killed her, committing this inhuman action to obtain the bread and water which had been allowed her. I had now provisions for some days. At the end of that time a dead woman and her living husband were let down into the pit. I killed the man as I had slain the woman; and as at that time there happened, fortunately for me, to be a great mortality in the city, I was not in want of food, always obtaining my supplies by the same cruel means.</p>
<p>&#8220;One day, when I had just put an end to an unfortunate woman, I heard footsteps, and a sound like breathing. I advanced in the direction from whence the sound proceeded. I heard a louder breathing at my approach, and I fancied I saw something fleeing from me. I followed the flying shadow, which occasionally stopped and then again retreated panting as I drew near. I pursued it so long, and went so far, that at last I perceived a small speck of light resembling a star. I continued to walk towards this light, till I arrived at an opening in the rock large enough to allow me to pass.</p>
<p>&#8220;At this discovery I stopped for some time to recover from the violent emotion occasioned by my rapid chase; then passing through the crevice, I found myself on the seashore. You may imagine the excess of my joy; it was so great, I could scarcely persuade myself that my imagination did not deceive me. When I became convinced that it was a reality, and that my senses did not play me false, I perceived that the thing which I had heard pant, and which I had followed, was an animal that lived in the sea, and was accustomed to go into that cave to devour the dead bodies.</p>
<p>&#8220;I returned to the cave to collect from the different biers all the diamonds, rubies, pearls, golden bracelets, in short, everything of value on which I could lay my hands in the dark, and I brought all my plunder to the shore. I tied it up in several packets with the cords which had served to let down the biers, of which there were many lying around. I left my goods in a convenient place, till a proper opportunity should offer for conveying them away.</p>
<p>&#8220;At the end of two or three days I perceived a vessel just sailing out of the harbour, and passing by the spot where I was. I made signals with my turban, and cried aloud with all my strength. They heard me on board, and despatched the boat to fetch me. When the sailors inquired by what misfortune I had got in that place, I replied that I had been wrecked two days since on that shore, with all my merchandise. Fortunately for me these people did not stop to consider whether my story was probable, but, satisfied with my answer, they took me into the boat with my bales.</p>
<p>&#8220;When we had reached the vessel the captain never thought of doubting the tale of the wreck.</p>
<p>&#8220;At length I arrived happily at Bagdad, with immense riches. To show my gratitude to Heaven for the mercies shown me, I spent a great deal in charity, giving money for the support of the mosques and for the relief of the poor. I then entirely gave myself up to the society of my relations and friends, and passed my time in feasting and entertainments.&#8221;</p>
<p>Sindbad here concluded the relation of his fourth voyage. He repeated his present of a hundred sequins to Hindbad, whom he requested, with the rest of the company, to return on the following day to dine, and hear the story of his fifth voyage. The next day, when all were assembled, they sat down to table; and at the conclusion of the repast, Sindbad began the account of his fifth voyage..</p>
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		<title>Dalle Mille e una Notte: Il Terzo Viaggio di Sinbad il Marinaio</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Dec 2009 22:05:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>follyx</dc:creator>
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Come vi dicevo ieri, tornai dal secondo viaggio felice per lo scampato pericolo e ancor più ricco di quando ero partito, perché Allah mi aveva concesso di guadagnare tanto denaro da poter compensare gli averi che avevo perduto. Rimasi così per qualche tempo nella città di Baghdad, godendomi l&#8217;agiatezza e la felicità, fino a quando l&#8217;animo mio fu di nuovo preso dal desiderio di viaggi e di avventure ed altro il mio cuore non desiderò se non d&#8217;intraprendere nuovi traffici e di guadagnare altro denaro. Perché il nostro cuore è così fatto che sempre ci sprona verso il male. Presa la mia decisione, misi insieme una grande quantità di merci e mi recai a Bassora, dove trovai nel porto una bella nave pronta a salpare, con la ciurma al completo e numerosi mercanti, uomini stimati e ricchi. Mi imbarcai con loro e spiegammo le vele augurandoci l&#8217;un l&#8217;altro, con la ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1561" title="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand" src="http://www.dubaiblog.it/wp-content/uploads/2009/12/fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand3.jpg" alt="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand" width="620" height="280" /></p>
<p>Come vi dicevo ieri, tornai dal secondo viaggio felice per lo scampato pericolo e ancor più ricco di quando ero partito, perché Allah mi aveva concesso di guadagnare tanto denaro da poter compensare gli averi che avevo perduto. Rimasi così per qualche tempo nella città di Baghdad, godendomi l&#8217;agiatezza e la felicità, fino a quando l&#8217;animo mio fu di nuovo preso dal desiderio di viaggi e di avventure ed altro il mio cuore non desiderò se non d&#8217;intraprendere nuovi traffici e di guadagnare altro denaro. Perché il nostro cuore è così fatto che sempre ci sprona verso il male. Presa la mia decisione, misi insieme una grande quantità di merci e mi recai a Bassora, dove trovai nel porto una bella nave pronta a salpare, con la ciurma al completo e numerosi mercanti, uomini stimati e ricchi. Mi imbarcai con loro e spiegammo le vele augurandoci l&#8217;un l&#8217;altro, con la benedizione e l&#8217;aiuto di Allah Onnipotente, di poter viaggiare sicuri e tornare a casa prosperi e in buona salute.</p>
<p>In effetti il nostro viaggio cominciò sotto i migliori auspici : viaggiammo da un mare all&#8217;altro, da un&#8217;isola all&#8217;altra, da una città all&#8217;altra, comprando e vendendo in ogni porto in cui scendevamo, visitando i luoghi e istruendoci sulle cose nuove che vedevamo. Fino a che un giorno, mentre navigavamo in alto mare là dove le onde cozzano l&#8217;una contro l&#8217;altra, vedemmo il capitano della nave, che se ne stava sul ponte intento a scrutare l&#8217;oceano in tutte le direzioni, lanciare un gran grido e darsi degli schiaffi in faccia, e strapparsi i peli della barba e stracciarsi i vestiti e ordinare all&#8217;equipaggio di ammainare le vele e di gettare le ancore. Noi gli chiedemmo: &#8221; Padrone, cos&#8217;è che non va? &#8221; &#8221; Sappiate, fratelli miei, che Allah vi preservi, che il vento ci ha preso la mano e ci ha portato fuori dalla nostra rotta in mezzo all&#8217;oceano; e il destino, per nostra disgrazia, ha voluto che giungessimo sul Monte delle Scimmie, un luogo dal quale nessuno è mai tornato vivo; qualcosa in cuore mi dice che siamo tutti perduti. &#8221; Aveva appena finito di pronunciare queste parole che le scimmie ci furono addosso, numerose come una torma di cavallette, mentre altre invadevano la spiaggia dell&#8217;isola gettando urla che ci facevano gelare il sangue. Queste scimmie erano creature spaventevoli e selvatiche, coperte di pelo nero, piccole (non erano più alte di quattro Capanne), con gli occhi gialli e le facce nere. Nessuno conosce il loro linguaggio né sa a quale razza appartengano, ed esse odiano la vicinanza degli uomini. A causa del loro numero, noi avevamo paura di scacciarle con i bastoni, perché pensavamo che se ne avessimo colpita o uccisa qualcuna le altre ci sarebbero piombate addosso e ci avrebbero dilaniato. Rimanemmo così impietriti lasciando che facessero quello che volevano. Le scimmie, che erano salite a bordo, ruppero i cavi dell&#8217;ancora e tutte le gomene della nave, così che questa, sbattuta dal vento, andò ad arenarsi sulla spiaggia dell&#8217;isola. Allora esse afferrarono mercanti e passeggeri e li gettarono a terra; quindi, impadronitesi delle nostre mercanzie, si allontanarono con la nave andando chissà dove. Rimanemmo così abbandonati su quell&#8217;isola, cibandoci con i frutti che trovavano e con le erbe dei campi e bevendo l&#8217;acqua dei ruscelli, fino a che un giorno scorgemmo nell&#8217;interno dell&#8217;isola quella che sembrava essere una casa abitata. Ci dirigemmo subito da quella parte e quando fummo più vicini vedemmo che si trattava di un castello, circondato da spesse mura, nelle quali si apriva una porta a due battenti di legno d&#8217;ebano. Poiché la porta era aperta, entrammo e ci trovammo in un grande spiazzo, tutt&#8217;intorno al quale si aprivano altissime porte, anch&#8217;esse aperte, mentre a un&#8217;estremità scorgemmo una grande panca di pietra con accanto bracieri e arnesi da cucina e tutt&#8217;intorno numerose ossa. Non _vedemmo però nessuno degli abitanti del castello e di ciò ci meravigliammo moltissimo. Ci sedemmo nello spiazzo del castello e, per la gran stanchezza, ci addormentammo subito. Dormimmo fino al tramonto del sole, quando fummo risvegliati di soprassalto sentendo la terra che tremava sotto di noi e nell&#8217;aria il boato di un tuono. Alzammo gli occhi al cielo e vedemmo scendere verso di noi, dall&#8217;alto del castello, una creatura enorme in sembianze d&#8217;uomo, nera di pelle, alta come una palma da datteri, con gli occhi come tizzoni ardenti, zanne simili a quelle dei cinghiali e una bocca grande come la; vera d&#8217;un pozzo. Le labbra, simili a quelle d&#8217;un cammello, gli penzolavano giù fin sul petto; le orecchie erano due sventole enormi che arrivavano fino alle spalle, mentre le unghie delle, mani parevano artigli di leone. Quando vedemmo questo orribile gigante, ci sentimmo venir meno e rimanemmo impietriti dalla paura. Giunto nello spiazzo, il gigante si sedette per un po&#8217; sulla panca, poi si alzò, si avvicinò a noi e mi prese per un braccio scegliendo me fra tutti i &#8216; miei compagni mercanti. Mi prese in mano e cominciò a girarmi e rigirarmi, tastandomi come fa il macellaio quando sceglie una pecora da scannare, ed io in mano sua ero appena un bocconcino. Tuttavia dovette trovarmi non abbastanza grasso per i suoi gusti perché, dopo avermi esaminato ben bene, mi lasciò andare e prese un altro, con il quale fece la stessa cosa e così, uno dopo l&#8217;altro, ci prese e ci tastò tutti quanti fino a che non arrivò al capitano della nave. Questi era un pezzo d&#8217;uomo robusto e bene in carne e piacque al gigante, il quale lo afferrò, come fa il beccaio con la pecora, lo gettò a terra, poi gli pose un piede sul collo e glielo spezzò. Quindi prese uno spiedo, lo infilò nel sedere del capitano, e glielo fece uscire dalla testa, poi accese un bel fuoco, vi pose sopra lo spiedo e continuò a girarlo finché la carne non fu cotta. Quando il capitano fu ben rosolato, lo tolse dal fuoco e dallo spiedo, se lo mise davanti e cominciò a spezzarlo, come facciamo noi con una pollastra, strappando la carne con le unghie e mangiandosela. Si mangiò così tutto il capitano, spolpando ben bene le ossa che gettò da una parte; poi, ben sazio, si sdraiò sulla panca e si addormentò mettendosi a russare che sembrava un montone sgozzato. Quando spuntò il giorno si alzò e se ne andò per i fatti suoi.</p>
<p>Appena fummo certi che se ne fosse andato, cominciammo a parlare fra di noi, piangendo e compatendoci per la nostra sorte, e dicendo: &#8221; Volesse il cielo che fossimo annegati o che ci avessero sbranati le scimmie! Sarebbe stato sempre meglio che finire arrostiti sui carboni; questa, per Allah, è una morte ben disgraziata e orribile! Ma quello che Allah vuole deve avvenire e non vi è maestà e potenza se non in lui, il Glorioso, il Grande! Ormai non v&#8217;è dubbio, faremo una fine miserevole e nessuno saprà nulla di noi; da questo luogo non riusciremo mai a fuggire. &#8221; Poi ci alzammo e cominciammo a vagare per l&#8217;isola, cercando un posto dove nasconderci o una via di scampo. Ma non era la morte che ci spaventava, bensì il fatto di finire arrosto e di essere mangiati. Purtroppo non riuscimmo a trovare alcun nascondiglio, e così a sera tornammo al castello e ci sedemmo nello spiazzo, mezzi morti di paura. Ed ecco che sentimmo tremare la terra ed arrivò il gigante nero il quale, come aveva fatto la sera innanzi, si avvicinò a noi e prese a tastarci fino a che trovò uno che gli parve abbastanza grasso e fece con lui quello che aveva fatto col capitano il giorno prima. E dopo che ebbe mangiato si sdraiò sulla panca e, si addormentò mettendosi a russare. E all&#8217;alba del giorno dopo si alzò e se ne andò per le sue faccende. Quando fummo rimasti soli, ci raccogliemmo in circolo e cominciammo a parlare, e uno di noi disse: &#8221; Per Allah, sarebbe meglio se ci gettassimo in mare e annegassimo, piuttosto che morire arrostiti; perché questa è una morte abominevole! &#8221; E un altro soggiunse: &#8221; Ascoltate le mie parole! Dovremmo trovare il modo di ucciderlo. Solo così potremo liberarci di questa minaccia e liberarne anche tutti i musulmani! &#8221; Allora io mi alzai e dissi: &#8221; Ascoltatemi, fratelli miei, se l&#8217;unica via di scampo è quella di uccidere questo gigante, dovremo per prima cosa costruirci una zattera e tenerla pronta sulla riva del mare. Perché se noi riusciremo ad ucciderlo potremo fare due cose: imbarcarci e cercare di raggiungere i paesi civili, oppure rimanere su quest&#8217;isola in attesa che qualche nave ci scorga e ci raccolga. Ma se per caso non riusciamo ad ucciderlo, allora l&#8217;unica cosa che possiamo fare è quella di correre alla spiaggia, saltare sulla zattera e cercare di fuggire via. In un modo o nell&#8217;altro, una zattera ci è indispensabile. &#8221; Udite le mie parole, tutti furono d&#8217;accordo, così ci mettemmo all&#8217;opera. Costruimmo alla meglio una zattera, vi caricammo su delle provviste, la nascondemmo vicino alla spiaggia e poi tornammo al castello. Quando arrivò la sera, ecco che di nuovo la terra cominciò a tremare e il gigante ci fu addosso ringhiando come un cane rabbioso. Come aveva fatto nelle due sere precedenti, scelse uno di noi, lo uccise, lo arrostì e lo mangiò, poi si sdraiò sulla panca e si mise a dormire. Allora noi non appena fummo sicuri che dormiva della grossa, afferrammo due spiedi e li ponemmo sul fuoco lasciandoceli finché non furono bene arroventati. Poi li prendemmo e glieli ficcammo negli occhi, spingendo con tutta la forza delle nostre braccia, fino a che gli occhi non gli scoppiarono per il calore ed egli diventò completamente cieco. Per il grande dolore, il gigante si svegliò lanciando un grido che ci fece quasi morire di paura, poi balzò in piedi e cominciò a cercarci; ma non poteva trovarci, perché era cieco e noi fuggivamo da tutte le parti. Poiché non poteva nulla contro di noi, il gigante se ne uscì dal castello e noi gli tenemmo dietro per un po&#8217;, quindi ci recammo nel luogo dove era nascosta la zattera dicendoci: &#8221; Rimaniamo qui fino a sera, e se costui non torna vorrà dire che è morto e che noi potremo restare su quest&#8217;isola in tutta sicurezza; se poi dovesse tornare, metteremo subito la zattera in acqua e fuggiremo via. &#8221; Avevamo appena finito di dire queste parole, quand&#8217;ecco che ricomparve il gigante cieco accompagnato da un altro gigante, se possibile ancor più orrendo e spaventoso di lui. Non appena li vedemmo ci precipitammo sulla riva del mare, montammo sulla zattera e fuggimmo via. Quelli intanto, accompagnandosi con orribili grida, cominciarono a scagliarci addosso massi di ogni forma e dimensione. E alcuni cadevano in acqua, ma altri colpivano la zattera. Alla fine, come Dio volle, ci trovammo in alto mare e fuori della loro portata. Così, ci guardammo intorno e vedemmo che eravamo rimasti solo in tre, perché gli altri erano morti tutti, colpiti dai massi. Continuammo ad andare in balia delle onde affranti e stremati, e tuttavia cercando dì rincuorarci a vicenda, fino a che i venti ci gettarono su un&#8217;isola, dove c&#8217;erano alberi, uccelli e corsi d&#8217;acqua. Ci inoltrammo per un po&#8217; verso l&#8217;interno, poi mangiammo i frutti, degli alberi e bevemmo l&#8217;acqua dei ruscelli, e al calar della sera ci gettammo per terra e subito ci addormentammo tanta era la fatica che avevamo addosso. Avevamo appena chiuso gli occhi, quand&#8217;ecco fummo risvegliati da un sibilo e vedemmo un serpente enorme e mostruoso che ci aveva circondati con le sue spire e. afferrato uno di noi, lo aveva inghiottito fino alle spalle. Poi inghiotti anche il resto e noi sentimmo le costole del nostro compagno che si spezzavano nel ventre dell&#8217;animale. Fatto questo il serpente se ne andò, lasciandoci sbalorditi per quello che era capitato al nostro compagno. Quando ci riavemmo dallo stupore, cominciammo a dire: &#8221; Per Allah, questo è un fatto meraviglioso! Ogni volta siamo minacciati da una morte peggiore della precedente. Ci rallegrammo di essere scampati alle scimmie e cademmo nelle mani del gigante nero; ci rallegrammo di essere sfuggiti al gigante nero, ma ora ci pare di essere minacciati da una morte ben peggiore. Non v&#8217;è forza se non in Allah! Ma, per l&#8217;Onnipotente, come faremo a evitare questo abominevole mostro serpentino? &#8221; Girammo tutto il giorno per l&#8217;isola mangiando frutti e bevendo l&#8217;acqua dei ruscelli, e quando venne la sera, ci arrampicammo su un albero altissimo e ci accingemmo a dormire. Ma ecco che arrivò il serpente e cominciò a guardare a destra e a sinistra, fino a che ci vide in cima all&#8217;albero; allora, avvolgendosi con le spire intorno al tronco, cominciò a salire e raggiunse il mio compagno, che si trovava su un ramo più basso, e con un sol colpo lo inghiottì fino alle spalle, poi con un altro colpo lo inghiotti tutto. Io me ne stavo lì terrorizzato e sentivo le ossa del mio compagno scricchiolare nel ventre dell&#8217;animale ed ero incapace di distogliere gli occhi da quello spettacolo orrendo. Dopo che ebbe inghiottito il mio compagno, il serpente se ne andò come era venuto. Il mattino dopo, quando fui sicuro che il serpente se ne era andato, scesi dall&#8217;albero, più morto che vivo dalla paura, e pensai sul momento di gettarmi in mare e por fine ad ogni affanno; ma non lo feci, perché la vita è l&#8217;ultima cosa alla quale si rinuncia. Stetti così per un poco a riflettere, poi scelsi cinque rami d&#8217;albero, larghi e lunghi, e due me li legai in croce ai piedi, due me li legai ai fianchi e il quinto me lo legai sulla testa per il largo. Poi mi sdraiai per terra protetto da questa specie di gabbia e attesi. Ed ecco che, scesa la sera, arrivò il serpente, il quale mi vide e si avvicinò; ma non poté inghiottirmi a causa dei rami che mi proteggevano. Allora mi girò intorno e cercò d&#8217;inghiottirmi dalla parte dei piedi, ma anche di là non riuscì a far nulla per via dei rami d&#8217;albero legati in croce. E mentre quello mi girava intorno e studiava il modo d&#8217;ingoiarmi, io stavo lì e lo fissavo con gli occhi sbarrati dal terrore. Andò avanti così per tutta la notte, con il serpente che cercava di ingoiarmi e i rami che glielo impedivano. Quando spuntò il sole, il serpente se ne andò, soffiando per la rabbia. Allora io mi sciolsi dalle tavole, mi alzai in piedi e ricominciai a camminare per l&#8217;isola finché, arrivato in cima a un promontorio, mentre guardavo distrattamente il mare, vidi in lontananza una imbarcazione e subito raccolsi un ramo frondoso e cominciai ad agitarlo gridando. Quando quelli della nave scorsero il ramo che io stavo agitando, si meravigliarono fortemente, perché sapevano che l&#8217;isola era disabitata; tuttavia si dissero che avrebbero fatto bene a venire a terra perché poteva anche darsi che si trattasse di un uomo. Così si avvicinarono fino al punto di udire le mie grida e di scorgermi distintamente. Allora scesero a terra, mi presero con loro e mi portarono sulla nave, dove mi rifocillarono e mi diedero dei vestiti per coprirmi. Io raccontai loro tutto quello che mi era accaduto ed essi si stupirono grandemente; e insieme lodammo l&#8217;altissimo per la protezione che mi aveva accordato. Quanto a me, dopo essere stato tante volte così vicino alla morte, trovarmi in salvo mi pareva un sogno. Per il volere di Allah, navigammo così con vento favorevole fino a che giungemmo in un&#8217;isola chiamata Salàhita, ricca di legna di sandalo, dove il capitano gettò l&#8217;ancora. E i mercanti che erano a bordo sbarcarono le loro merci per vendere e comperare. Allora il capitano della nave venne da me e mi disse: &#8221; Ascoltami bene, tu sei straniero e povero e le peripezie che ci hai raccontato mi hanno commosso; ho pensato perciò di favorirti in modo che tu possa tornare a casa tua, così che pregherai per me e mi benedirai per il resto dei tuoi giorni &#8221; &#8221; Quanto -a questo &#8221; risposi io, &#8221; avrai le mie preghiere. &#8221; Allora il capitano proseguì: &#8221; Sappi che imbarcato con noi c&#8217;era un mercante che si è perduto e del quale non sappiamo più se sia vivo o se sia morto perché non ce ne sono più giunte notizie. Ho pensato di affidare a te le sue mercanzie acciocché tu le venda su quest&#8217;isola. Di quello che avrai guadagnato daremo a te una provvigione e il resto lo terremo da parte fino a che saremo arrivati a Baghdad, dove ci informeremo della famiglia di questo mercante e consegneremo a chi di ragione il denaro. E adesso dimmi, vuoi prenderti cura delle merci di questo mercante? &#8221; Io risposi: &#8221; Ascolto e obbedisco, signore, e ti ringrazio per la tua cortesia. &#8221; Allora il capitano ordinò ai marinai di scaricare anche le merci dell&#8217;altro mercante che erano rimaste a bordo e le affidò alla mia cura. Ma lo scrivano di bordo chiese al capitano: &#8221; Padrone, che merci sono queste e a nome di chi devo iscriverle nel registro? &#8221; E il capitano rispose: &#8221; Iscrivile al nome di Sindbad il Marinaio, di colui che era con noi a bordo della nave e che lasciammo sull&#8217;isola del Rukh senza averne più notizie. Voglio che questo straniero si prenda cura di queste cose e le venda, e sul guadagno che avrà fatto daremo a lui una provvigione; il resto lo porteremo a Baghdad e lo consegneremo al proprietario, se riusciremo a trovarlo, se no lo consegneremo alla sua famiglia. &#8221; Lo scriba assentì e rispose: &#8221; Il &#8216;tuo ragionamento è saggio, o signore, e il tuo discorso è giusto. &#8221;</p>
<p>Quando io sentii che il capitano dava ordine di registrare quelle merci a nome di Sindbad il Marinaio, pensai dentro di me: &#8221; Per Allah! ma Sindbad il Marinaio sono io! &#8221; Tuttavia mi trattenni dal parlare subito. Aspettai che i mercanti Fossero scesi a terra,,quindi mi avvicinai al capitano e gli chiesi: Signore, sai per caso che specie d&#8217;uomo fosse questo Sindbad di cui mi hai affidato le merci per la vendita? &#8221; E il capitano mi rispose: &#8221; Di lui non so nulla, se non che era della città di Baghdad e si chiamava Sindbad, detto il Marinaio; lo abbandonammo per sbaglio su un&#8217;isola e di lui non abbiamo saputo più nulla. &#8221; questo punto non potei più trattenermi, gettai un gran grido ed esclamai: &#8221; 0 capitano, che Allah ti protegga! Sappi che io sono Sindbad il Marinaio, proprio quello che voi abbandonaste sull&#8217;isola del Rukh, e che non sono morto ma sono vivo, proprio come tu ora mi vedi! &#8221; Udendo le mie esclamazioni, gli uomini dell&#8217;equipaggio e i mercanti si radunarono subito intorno noi; allora io raccontai ad essi tutto quello che mi era capitato dal giorno in cui mi avevano abbandonato sull&#8217;isola del Rukh. Alcuni mi credettero, ma altri rimasero diffidenti. Ma ecco che uno in mezzo a loro si avanzò e disse: &#8221; Ascoltate, brava gente, non vi avevo forse raccontato di aver trovato un uomo attaccato alla carcassa di un animale che avevo gettato nella valle dei serpenti per raccogliere i diamanti? Ma quando io vi raccontai questa storia voi non mi credeste e mi deste del bugiardo. &#8221; &#8221; E vero, &#8221; dissero tutti, &#8221; tu ci hai raccontato questo fatto ma noi non ti abbiamo creduto. &#8221; Allora quell&#8217;uomo riprese: &#8221; Ebbene io vi dico, e Allah mi è testimone, che questo straniero è proprio l&#8217;uomo del mio racconto, ed è lui che mi regalò bellissimi diamanti ed insieme con lui viaggiai fino a Bassora. &#8221; Udendo le parole di quell&#8217;uomo, il capitano si avvicinò a me e mi chiese: &#8221; Se tu sei veramente Sindbad il Marinaio, saprai com&#8217;è il marchio che c&#8217;è sulle tue balle di merci. &#8221; Io gli dissi come era fatto il marchio e, in più gli rammentai alcuni fatti che erano intercorsi fra me e lui durante il viaggio. A queste parole il capitano si convinse che io ero davvero Sindbad il Marinaio e mi abbracciò e rallegrandosi per la mia salvezza disse: &#8221; Per Allah, signore, il tuo caso è davvero meraviglioso e la tua storia incredibile. Ma sia lode ad Allah, che ci ha fatto incontrare di nuovo e ti ha ridato il possesso dei tuoi beni! &#8221;</p>
<p>Allora io disposi delle mie mercanzie e le vendetti ricavandone grandi somme di denaro, del che fui molto contento. Andammo avanti così, a, vendere e a comperare in ogni isola che toccavamo, finché non giungemmo nella terra dell&#8217;Ind dove comperammo chiodi di garofano e zenzero e molte altre spezie, e di là ci portammo nella terra del Sind, dove pure facemmo buoni affari. E in questi paesi indiani vedemmo meraviglie senza numero, fra le quali un pesce simile ad una vacca, che alleva i piccoli nutrendoli alle mammelle come un essere umano; e con la sua pelle la gente del luogo ci fa delle pantofole; vidi anche animali marini simili ad asini, a cammelli, e tartarughe larghe venti cubiti. Vidi anche un uccello che nasce da una conchiglia marina e depone le uova sulla superficie del mare e colà,le cova senza mai venire a terra. fine, con un buon vento e con la benedizione di Allah, iniziammo il viaggio di ritorno ed arrivammo sani e salvi a Bassora. Qui rimasi qualche giorno, poi venni a Baghdad, dove non appena giunto nel mio quartiere e nella mia casa subito fui salutato da familiari e da amici. Durante questo viaggio avevo guadagnato ricchezze senza pari, perciò ne feci partecipi gli orfani e le vedove in segno di ringraziamento per il mio felice ritorno. Quando mi fui sistemato a casa, organizzai feste e conviti, ai quali invitai amici e conoscenti, e cosi continuai a vivere, dimenticando le disgrazie e le sventure passate.</p>
<p>Questo è quanto di più meraviglioso mi accadde durante il mio terzo viaggio e domani, se Allah lo vuole, sarete di nuovo miei ospiti e vi racconterò le avventure del mio quarto viaggio, che sono ancora più meravigliose di quelle che avete già udito.</p>
<p>Poi Sindbad il Marinaio ordinò che fossero dati a Sindbad il Facchino cento dinàr d&#8217;oro e che venisse portata in tavola la cena. Tutti mangiarono e bevvero a sazietà e alla fine Sindbad il Facchino se ne tornò a casa, ringraziando l&#8217;ospite per la sua cortesia. Il giorno dopo, appena si levò il sole, Sindbad il Facchino si alzò, recitò la preghiera del mattino e tornò a casa di Sindbad il Marinaio, il quale lo accolse amichevolmente e lo fece sedere accanto a sé. Quando tutti gli altri ospiti furono arrivati, Sindbad il Marinaio ordinò che venissero portati cibi e bevande. E dopo che tutti si furono rifocillati, cominciò a parlare raccontando le vicende del</p>
<p>Quarto viaggio di Sindbad il Marinaio</p>
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		<title>Arabian Nights: The Third Voyage of Sindbad</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Dec 2009 21:52:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nico de Corato</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Fiabe / Tales]]></category>
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&#8220;The giant duly returned to sup on one of our companions. After his hideous meal he fell asleep and snored till daybreak, when he arose and went out as before. Our situation appeared to be so hopeless that some of my comrades were on the point of throwing themselves into the sea, rather than be sacrificed by the horrible monster; and they advised the rest to follow their example; but one of the company thus addressed them: &#8216;We are forbidden to kill ourselves; and even were such an act permitted, would it not be more rational to endeavour to destroy the barbarous giant, who has destined us to such a cruel death?&#8217;
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1606" title="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand" src="http://www.dubaiblog.it/wp-content/uploads/2009/12/fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand6.jpg" alt="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand" width="620" height="280" /></p>
<p>&#8220;The giant duly returned to sup on one of our companions. After his hideous meal he fell asleep and snored till daybreak, when he arose and went out as before. Our situation appeared to be so hopeless that some of my comrades were on the point of throwing themselves into the sea, rather than be sacrificed by the horrible monster; and they advised the rest to follow their example; but one of the company thus addressed them: &#8216;We are forbidden to kill ourselves; and even were such an act permitted, would it not be more rational to endeavour to destroy the barbarous giant, who has destined us to such a cruel death?&#8217;</p>
<p>&#8220;As I had already formed a project of that nature, I now communicated it to my fellow-sufferers, who approved of my design. &#8216; My friends,&#8217; said I then, &#8216;you know that there is a great deal of wood on the seashore. If you will take my advice, we can make some rafts, and when they are finished we will leave them in a proper place till we can find an opportunity to make use of them. In the meantime we can put in execution the design I propose to you to rid ourselves of the giant. If my stratagem succeeds, we may wait here with patience till some vessel passes, by means of which we may quit this fatal isle; if, on the contrary, we fail, we shall have recourse to our rafts, and put to sea. My advice was approved by all; and we immediately built some rafts, each large enough to support three persons.</p>
<p>&#8220;We returned to the palace towards evening, and the giant arrived a short time after us. Again one of our party was sacrificed to his inhuman appetite. But we were soon revenged on him for his cruelty. After he had finished his horrible meal, he laid himself down as usual to sleep. As soon as we heard him snore, nine of the most courageous amongst us, and myself, took each a spit, and heating the points red hot, thrust them into his eye, and blinded him.</p>
<p>&#8220;The pain which the giant suffered made him groan hideously. He suddenly raised himself, and threw his arms about on all sides, to seize some one, and sacrifice him to his rage; but fortunately we had time to throw ourselves on the ground in places where he could not set his feet on us. After having sought us in vain, he at last found the door, and went out, bellowing with pain.</p>
<p>&#8220;We quitted the palace immediately after the giant, and repaired to that part of the shore where our rafts lay. We set them afloat, and waited till daybreak before embarking on them, in case we should see the giant approach, with some guide to lead him to us; but we hoped that if he did not make his appearance by that time, and if his cries and groans, which now resounded through the air, ceased, we might suppose him dead; and in that case we proposed remaining in the island till we could obtain some safer mode of transport. But the sun had scarcely risen when we perceived our cruel enemy, accompanied by two giants nearly as huge as himself, who led him, and a great number of others, who walked very rapidly before him.</p>
<p>&#8220;At this sight we immediately ran to our rafts and rowed away as fast as possible. The giants seeing this, provided themselves with large stones, hastened to the shore, and even ventured to their waists into the sea to hurl the stones at us, which they did so adroitly that they sunk all the rafts excepting that I was upon. Thus I and two companions were the only men who escaped, the others being all drowned.</p>
<p>&#8220;As we rowed with all our strength, we were soon beyond reach of the stones.</p>
<p>&#8220;When we had gained the open sea, we were tossed about at the mercy of the winds and waves, and we passed that day and night in the most cruel suspense; but on the morrow we had the good fortune to be thrown on an island, where we landed with great joy. We found some excellent fruit, which soon recruited our exhausted strength.</p>
<p>&#8220;When night came on we went to sleep on the seashore; but were soon awakened by the noise made on the ground by the scales of an immense serpent, long as a palm-tree. It was so near to us that it devoured one of my companions, notwithstanding the efforts he made to extricate himself from its deadly grasp.</p>
<p>&#8220;My other comrade and myself immediately took to flight. &#8216;O Allah!&#8217; I exclaimed, &#8216;what a horrible fate will be ours! Yesterday we were rejoicing at our escape from the cruelty of a giant and the fury of the waves, and to-day we are again terrified by a peril not less dreadful.&#8217;</p>
<p>&#8220;As we walked along, we remarked a large high tree, on which we proposed to pass the night, hoping we might there be in safety. We ate some fruit as we had done on the preceding day, and at the approach of night we climbed the tree. We soon heard the serpent, which came hissing to the foot of the tree; it raised itself against the trunk, and meeting with my companion, who had not climbed so high as I, it swallowed him and retired.</p>
<p>&#8220;I remained on the tree till daybreak, when I came down, more dead than alive: indeed I could only anticipate the same fate.</p>
<p>&#8220;I collected a great quantity of small wood and furze; and tying it in faggots, put it round the tree in a large circle, and tied some across to cover my head. I enclosed myself within this circle when the evening came on, and sat down with the dismal consolation that I had done all in my power to preserve my life. The serpent returned with the intention of devouring me, but he could not succeed, being prevented by the rampart I had formed. The whole night he was watching me; at last day returned, and the serpent retired; but I did not venture out of my fortress till the sun shone.</p>
<p>&#8220;I was so fatigued with watching, as well as with the exertion of forming my retreat, and had suffered so much from the serpent&#8217;s pestilential breath, that death appeared preferable to a repetition of such horror. I ran towards the sea with the intention of putting an end to my existence: but Allah pitied my condition; and at the moment that I was going to throw myself into the sea, I descried a vessel at a great distance. I cried out with all my strength, and unfolded and waved my turban, to attract the attention of those on board. This had the desired effect; all the crew saw me, and the captain sent a boat to bring me off.</p>
<p>&#8220;As soon as I was on board, the merchants and seamen were eager to learn by what chance I had reached that desert island; and after I had related to them all that had happened, they expressed their joy at my fortunate escape from so many perils; then as they supposed I must be in want of something to eat, they pressed upon me the best they had; and the captain, observing that my clothes were torn, had the generosity to give me some of his.</p>
<p>&#8220;We remained a considerable time at sea, and touched at several islands; at length we landed on the Isle of Salahat, where the merchants began to unload their goods to sell or exchange them. One day, the captain called me to him, and said: &#8216;Brother, I have in my possession some goods which belonged to a merchant who was for some time on board my ship. As this merchant is dead, I am going to have them valued, that I may render an account of them to his heirs, should I ever meet them.&#8217; The bales of which he spoke were already upon deck. He showed them to me, saying: &#8216;These are the goods; I wish you to take charge of them and traffic with them, and you shall receive for your trouble what is usually given in such cases.&#8217; I consented, and thanked him for the opportunity he afforded me of employing myself.</p>
<p>&#8220;The clerk of the ship registered all the bales with the names of the merchants to whom they belonged; when he asked the captain in what name he should register those destined for my charge, the captain replied: &#8216;In the name of Sindbad the sailor,&#8217; I could not hear my own name without emotion; and looking at the captain, I recognized in him the very same person who in my second voyage had left me on the island where I had fallen asleep by the side of a brook, and who had put to sea without waiting for me. I did not at first recollect him, so much was he changed in appearance since the time when I last saw him. As he thought me dead, it is not to be wondered at that he did not recognize me. &#8216;Captain,&#8217; said I to him, &#8216;was the merchant to whom these things belonged called Sindbad?&#8217; &#8216;Yes,&#8217; returned he, &#8216;that was his name; he was from Bagdad, and embarked on board my vessel at Balsora. One day, when he went ashore on an island for fresh water, he was left behind; I know not through what mistake. None of the crew noticed his absence till four hours after, when the wind blew so fresh against us that it was impossible to return.&#8217; &#8216; You believe him to be dead?&#8217; said I. &#8216;Most assuredly,&#8217; replied the captain. &#8216;Then open your eyes,&#8217; cried I, &#8216;and convince yourself that the same Sindbad whom you left in the desert island is now before you.&#8217;</p>
<p>&#8220;At these words the captain fixed his eyes on me, and after scrutinizing me very attentively, at last recollected me. &#8216;God be praised!&#8217; cried he, embracing me; &#8216;I am delighted that fortune has given me an opportunity of repairing my fault. Here are your goods, which I have preserved with care, and always had valued at every port I stopped at. I return them to you with the profit I have made on them.&#8217;</p>
<p>&#8220;From the Island of Salahat we went to another, where I provided myself with cloves, cinnamon, and other spices. At length, after a long voyage, we arrived at Balsora, from whence I came to Bagdad with so much wealth that I did not know the amount of it. I gave a great deal to the poor and bought a considerable quantity of land.&#8221;</p>
<p>Sindbad thus finished the history of his third voyage. Again he gave Hindbad a hundred sequins, inviting him to the usual repast on the morrow, and promising he should hear the account of the fourth voyage. Hindbad and the other guests retired, and on the following day returned at the same hour. When dinner was over, Sindbad continued the relation of his adventures.</p>
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"As I had the honour to tell you yesterday, I had resolved, after my first voyage, to pass the rest of my days in tranquillity at Bagdad. But the desire ...</span></li><li><a href="http://www.dubaiblog.it/index.php/2009/12/05/dubai-blog-arabian-nights-the-first-voyage-of-sindbad-the-sailor/" rel="bookmark" class="crp_title">Arabian nights: The First Voyage of Sindbad the Sailor</a><span class="crp_excerpt"> IN the reign of the Caliph Haroun Alraschid, there lived in Bagdad a poor porter, who was named Hindbad. One day; during the most violent heat of summer, he was ...</span></li><li><a href="http://www.dubaiblog.it/index.php/2009/12/23/dubai-blog-arabian-nights-the-fourth-voyage-of-sindbad/" rel="bookmark" class="crp_title">Arabian Nights: The Fourth Voyage of Sindbad</a><span class="crp_excerpt"> "On the eighth day I came to the seashore; here I saw some white people employed in gathering pepper, which grew very plentifully in that place. They came towards me ...</span></li><li><a href="http://www.dubaiblog.it/index.php/2009/11/28/dubai-blog-the-arabian-nights-the-story-of-the-merchant-and-the-jinni-nights-1-3/" rel="bookmark" class="crp_title">The Arabian Nights: The Story of the Merchant and the Jinni (nights 1 &#8211; 3)</a><span class="crp_excerpt"> IT has been related to me, O happy King, said Shahrazad, that there was a certain merchant who had great wealth, and traded extensively with surrounding countries; and one day ...</span></li><li><a href="http://www.dubaiblog.it/index.php/2009/11/21/dubai-blog-the-arabian-nights-ali-baba-and-the-forty-thieves/" rel="bookmark" class="crp_title">The Arabian Nights: Ali Baba and the forty thieves</a><span class="crp_excerpt"> 

translated by Sir Richard Burton in 1850

IN days of yore and in times and tides long gone before, there dwelt in a certain town of Persia two brothers, one named ...</span></li></ul></div><script type="text/javascript">sdac_post_slideshows.push({fx: 'fade', timeout: 0, speed: 1000, pause: 0,})</script>]]></content:encoded>
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		<title>Dalle Mille e una Notte: Il secondo viaggio di Sinbad il Marinaio</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Dec 2009 22:02:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>follyx</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fiabe / Tales]]></category>
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Sappiate, fratelli miei, che io vivevo, come vi ho detto ieri, una vita serena ed agiata e non mi mancava nulla, fino a che un giorno nell&#8217;animo mio tornò a nascere il desiderio di viaggiare nei paesi degli uomini visitando isole e città nuove. Una volta che tale desiderio si fu insinuato nell&#8217;animo mio, non ebbi pace fino a che non presi la decisione. Raccolsi tutto il denaro liquido che avevo in casa, acquistai gran copia di merci e di provviste e scesi sulla riva del Tigri, dove vidi, in procinto di salpare, una bella nave nuova di zecca, con grandi vele di tela robusta, bene attrezzata ed equipaggiata. Insieme con altri mercanti salii a bordo, dopo aver fatto caricare tutte le mie merci, e quello stesso giorno salpammo le ancore. Navigammo felicemente per diversi mari, toccando porti e isole, e dovunque scendevamo a terra, salutati dalla gente, dai mercanti ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1555" title="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand" src="http://www.dubaiblog.it/wp-content/uploads/2009/12/fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand1.jpg" alt="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand" width="620" height="280" /></p>
<p>Sappiate, fratelli miei, che io vivevo, come vi ho detto ieri, una vita serena ed agiata e non mi mancava nulla, fino a che un giorno nell&#8217;animo mio tornò a nascere il desiderio di viaggiare nei paesi degli uomini visitando isole e città nuove. Una volta che tale desiderio si fu insinuato nell&#8217;animo mio, non ebbi pace fino a che non presi la decisione. Raccolsi tutto il denaro liquido che avevo in casa, acquistai gran copia di merci e di provviste e scesi sulla riva del Tigri, dove vidi, in procinto di salpare, una bella nave nuova di zecca, con grandi vele di tela robusta, bene attrezzata ed equipaggiata. Insieme con altri mercanti salii a bordo, dopo aver fatto caricare tutte le mie merci, e quello stesso giorno salpammo le ancore. Navigammo felicemente per diversi mari, toccando porti e isole, e dovunque scendevamo a terra, salutati dalla gente, dai mercanti e dai notabili del luogo e concludevamo buoni affari vendendo e comprando.</p>
<p>Alla fine Allah volle che prendessimo terra in un&#8217;isola amena, tutta verdeggiante di alberi, dai quali pendevano frutti saporosi. L&#8217;aria di quest&#8217;isola era profumata dai fiori e risuonava per il canto di numerosi uccelli; dovunque scorrevano ruscelli d&#8217;acqua limpida e cristallina ma, per quanto cercassimo, non scorgemmo alcuna traccia di uomini: non vedemmo né abitanti né case. Il capitano mise la nave alla fonda e i mercanti scesero a terra per godersi la frescura degli alberi, il profumo dei fiori e il canto degli uccelli, lodando l&#8217;Unico, il Vittorioso, l&#8217;Onnipotente che aveva creato tali meraviglie. Anch&#8217;io scesi con gli altri portando a terra qualche provvista. e mi sedetti vicino ad una fonte mangiando quello che Allah mi aveva destinato. L&#8217;aria in quel luogo era così dolce, il profumo dei fiori cosi fragrante, che, dopo mangiato, mi stesi sull&#8217;erba per fare un pisolino. Quando mi svegliai, mi trovai solo; la nave era partita con tutti i suoi passeggeri e nessuno si era ricordato di me. Cominciai a cercare affannosamente a destra e a sinistra, ma non trovai né uomini né spiriti. Ero completamente solo su quell&#8217;isola disabitata. Mi prese allora un grande sconforto e la vescica del fiele fu sul punto di rompersi per l&#8217;amarezza e l&#8217;afflizione. Disperando di poter mai uscire da quel luogo mi dissi: &#8221; Cadi oggi e cadi domani, la giara finisce per rompersi! La prima volta riuscii a salvarmi perché qualcuno mi ricondusse nei paesi abitati, ma questa volta temo proprio che non vi sia speranza per me! &#8220;.</p>
<p>In un accesso di rabbia contro me stesso, mi misi a piangere e a gemere, rimproverandomi di avere voluto affrontare ancora una volta le incertezze e i pericoli di un viaggio per mare, quando a casa non mi mancava nulla e avevo tutto ciò che potevo desiderare e trascorrevo una vita serena e felice. Mi pentii amaramente di aver lasciato Baghdad, soprattutto dopo aver fatto l&#8217;esperienza del primo viaggio, durante il quale poco era mancato ch&#8217;io non perdessi la vita. Allora esclamai: &#8221; Noi siamo cose di Allah ed a lui dobbiamo ritornare! &#8221; Sentendomi impazzire, quasi in preda a un sortilegio, cominciai a camminare avanti e indietro senza sapere dove andassi né che cosa facessi. Alla fine mi arrampicai su un albero altissimo e cominciai a scrutare l&#8217;orizzonte, ma non vidi altro che cielo e mare, alberi e uccelli, isole e sabbia. Tuttavia, dopo un poco, guarda che ti riguarda, scorsi in lontananza verso l&#8217;estremità dell&#8217;isola una forma biancheggiante. Scesi dall&#8217;albero e mi diressi a quella volta e, quando fui abbastanza vicino, mi accorsi che quell&#8217;oggetto bianco era una grande cupola che si levava alta verso il cielo. Cominciai à girarle intorno, ma non riuscii a trovare né porte né pertugi. Cercai di arrampicarmi, ma la cosa mi riuscì impossibile, perché la cupola era straordinariamente liscia e non offriva alcun appiglio. Tracciai un segno per terra nel luogo in cui mi trovavo e girai attorno alla cupola constatando che la sua circonferenza era di buoni cinquanta passi. Mentre me ne stavo lì a lambiccarmi il cervello sul modo migliore di entrare in quella cupola, ecco che d&#8217;un tratto il sole si oscurò, come se una grande nuvola lo avesse coperto. La cosa mi meravigliò moltissimo perché eravamo d&#8217;estate e il cielo era limpido e terso; allora levai in alto gli occhi e vidi un uccello dalla mole enorme e dalle ali larghissime che, volando nell&#8217;aria, aveva nascosto completamente il sole all&#8217;isola. A quella vista il mio stupore non ebbe limiti; ma subito ricordai di aver sentito viaggiatori e pellegrini raccontare di un uccello enorme, chiamato Rukh, che abitava in una certa isola e che nutriva i suoi piccoli con gli elefanti. Non ebbi più dubbi che la cupola che aveva attirato la mia attenzione fosse un uovo del Rukh. Mentre io non finivo di meravigliarmi per le opere dell&#8217;Onnipotente, l&#8217;uccello si posò sulla cupola e cominciò a covarla, accovacciandosi con le zampe tese indietro. In questa posizione si addormentò, sia lode all&#8217;Insonne!</p>
<p>Quando fui sicuro che l&#8217;uccello dormiva, mi avvicinai, sciolsi il turbante e lo attorcigliai facendone una corda robusta e molto resistente e me ne legai strettamente un capo alla vita; l&#8217;altro capo lo assicurai a una zampa dell&#8217;uccello dicendomi: &#8221; Chissà che questo uccello non mi porti in una terra dove siano uomini e città; questo sarà meglio che rimanere in un&#8217;isola deserta. &#8221; Quella notte non dormii per tema che l&#8217;uccello volasse via all&#8217;improvviso. Non appena apparve in cielo il primo chiarore dell&#8217;alba, il Rukh si alzò dall&#8217;uovo, spalancò le enormi ali e, gettando un grido assordante, si levò in volo trascinandomi con sé. Salì e salì tanto in alto che pensai avesse raggiunto il limite del cielo; poi, a poco a poco cominciò a discendere fino a che prese terra in cima ad un&#8217;alta collina.</p>
<p>Non appena mi sentii la terraferma sotto i piedi, mi affrettai, con mani tremanti dalla paura, a scioglierne dal Rukh temendo che si accorgesse di me. Tuttavia l&#8217;uccello non mi prestò alcuna attenzione, ma si guardò in giro e dopo un poco vidi che aveva afferrato fra gli artigli qualcosa. Guardai più attentamente e mi accorsi che si trattava di un serpente dalle proporzioni smisurate. Tenendo ben stretta fra le zampe la sua preda, l&#8217;uccello si levò di nuovo in volo e dopo poco sparì dalla vista. Pieno di meraviglia per ciò che mi era capitato e che avevo visto, avanzai fino al ciglio della collina e vidi al miei piedi una valle ampia e profonda, circondata da monti la cui altezza sarebbe impossibile descrivere; basterà dire che erano tanto alti che l&#8217;occhio umano non riusciva a scorgerne le vette. Quando ebbi visto il luogo in cui mi trovavo, esclamai: &#8221; Avesse voluto il cielo che fossi rimasto su quell&#8217;isola! Quanto era meglio di questo deserto! Per lo meno laggiù c&#8217;era frutta da mangiare e acqua da bere, mentre qui non vi sono né alberi, né frutti, né ruscelli. Ma non vi è né grandezza né potenza se non in Allah, il Glorioso! Mi par proprio che il mio destino sia quello di scampare da un pericolo per cadere in un pericolo maggiore. &#8221;</p>
<p>Tuttavia mi feci coraggio e scesi verso la valle per esplorarla meglio. E fu allora che mi accorsi che il fondo della valle era fatto di diamanti, ma vidi anche, purtroppo, che il luogo era popolato di serpenti grossi come tronchi di palma, capaci di mangiare con un solo boccone un elefante o un bufalo, e tutti questi serpenti di giorno si nascondevano per paura dell&#8217;uccello Rukh e di notte uscivano fuori dai loro antri. Vedendo ciò, non potei fare a meno di esclamare: &#8221; Per Allah, quanta fretta ho avuto di precipitarmi verso la morte! &#8221; Poiché il giorno stava per finire, pensai di cercare un nascondiglio dove passare la notte al riparo da quei serpenti spaventosi. Guarda e guarda, alla fine scorsi una caverna con una entrata stretta; mi infilai in quel pertugio, feci rotolare una grossa pietra bloccandone l&#8217;ingresso e mi sedetti per terra tirando un sospiro di sollievo e dicendomi: &#8221; Se Dio vuole, per questa notte sono in salvo; domani non appena farà giorno uscirò e vedrò quello che il destino tiene in serbo per me! &#8220;.</p>
<p>Ciò detto mi guardai intorno e allora i capelli mi si rizzarono sulla testa dalla paura e cominciai a sudare freddo, perché in fondo alla caverna c&#8217;era un enorme serpente acciambellato, intento a covare le sue uova. Mi raccomandai allora ad Allah misericordioso e, cercando di non muovermi e di non fare rumore, mi rincantucciai in un angolo e trascorsi la nottata in preda al timore. Appena si fece giorno, tolsi la pietra dall&#8217;apertura dell&#8217;antro e uscii fuori, barcollando come un ubriaco, stordito dall&#8217;insonnia, dalla fame e dalla paura. Cominciai a girare per la valle pensando al modo di uscirne, quand&#8217;ecco che d&#8217;un tratto mi vidi cadere davanti ai piedi una bestia scannata. Alzai gli occhi e non vidi nessuno. Me ne stavo ancora stupito da quest&#8217;altro fenomeno , quando mi ricordai di aver sentito raccontare una volta da viaggiatori e mercanti che le montagne di diamanti sono luoghi pieni di pericoli e inaccessibili, ma che coloro i quali cercano i diamanti usano uno stratagemma per appropriarsene. Dall&#8217;alto di un monte gettano in fondo alla valle pecore scannate e quarti di bue, e le pietre di diamante che sono in fondo alla valle si attaccano alla carne ancora fresca. I mercanti rimangono poi in attesa fino a che, a giorno fatto, non sopraggiungono aquile ed avvoltoi che, scorgendo la preda, la afferrano con gli artigli e se la portano in cima al monte. I mercanti piombano allora addosso agli uccelli emettendo alte grida e spaventandoli, così che quelli volano via. Allora essi tolgono le pietre di diamante rimaste attaccate alla carne fresca e se ne tornano ai loro paesi con il carico prezioso lasciando la carne alle aquile e agli avvoltoi. Né pare vi sia altro mezzo, se non questo, per impadronirsi dei diamanti.</p>
<p>Così, quando mi vidi cadere davanti quell&#8217;animale sgozzato, mi ricordai di questa storia e subito corsi a riempirmi le tasche, le pieghe dell&#8217;abito, il turbante con le pietre più belle che riuscii a trovare. Mentre ero intento a far ciò, ecco che mi vidi cadere davanti ai piedi un&#8217;altra bestia, più grande, sgozzata. Allora mi legai ad essa con il turbante e mi distesi per terra, lasciando che la carcassa dell&#8217;animale mi coprisse tutto. Mi ero appena messo in posizione, quand&#8217;ecco una grossa aquila calò giù dal cielo, afferrò la carne con gli artigli e volò via trasportando anche me, che stavo aggrappato alla carcassa dell&#8217;animale ucciso. E tanto volò che giunse in cima a un monte, dove si posò. E stava per azzannare l&#8217;animale, sotto il quale io ero nascosto, quand&#8217;ecco si udirono strepiti e grida e l&#8217;aquila impaurita volò via. Allora io mi sciolsi dalla carcassa e mi alzai in piedi. Ed ecco che apparve il cercatore di diamanti che aveva gettato in fondo alla valle quella carcassa e vedendomi lì in piedi si prese paura non sapendo se io fossi un uomo o uno spirito. Poi si fece coraggio, si avvicinò alla bestia e non trovandovi alcun diamante attaccato cominciò a gemere e a lamentarsi battendo il petto: &#8221; Povero me! Povero me! Solo nella maestà e nella potenza di Allah troviamo rifugio contro Satana il lapidato! Ahimè, povero me! Che faccenda è questa? &#8221; Allora io mi avvicinai a lui ed egli mi disse: &#8221; Chi sei tu e come mai ti trovi in questo luogo? &#8221; E io: &#8221; Non temere. Io sono un uomo e non uno spirito: sono un onest&#8217;uomo e faccio il mercante. La mia storia è incredibile, le mie avventure sono meravigliose e il modo in cui sono giunto qui è prodigioso. Dunque sta&#8217; di buon animo e non temere nulla da me; e anzi, per dimostrarti la mia buona disposizione, ti darò tanti diamanti quanti tu non ne avresti mai potuti trovare attaccati a questa carne e più belli di quelli che tu abbia mai raccolto. Perciò, non temere nulla. &#8221; A queste parole l&#8217;uomo si rallegrò e mi ringraziò e mi benedisse. Poi ci mettemmo a chiacchierare insieme, fino a che gli altri cercatori, sentendomi discorrere con il loro compagno, si fecero avanti e mi salutarono. Allora io raccontai tutta la mia storia e dissi delle sofferenze che avevo patito e del modo in cui ero giunto in fondo a quella valle. Quindi diedi al padrone della bestia macellata un certo numero di pietre fra quelle che avevo indosso ed egli fu molto contento ed invocò su di me ogni benedizione dicendo: &#8221; Allah deve averti decretato una nuova vita, perché nessuno prima di te è mai sceso in quella valle e ne è uscito vivo. Sia dunque lodato Allah per la tua salvezza. &#8221; Passammo la nottata in un luogo sicuro e piacevole, mentre io mi rallegravo per essere scampato alla valle dei serpenti e per essere giunto fra persone civili. La mattina di poi ci mettemmo in viaggio, attraversando l&#8217;imponente catena di monti e vedendo molti serpenti nella valle, finché alla fine giungemmo in una bellissima isola, dove c&#8217;era un giardino con grandissimi alberi di canfora, ognuno dei quali, con i suoi rami, poteva fare ombra a cento uomini &#8216; Quando gli abitanti del posto hanno bisogno di canfora, con un lungo ferro fanno un buco nella parte superiore del tronco, ed ecco che dal buco esce acqua di canfora, che sarebbe la linfa dell&#8217;albero, ed essi la raccolgono in grandi recipienti dove subito diventa densa come resina. Però dopo questa operazione l&#8217;albero muore ed è buono solo per farne legna da ardere. In questa stessa isola c&#8217;è una specie di bestia selvatica, chiamata karkadann, che pascola nei prati come da noi le vacche e i bufali, ma il suo corpo è più grande di quello di un cammello e si ciba di foglie d&#8217;alberi e di arbusti. È, un animale notevole, con un corno grande e grosso, lungo dieci cubiti, piazzato in mezzo alla fronte. e se questo corno si spacca in due dentro vi si vede la figura di un uomo. Viaggiatori e mercanti dicono che questa bestia, chiamata karkadann, ha tanta forza che è capace di portare infilzato sul corno un elefante e continuare a pascolare per l&#8217;isola e lungo la costa senza avvedersene, fino a che l&#8217;elefante muore e il suo grasso, sciogliendosi al calore del sole, scorre negli occhi del karkadann e lo acceca. Allora l&#8217;animale si getta a terra sulla spiaggia adagiato su un lato e poi arriva il grande uccello Rukh, che lo afferra tra gli artigli e lo porta ai suoi piccoli i quali si cibano del karkadann e dell&#8217;elefante che ha infilzato sul corno.</p>
<p>In quell&#8217;isola vidi anche molte specie di buoi e di bufali che non hanno nulla a che vedere con quelli che si trovano nei nostri paesi. Colà vendetti una parte dei diamanti, cambiandoli in dinàr d&#8217;oro e in dirham d&#8217;argento, e con altri comprai alcuni prodotti del luogo; poi, dopo aver caricato su bestie da soma le merci, continuai a viaggiare con i mercanti di valle in valle e di città in città comprando e vendendo, osservando i paesi stranieri e le opere e le creature di Allah, fino a che giungemmo alla città di Bassora dove sostammo qualche giorno; dopo di che, congedatomi dai mercanti, continuai il mio viaggio verso Baghdad. Qui giunto, mi riunii agli amici e ai parenti, dispensai il denaro in elemosine ed opere di carità e feci ai miei amici molti regali con gli oggetti che avevo portato dai paesi stranieri. Poi, col cuore leggero e con l&#8217;animo sgombro da ogni affanno, pensai solo a mangiare bene, a bere meglio e a trascorrere il tempo serenamente. E tutti quelli che udivano del mio ritorno a casa venivano a trovarmi e mi facevano una quantità di domande sulle avventure che avevo avuto e sui paesi stranieri che avevo visto. ed io raccontavo loro tutto ciò che mi era successo e quello che avevo sofferto, e questo era motivo per tutti di grande gioia e non v&#8217;era chi non si rallegrasse perché ero tornato sano e salvo. In tal modo si conclude la storia del mio secondo viaggio e domani, se Allah lo vuole, vi racconterò quello che mi accadde durante il terzo viaggio.</p>
<p>Quando i presenti ebbero finito di esprimere la loro meraviglia per questo racconto, furono portati i cibi e tutti cenarono abbondantemente. Poi Sindbad il Marinaio ordinò che venissero date cento monete d&#8217;oro a Sindbad il Facchino, il quale le prese, ringraziò e andò ad accudire alle sue faccende, continuando a stupirsi per le avventure capitate a Sindbad il Marinaio e lodando in cuor suo Allah che lo aveva salvato e benedicendo il suo benefattore.</p>
<p>Il giorno di poi Sindbad il Facchino si alzò e, dopo aver recitato la preghiera del mattino, si recò a casa di Sindbad il Marinaio, così come questi gli aveva detto di fare, ed entrato gli augurò il buon giorno. Il mercante gli diede il benvenuto e lo fece sedere accanto a sé. Poi arrivarono i soliti commensali e, dopo che tutti ebbero mangiato e bevuto in letizia, Sindbad il Marinaio disse: Fratelli miei, ascoltate il racconto che sto per farvi, perché esso è ancor più meraviglioso di quelli che avete udito. Ma Allah solo conosce le cose che la Sua onniscienza ha nascosto all&#8217;uomo! Ascoltate dunque il</p>
<p>Terzo viaggio di Sindbad il Marinaio</p>
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Come vi dicevo ieri, tornai dal secondo viaggio felice per lo scampato pericolo e ancor più ricco di quando ero partito, perché Allah mi aveva concesso di guadagnare tanto denaro ...</span></li><li><a href="http://www.dubaiblog.it/index.php/2009/12/06/dubai-blog-dalle-mille-e-una-notte-il-primo-viaggio-di-sinbad-il-marinaio/" rel="bookmark" class="crp_title">Dalle Mille e una Notte: Il primo viaggio di Sinbad il Marinaio</a><span class="crp_excerpt"> 

Durante il regno del califfo Harùn ar-Rashìd, Emiro dei credenti, viveva nella città di Baghdad un uomo chiamato Sindbad il Facchino, il quale era molto povero e per guadagnarsi da ...</span></li><li><a href="http://www.dubaiblog.it/index.php/2009/12/24/dubai-blog-dalle-mille-e-una-notte-il-quarto-viaggio-di-sinbad-il-marinaio/" rel="bookmark" class="crp_title">Dalle Mille e una Notte: il Quarto Viaggio di Sinbad il marinaio</a><span class="crp_excerpt"> 

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		<title>Arabian Nights: The Second Voyage of Sindbad</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Dec 2009 21:48:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nico de Corato</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Fiabe / Tales]]></category>
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&#8220;As I had the honour to tell you yesterday, I had resolved, after my first voyage, to pass the rest of my days in tranquillity at Bagdad. But the desire of seeing foreign countries and carrying on some traffic by sea returned. I bought merchandise and set off a second time with some merchants whose probity I could rely on. We embarked in a good vessel, and recommending ourselves to the care of Allah, we began our voyage.
&#8220;We went from island to island, and bartered our goods very profitably. One day we landed on one which was covered with a variety of fruit trees, but so desert that we could not discover any habitation, or the trace of a human being. We walked in the meadows and along the brooks that watered them; and whilst some of my companions were amusing themselves with gathering fruits and flowers, I took out ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1598" title="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand" src="http://www.dubaiblog.it/wp-content/uploads/2009/12/fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand5.jpg" alt="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand" width="620" height="280" /></p>
<p>&#8220;As I had the honour to tell you yesterday, I had resolved, after my first voyage, to pass the rest of my days in tranquillity at Bagdad. But the desire of seeing foreign countries and carrying on some traffic by sea returned. I bought merchandise and set off a second time with some merchants whose probity I could rely on. We embarked in a good vessel, and recommending ourselves to the care of Allah, we began our voyage.</p>
<p>&#8220;We went from island to island, and bartered our goods very profitably. One day we landed on one which was covered with a variety of fruit trees, but so desert that we could not discover any habitation, or the trace of a human being. We walked in the meadows and along the brooks that watered them; and whilst some of my companions were amusing themselves with gathering fruits and flowers, I took out some of the wine and provisions I had brought with me, and seated myself by a little stream under some trees, which afforded a delightful shade. When I had satisfied my hunger, sleep gradually stole over my senses. I cannot say how long I slept, but when I awoke the ship was no longer in view. I was much surprised at this circumstance, and rose to look for my companions, but they were all gone; and I could only just descry the vessel in full sail, at such a distance that I soon lost sight of it.</p>
<p>&#8220;You may imagine what were my reflections when I found myself in this dismal state. I thought I should have died with grief. I reproached myself a thousand times for my folly in not being contented with my first voyage, which ought to have satisfied my craving for adventure; but all my regrets were of no avail, and my repentance came too late. At length I resigned myself to the will of Heaven; and not knowing what would become of me, I ascended a high tree, from whence I looked on all sides, to try if I could not discover some object to inspire me with hope. Casting my eyes towards the sea, I could discern only water and sky; but perceiving on the land side a white spot, I descended from the tree, and taking up the remainder of myprovisions, I walked towards the object. As I approached, I perceived it to be a ball of prodigious size, and when I got near enough to touch it, I found it was soft. Iwalked round it to see if there was an opening, but could find none; and the ball appeared so smooth that any attempt to climb it would have been fruitless. Its circumference might be about fifty paces.</p>
<p>&#8220;The sun was then near setting; the air grew suddenly dark, as if obscured by a thick cloud. I was surprised at this change, but how much did my amazement increase, when I perceived it to be occasioned by a bird of most extraordinary size, which was flying towards me. I recollected having heard sailors speak of a bird called a roc; and I concluded that the great white ball which had drawn my attention must be the egg of this bird. I was not mistaken; for shortly afterwards it lighted on the white ball, and placed itself as if to sit upon it. When I saw this huge fowl coming I drew near to the egg, so that I had one of the claws of the bird just before me; this claw was as big as the trunk of a large tree. I tied myself to the claw with the linen of my turban, in hopes that the roc, when it took its flight the next morning, would carry me with it out of that desert island. My project succeeded; for at break of day the roc flew away, and bore me to such a height that I could no longer distinguish the earth; then it descended with such rapidity that I almost lost my senses. When the roc had alighted, I quickly untied the knot that bound me to its foot, and had scarcely released myself when it darted on a serpent of immeasurable length, and seizing the snake in its beak, flew away.</p>
<p>&#8220;The place in which the roc left me was a very deep valley, surrounded on all sides by mountains of such height that their summits were lost in the clouds, and so steep that there was no possibility of climbing them. This was a fresh embarrassment; for I had no reason to rejoice at my change of situation, when I compared it with the island I had left.</p>
<p>&#8220;As I walked along this valley, I remarked that it was strewn with diamonds, some of which were of astonishing size. I amused myself for some time by examining them, but soon perceived from afar some objects which destroyed my pleasure, and created in me great fear. These were a great number of serpents, so long and large that the smallest of them would have swallowed an elephant with ease. During the daytime they hid themselves in caves from the roc, their mortal enemy, and only came out when it was dark. I passed the day in walking about the valley, resting myself occasionally when an opportunity offered; and when the sun set I retired into a small cave, where I thought I should be in safety. I closed the entrance, which was low and narrow, with a stone large enough to protect me from the serpents, but which yet allowed a little light to pass into the cave. I supped on part of myprovisions , and could plainly hear the serpents which began to make their appearance. Their tremendous hissings caused me great fear, and, as you may suppose, I did not pass a very quiet night. When the day appeared the serpents retired. I left my cave with trembling, and may truly say that Iwalked a long time on diamonds, without feeling the least desire to possess them. At last I sat down, and notwithstanding my agitation, after making another meal off myprovisions I fell asleep, for I had not once closed my eyes during all the previous night. I had scarcely began to doze, when something falling near me, with a great noise, awoke me. It was a large piece of fresh meat, and at the same moment I saw a number of other pieces rolling down the rocks from above.</p>
<p>&#8220;I had always supposed the account to be fictitious which I had heard related by seamen and others, of the Valley of Diamonds, and of the means by whichmerchants procured these precious gems. I now knew it to be true. The method of proceeding is this: The merchants go to the mountains which surround the valley about the time that the eagles hatch their young. They cut large pieces of meat, and throw them into the valley; and the diamonds on which the lumps of meat fall stick to them. The eagles, which are larger and stronger in that country than in any other, seize these pieces of meat, to carry to their young at the top of the rocks. Themerchants then run to the eagles&#8217; nests, and by various noises oblige the birds to retreat, and then take the diamonds that have stuck to the pieces of meat. I had supposed it impossible ever to leave this valley, and began to look on it as my tomb; but now I changed my opinion, and turned my thoughts to the preservation of my life. I began by collecting the largest diamonds I could find, and with these I filled my leather bag in which I had carried myprovisions . I then took one of the largest pieces of meat, and tied it tight round me with the linen of my turban; in this state I laid myself on the ground, tightly securing my leather bag round me.</p>
<p>&#8221; I had not been long in this position before the eagles began to descend, and each seized a piece of meat, with which it flew away. One of the strongest darted on the piece to which I was attached, and carried me up with it to its nest. Themerchants then began their cries to frighten away the eagles; and when they had obliged the birds to quit their prey, one of them approached, but was much surprised and alarmed on seeing me. He soon, however, recovered from his fear; and instead of inquiring by what means I came there, began to quarrel with me for trespassing on what he called his property. &#8216;You will speak to me with pity instead of anger,&#8217; said I, &#8216;when you learn by what means I reached this place. Console yourself; for I have diamonds for you as well as for myself; and my diamonds are more valuable than those of all the othermerchants added together. I have myself chosen some of the finest at the bottom of the valley, and have them in this bag.&#8217; Saying this, I showed him my store. I had scarcely finished speaking, when the othermerchants, perceiving me, flocked round me with great astonishment, and their wonder was still greater when I related my history.</p>
<p>&#8220;They conducted me to the place where they lived together, and on seeing my diamonds they all expressed their admiration, and declared they had never seen any to equal them in size or quality. The nest into which I had been transported belonged to one of these merchants, for each merchant has his own; I entreated him, therefore, to choose for himself from my stock as many as he pleased. He contented himself with taking only one, and that too was the smallest I had, and as I pressed him to take more, without fear of wronging me, he refused. &#8216;No,&#8217; said he, &#8216;I am very well satisfied with this, which is sufficiently valuable to spare me the trouble of making any more voyages to complete my little fortune.&#8217;</p>
<p>&#8220;The merchants had been for some days in that spot, and as they now appeared to be contented with the diamonds they had collected, we set off all together on the following day, and travelled over high mountains, which were infested by prodigious serpents; but we had the good fortune to escape them. We reached the nearest port in safety, and from thence embarked for the Isle of Roha, where I exchanged some of my diamonds for valuable merchandise. We set sail for other islands; and at last, after having touched at several ports, we reached Balsora, from which place I returned to Bagdad. The first thing I did was to distribute a great deal of money amongst the poor; and I enjoyed with credit and honour the remainder of my immense riches, which I had acquired with such labour and fatigue.&#8221;</p>
<p>Here Sindbad closed the relation of his second voyage. He again ordered a hundred sequins to be given to Hindbad, whom he invited to come on the morrow to hear the history of the third.</p>
<p>The guests returned home: and the following day repaired at the usual hour to the house of Sindbad; where the porter, who had almost forgotten his poverty, also made his appearance. They sat down to table; and when the repast was ended, Sindbad began to tell the story of his third voyage.</p>
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"The giant duly returned to sup on one of our companions. After his hideous meal he fell asleep and snored till daybreak, when he arose and went out as before. ...</span></li><li><a href="http://www.dubaiblog.it/index.php/2009/12/05/dubai-blog-arabian-nights-the-first-voyage-of-sindbad-the-sailor/" rel="bookmark" class="crp_title">Arabian nights: The First Voyage of Sindbad the Sailor</a><span class="crp_excerpt"> IN the reign of the Caliph Haroun Alraschid, there lived in Bagdad a poor porter, who was named Hindbad. One day; during the most violent heat of summer, he was ...</span></li><li><a href="http://www.dubaiblog.it/index.php/2009/12/23/dubai-blog-arabian-nights-the-fourth-voyage-of-sindbad/" rel="bookmark" class="crp_title">Arabian Nights: The Fourth Voyage of Sindbad</a><span class="crp_excerpt"> "On the eighth day I came to the seashore; here I saw some white people employed in gathering pepper, which grew very plentifully in that place. They came towards me ...</span></li><li><a href="http://www.dubaiblog.it/index.php/2009/11/21/dubai-blog-the-arabian-nights-ali-baba-and-the-forty-thieves/" rel="bookmark" class="crp_title">The Arabian Nights: Ali Baba and the forty thieves</a><span class="crp_excerpt"> 

translated by Sir Richard Burton in 1850

IN days of yore and in times and tides long gone before, there dwelt in a certain town of Persia two brothers, one named ...</span></li><li><a href="http://www.dubaiblog.it/index.php/2009/11/28/dubai-blog-the-arabian-nights-the-story-of-the-merchant-and-the-jinni-nights-1-3/" rel="bookmark" class="crp_title">The Arabian Nights: The Story of the Merchant and the Jinni (nights 1 &#8211; 3)</a><span class="crp_excerpt"> IT has been related to me, O happy King, said Shahrazad, that there was a certain merchant who had great wealth, and traded extensively with surrounding countries; and one day ...</span></li></ul></div><script type="text/javascript">sdac_post_slideshows.push({fx: 'fade', timeout: 0, speed: 1000, pause: 0,})</script>]]></content:encoded>
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		<title>Dalle Mille e una Notte: Il primo viaggio di Sinbad il Marinaio</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Dec 2009 22:01:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>follyx</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fiabe / Tales]]></category>
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Durante il regno del califfo Harùn ar-Rashìd, Emiro dei credenti, viveva nella città di Baghdad un uomo chiamato Sindbad il Facchino, il quale era molto povero e per guadagnarsi da vivere portava dei carichi sopra la testa. Ora avvenne che un giorno di gran caldo, mentre trasportava una cesta assai pesante che lo faceva sudare e faticare moltissimo, il povero Sindbad si trovò a passare davanti alla porta di una ricca dimora. La strada davanti alla casa era stata spazzata e innaffiata e dal giardino veniva un delizioso venticello. Vedendo che accanto alla porta c&#8217;era una panca, Sindbad depositò a terra la cesta e si sedette per riprendere fiato in quel luogo delizioso. E mentre stava seduto, asciugandosi il sudore e riflettendo sulla miseria della sua condizione, il vento gli portò dall&#8217;interno della casa il profumo di cibi squisiti, il suono di musiche e canti, un rumore di voci allegre ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1550" title="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand" src="http://www.dubaiblog.it/wp-content/uploads/2009/12/fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand.jpg" alt="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand" width="620" height="280" /></p>
<p>Durante il regno del califfo Harùn ar-Rashìd, Emiro dei credenti, viveva nella città di Baghdad un uomo chiamato Sindbad il Facchino, il quale era molto povero e per guadagnarsi da vivere portava dei carichi sopra la testa. Ora avvenne che un giorno di gran caldo, mentre trasportava una cesta assai pesante che lo faceva sudare e faticare moltissimo, il povero Sindbad si trovò a passare davanti alla porta di una ricca dimora. La strada davanti alla casa era stata spazzata e innaffiata e dal giardino veniva un delizioso venticello. Vedendo che accanto alla porta c&#8217;era una panca, Sindbad depositò a terra la cesta e si sedette per riprendere fiato in quel luogo delizioso. E mentre stava seduto, asciugandosi il sudore e riflettendo sulla miseria della sua condizione, il vento gli portò dall&#8217;interno della casa il profumo di cibi squisiti, il suono di musiche e canti, un rumore di voci allegre e scoppi di risa e il cinguettare meraviglioso di uccelli d&#8217;ogni specie. Allora Sindbad il Facchino alzò gli occhi al cielo e disse: &#8221; Sia lode a te, o Allah, Creatore di tutte le cose, Signore Onnipotente che distribuisci la ricchezza e la miseria. Tu non devi rendere conto a nessuno di ciò che fai ed ogni uomo ha quel che gli tocca. Vi sono quelli, come il padrone di questa casa, che sono agiati e felici, e vi sono quelli che, come me, sono poveri e afflitti! Eppure siamo tutti di uno stesso seme. Ma a me è toccato in sorte portare carichi pesanti e ricevere in cambio solo miseria e afflizione. Scommetto che il padrone di questa casa non ha mai toccato nemmeno con un dito una cesta pesante come questa; eppure, egli si ristora al fresco di questo giardino. La sua sorte assomiglia alla mia quanto il vino assomiglia all&#8217;aceto. Tuttavia non credere, Signore, che io mi lamenti. Tu sei Grande, Magnanimo e Giusto. E se Tu governi così il mondo, vuol dire che è giusto che il mondo sia governato così! &#8221; Quando ebbe terminato questa invocazione, Sindbad fece per rimettersi in capo la cesta e riprendere il cammino, allorché dalla porta della casa uscì un giovane servo, bello e ben vestito, il quale, presolo per mano, gli disse: &#8221; Entra, perché il mio padrone desidera vederti. &#8221; Sindbad lasciò la sua cesta in consegna al portinaio e seguì il servo, che lo introdusse in un meraviglioso salone dal pavimento di marmo, coperto di tappeti preziosi, e dove era imbandita una mensa ricchissima. Tutto intorno, su meravigliosi, cuscini, sedevano persone di riguardo; al centro, nel posto d&#8217;onore, sedeva un uomo dalla lunga barba bianca e dall&#8217;aspetto grave, dignitoso e nobile. &#8221; Per Allah! &#8221; pensò Sindbad il Facchino, &#8221; questo luogo deve essere la dimora dì qualche re o di qualche sultano! &#8220;I Poi si ricordò di compiere quelli atti che esige la buona educazione e, dopo avere salutato rispettosamente gli astanti, si inginocchiò davanti al padrone di casa e baciò la terra. Con molta amabilità il padrone di casa gli diede il benvenuto, poi lo fece sedere accanto a sé le lo invitò a gustare cibi e bevande che il povero Sindbad non aveva mai assaggiato in tutta la sua vita. Quando questi ebbe finito di mangiare e si fu lavato le mani, &#8221; Sia lode a Dio! &#8221; disse e ringraziò tutti i presenti per le loro gentilezze. Come vogliono le buone regole, solo quando vide che il suo ospite si era rifocillato il padrone di casa prese ad interrogarlo: &#8221; Benvenuto in casa mia, e che la tua giornata sia benedetta! Ma dimmi, o mio ospite, come ti chiami e che mestiere fai? &#8221; &#8221; Mi chiamo Sindbad il Facchino, o signore, e il mio mestiere consiste nel portare carichi sulla testa. &#8221; Il padrone di casa sorrise e gli disse: &#8221; Sappi, o facchino, che il tuo nome è uguale al mio; infatti, io mi chiamo Sindbad il Marinaio. Ora vorrei pregarti di ripetere qui ciò che dicevi poco fa mentre stavi seduto fuori della porta di casa mia. &#8221; Allora Sindbad il Facchino si senti pieno di vergogna e disse: &#8221; Nel nome di Allah, non rimproverarmi per la mia insolenza! La fatica e la miseria rendono l&#8217;uomo sciocco e maleducato! &#8221; Ma Sindbad il Marinaio gli disse: &#8221; Non devi vergognarti. Ripeti senza alcuna preoccupazione ciò che dicevi perché tu ora sei come mio fratello. &#8221; Allora il Facchino, rassicurato, ripete le parole che aveva pronunciato sulla porta di casa. Quando ebbe terminato, Sindbad il Marinaio si rivolse a lui e gli disse: &#8221; Sappi, o Facchino, che la mia storia è senza precedenti. Ora ti racconterò tutte le avventure che mi sono capitate e tutte le prove che ho dovuto subire prima di giungere a questa felicità e di poter abitare nel palazzo in cui tu mi vedi. Sentirai quanti disagi e quali terribili calamità io abbia dovuto affrontare per poter ottenere gli agi che circondano ora la mia vecchiaia. Sappi dunque che io ho fatto numerosi viaggi, e ogni viaggio fu un&#8217;avventura meravigliosa, tale da destare in chi l&#8217;ascolta uno stupore senza limiti. Ma tutto ciò che ora ti racconterò è avvenuto perché era scritto, e da ciò che è scritto non v&#8217;è scampo né rimedio! &#8220;.</p>
<p>Primo viaggio di Sindbad il Marinaio</p>
<p>Sappiate, o illustri signori, e te, onesto Facchino, che mio padre era mercante di professione e uno dei più ricchi che ci fossero nel suo tempo. Quando mio padre morì, mi lasciò grandi ricchezze in denaro, merci, case e terreni. Io, purtroppo, nella insipienza della gioventù, presi a frequentare compagnie dissipate, passavo il mio tempo a bere e giocare e in festini e in conviti e non mi avvedevo che le mie ricchezze, per quanto grandi fossero, andavano sempre più scemando. Un giorno, finalmente, mi riscossi da quel mio stordimento e mi accorsi che tutte le mie sostanze erano dilapidate. Mi ricordai allora delle parole del nostro signore Salomone, figlio di Davide; &#8221; Tre cose sono migliori di tre altre: il giorno della morte è meglio del giorno della nascita, un cane vivo è meglio di un leone morto, la tomba è preferibile alla povertà. &#8221; Misi insieme allora quel poco che mi era rimasto e lo vendetti all&#8217;incanto ricavandone tremila dirham. Poi ricordai il verso del poeta:</p>
<p>&#8220;Chi vuole la gloria senza fatica, passerà la vita inseguendo un sogno impossibile.&#8221;</p>
<p>Senza por tempo in mezzo, mi recai al suk, dove acquistai per duemila dirham di merci. Quindi con la mia roba salii su una nave, dove erano già imbarcati diversi mercanti, e scesi lungo il Tigri fino a Bassora. Di qui la nave spiegò le vele verso il mare aperto. Viaggiammo per giorni e notti, toccando un&#8217;isola dopo l&#8217;altra e una terra dopo l&#8217;altra; e in ogni luogo dove ci fermavamo scendevamo a terra &#8211; a vendere ed a scambiare le merci. Un giorno, dopo che navigavamo da parecchio tempo senza avere avvistato un solo lembo di terra, improvvisamente vedemmo sorgere davanti a noi un&#8217;isola che sembrava il paradiso. Il capitano fece vela verso l&#8217;isola e, ormeggiata la nave, scendemmo tutti a terra, dove alcuni prepararono i fornelli per cucinare, altri si misero a passeggiare contemplando le bellezze del luogo. Io fui fra questi ultimi.</p>
<p>Mentre ce ne stavamo così, godendoci la bellezza di quel sito, a un tratto sentimmo la terra che tremava sotto i nostri piedi e udimmo il capitano che, sporgendosi dalla murata della nave, gridava: &#8221; Passeggeri, salvatevi! Fate presto! Risalite subito a bordo! Lasciate ogni cosa, se tenete alla vita! Fuggite l&#8217;abisso che si spalanca sotto di voi! Perché l&#8217;isola su cui vi trovate non è un&#8217;isola, ma una balena gigantesca, che da tempo immemorabile si è adagiata in mezzo al mare. La balena è rimasta così da tanto tempo che il mare l&#8217;ha ricoperta di sabbia, e le sono cresciuti sul dorso gli alberi che vedete! Voi, accendendo i fuochi per cucinare, l&#8217;avete risvegliata, ed ecco che ora si muove e vi trascinerà con sé negli abissi! Salvatevi, abbandonate tutto! &#8221; . Udendo queste parole del capitano, i passeggeri, presi dal terrore, si misero a correre verso la nave abbandonando le loro robe, i fornelli, le pentole. Ma la balena era già in movimento e la nave stava già levando le ancore, così che solo alcuni riuscirono a salire a bordo. Gli altri, quelli che si trovavano più lontano o che si erano attardati a raccogliere le loro cose, furono travolti dalle onde e sommersi nel mare profondo. Io fui fra questi ultimi. Ma Allah Altissimo e Misericordioso mi salvò dalla morte facendomi capitare sotto mano un grosso mastello di legno, di quelli che si usano per fare il bucato. Io mi ci misi sopra a cavalcioni e muovendo disperatamente i piedi come fossero remi cercai di raggiungere la nave che si allontanava a vele spiegate. La seguii per un pezzo, finché non la vidi sparire all&#8217;orizzonte, e mi ritrovai in mezzo al mare, solo e derelitto, sicuro ormai di morire. Per una notte e un giorno, fui sballottato dalle onde e dai venti. Alla fine le correnti marine mi gettarono contro un&#8217;isola rocciosa. Aiutandomi con le mani e con i piedi riuscii ad attaccarmi a dei cespugli e a salire in cima alle scogliere. Quando toccai terra, mi esaminai il corpo e vidi che era tutto gonfio e martoriato e che i piedi recavano i segni dei morsi dei pesci. Ma non sentivo alcun dolore, tanto ero sfinito. Mi gettai a terra e per la stanchezza svenni. Rimasi a lungo così, in questo stato d&#8217;incoscienza, e mi risvegliai solo al secondo giorno, quando il sole cominciò a battermi addosso. Feci per alzarmi in piedi ma le gambe, gonfie e piagate, non mi reggevano. Considerai la miseria del mio stato, ma con la forza della disperazione cominciai a trascinarmi per terra, fino a che, dopo molto patire, giunsi in mezzo ad una pianura, dove scorrevano ruscelli e crescevano alberi da frutta. Rimasi in quel luogo molti giorni, bevendo l&#8217;acqua dei ruscelli e mangiando la frutta, finché non mi sentii guarito e rifocillato. Quando fui in grado di alzarmi, mi fabbricai un bastone con il ramo di un albero e cominciai a passeggiare ammirando tutto ciò che Allah aveva creato su quella terra.</p>
<p>Un giorno, che camminavo lungo la spiaggia del mare, vidi di lontano qualcosa che mi parve essere una bestia selvaggia o un mostro marino. Curiosità e paura si combattevano in me, sì che facevo dieci passi avanti e cinque indietro. Alla fine mi feci coraggio e, avvicinandomi, potei vedere che si trattava di una bellissima giumenta, legata a un paletto sulla riva del mare. Mentre stavo là a contemplare la bestia, essa emise un alto nitrito ed ecco che da sotto terra sbucò un uomo, il quale mi venne dietro gridando: &#8221; Chi sei tu? E da dove vieni? Per quale motivo ti sei avventurato fin qui? &#8221; &#8221; Signore, &#8221; risposi, &#8221; sappi che io sono uno straniero e mi trovavo insieme ad altri passeggeri su una nave che ha fatto naufragio. Tutti i miei compagni sono morti, ma Allah mise fra le mie gambe un mastello che mi tenne a galla e così arrivai sino alle sponde di questa terra. &#8221; Quando quell&#8217;uomo ebbe udito le mie parole, mi prese per mano e mi disse: &#8221; Seguimi! &#8221; Scendemmo in una caverna sotterranea ed entrammo in una grande sala, dove mi fece sedere e dove mi portò da mangiare. Poiché avevo fame, mangiai di buon appetito e quando egli vide che ero rifocillato e il mio animo era tranquillo, mi chiese di raccontargli per filo e per segno tutto ciò che mi era accaduto; io gli raccontai la mia storia fin dal principio senza trascurare nulla, ed egli dimostrò grande meraviglia. Quando ebbi finito il mio racconto, gli dissi: &#8221; In nome di Allah, signore, non prendertela con me se ora ti chiedo una cosa. Io ti ho raccontato la verità sulla mia condizione. Ora vorrei che tu mi dicessi chi sei e per quale motivo abiti in questa sala sotterranea e perché tieni una giumenta legata sulla riva del mare! &#8221; &#8221; Sappi, &#8221; mi rispose, &#8221; che siamo in parecchi sparsi sulle spiagge di quest&#8217;isola e siamo tutti guardiani dei cavalli del re Mihragiàn. Tutti i mesi, quando c&#8217;è la luna nuova, scegliamo una giumenta di razza e la leghiamo sulla riva del mare, poi ci nascondiamo in queste caverne sotterranee. Ed ecco che, attirato dall&#8217;odore della femmina, esce dal mare un cavallo marino e si guarda intorno e non vedendo nessuno piomba sulla giumenta e la copre. Quando ha finito di montarla si avvia verso il mare, ma la giumenta che è legata non può seguirlo e allora comincia a nitrire e a scalpitare. E il cavallo marino grida e la colpisce con la testa e con le zampe. Allora noi che siamo nascosti qui sotto sappiamo che il cavallo marino ha finito di montare la giumenta e usciamo fuori dal nostro nascondiglio e cominciamo a correre e a gridare e il cavallo marino spaventato si tuffa di nuovo tra i fiotti. Così la giumenta, fecondata, rimane pregna e partorisce un puledro che vale un tesoro, perché non ve ne sono di eguali sulla terra. E proprio oggi è il giorno in cui verrà il cavallo marino. Quanto a me, ti prometto di accompagnarti, quando tutto sarà finito, dal nostro re Mihragiàn e di farti conoscere il nostro paese benedici Allah, il quale ha fatto sì che io t&#8217;incontrassi, perché senza di me tu saresti morto di tristezza e di solitudine su quest&#8217;isola e nessuno dei tuoi amici e dei tuoi parenti avrebbe più saputo nulla di te. &#8221;</p>
<p>Invocai su di lui le benedizioni di Allah e lo ringraziai per la sua cortesia; e mentre stavamo ancora parlando, ecco che uscì dal mare lo stallone; si guardò intorno e, dopo aver cacciato un forte nitrito, saltò sulla cavalla e la coprì. Quando ebbe terminato smontò dalla giumenta e voleva portarsela via con sé, ma quella non poteva muoversi a causa del paletto, e tirava calci e nitriva. In quel momento uscì fuori dalla caverna il guardiano della giumenta con in mano una spada e uno scudo che percuoteva facendo un grande fracasso. E intanto andava chiamando i suoi compagni che sbucavano di sotto terra da tutte le parti, anch&#8217;essi gridando e facendo baccano. Allora lo stallone impaurito lasciò la giumenta e tuffatosi nelle acque sparì sotto la superficie del mare. Quando tutto fu finito, anche gli altri palafrenieri, che recavano a mano una giumenta ciascuno, mi vennero vicino e mi chiesero chi fossi e di dove venissi. Io raccontai a loro tutta la mia storia, ed essi si felicitarono con me, poi stesero per terra la tovaglia e ci rifocillammo. Dopo mangiatO mi fecero salire su una delle loro cavalle, e così viaggiammo fino a che non giungemmo nella città dove abitava il re Mihragiàn. Giunti che fummo a destinazione, i palafrenieri si recarono dal loro sovrano e lo informarono del mio arrivo, e questi chiese che io gli fossi condotto dinanzi. Il re Mihragiàn mi salutò con molta amicizia, dandomi il benvenuto, poi mi chiese di raccontargli la mia straordinaria avventura e quando ebbi finito esclamò: &#8221; Per Allah, figlio mio, la tua salvezza è davvero un fatto miracoloso! Se tu non fossi destinato a vivere a lungo, non saresti scampato al naufragio; sia lodato Allah che ti ha tratto in salvo! &#8221; Ciò detto, mi parlò con amicizia e considerazione, colmandomi di doni e di onori, e mi nominò anche capo del porto incaricandomi di tenere il registro di tutte le navi che entravano e uscivano. Così io presi a frequentare regolarmente il sovrano, il quale non mancava di dimostrarmi la sua benevolenza preferendomi a tutti gli altri suoi intimi e ricoprendomi di vesti preziose. Salii a tal punto nella sua stima che la gente, quando aveva bisogno di qualche cosa, chiedeva a me di intercedere presso il sovrano. Nonostante tutto questo, però, non avevo dimenticato il mio paese e, ogni volta che mi trovavo a passare per il porto e vedevo giungere una nave, mi affrettavo a interrogare ì marinai sulla mia città, chiedendo loro se avessero notizie di Baghdad. E invariabilmente quelli mi rispondevano di non aver mai sentito nominare una città simile e di non sapere nemmeno dove si trovasse. Mi convinsi così che non avrei mai più veduto il mio paese e avrei dovuto finire i miei giorni in terra straniera. Un giorno, recatomi a trovare il re Mihragiàn, lo trovai in compagnia di alcuni signori indiani i quali mi chiesero notizie del mio paese ed io chiesi ad essi notizie del loro. Costoro mi dissero che gli indiani erano tutti divisi in caste,e che le caste più importanti erano quella degli Kshatria, composta da uomini nobili e giusti che non commettevano mai soprusi né facevano violenza a nessuno, e quella dei Bramani, i quali sono della gente che non beve vino ma ama trascorrere la vita in lieta serenità e possiede cammelli, cavalli ed armenti. Mi dissero anche che il popolo indiano è diviso in settantadue caste, che non hanno rapporti fra loro, il che mi stupì grandemente.</p>
<p>Fra le altre cose che vidi nelle terre del re Mihragiàn, c&#8217;era un&#8217;isola chiamata Kasil, dove ogni notte e per tutta la notte si sentivano suonare tamburi e tamburelli; ma sia gli abitanti delle isole vicine, sia i viaggiatori mi assicurarono che il popolo di quell&#8217;isola era composto da gente seria ed assennata. In quel mare vidi anche un pesce lungo duecento cubiti e molto temuto dai pescatori; vidi anche un altro pesce che aveva la testa simile a quella di un gufo e molte altre cose rare e meravigliose che sarebbe troppo lungo riferire. Occupavo così il mio tempo visitando le isole, finché un giorno, che me ne stavo nel porto con il mio bastone in mano secondo l&#8217;abitudine che avevo preso, osservai una grande nave carica di mercanti che entrava in porto. Quando la nave si fu accostata alla banchina che è sotto le mura della città, il capitano ordinò di ammainare le vele e di ormeggiare il bastimento. Ciò fatto, misero fuori una passerella e i marinai cominciarono a scaricare le mercanzie mentre io, che stavo lì accosto, ne prendevo nota.</p>
<p>Alla fine chiesi al capitano: &#8220;E&#8217; rimasto niente altro nella tua nave? &#8221; E quello mi rispose: &#8221; Signore, nella stiva sono rimaste diverse balle di mercanzia il cui proprietario è annegato durante il viaggio. Noi le abbiamo prese in consegna ed ora ci ripromettiamo di venderle facendone registrare il prezzo, che consegneremo poi ai parenti dello scomparso quando torneremo a Baghdad, città della pace. &#8221; &#8221; E quale era il nome di questo mercante? &#8221; m&#8217;informai. &#8221; Si chiamava Sindbad il Marinaio, &#8221; &#8216; rispose il capitano. Allora io lo guardai più dappresso e lo riconobbi e, gettato un gran grido, esclamai: &#8221; Capitano! Sappi che sono io quel Sindbad il Marinaio che viaggiava con voi; e quando il pesce si mosse e tu ci chiamasti, alcuni riuscirono a mettersi in salvo ed altri caddero in acqua; io fui fra questi. Ma Allah Onnipotente mi mise a portata di mano un mastello di legno al quale mi aggrappai, e i venti e le correnti marine mi gettarono su questa isola dove per grazia di Allah, incontrai alcuni servi del re Mihragiàn che mi condussero dal loro signore. E quando gli ebbi raccontato la mia storia egli mi colmò di benefici e mi nominò sovrintendente del porto. E in questa carica, come tu mi vedi, ho vissuto con larghezza, beneficato dal favore del sovrano. Perciò le balle che tu hai nella nave sono mie. &#8221;</p>
<p>Allora il capitano esclamò: &lt; Non c&#8217;è maestà né potenza se non in Allah, il Glorioso, il Grande! Bisogna dire però che fra gli uomini non è rimasta né coscienza né buona fede! &#8221; &#8221; Capitano, &#8221; dissi io, &#8221; che significano queste parole, dopo che ti ho raccontato la mia storia? &#8221; E quello rispose: &#8221; Quando hai sentito che avevo nella stiva queste merci il cui proprietario era annegato, hai pensato bene di volertele prendere con l&#8217;inganno. Ma non potrai farlo, perché noi l&#8217;abbiamo visto sprofondare nel mare con i nostri occhi, insieme con molti altri passeggeri, nessuno dei quali si è salvato. Quindi, come puoi pretendere di essere il padrone di queste merci? &#8221; &#8221; Capitano, &#8221; dissi io, &#8221; ascolta tutta la mia storia senza prevenzioni e la verità ti apparirà manifesta. &#8221; Così gli raccontai per filo e per segno tutto quanto mi era accaduto da quando ero partito da Baghdad fino al momento in cui eravamo sbarcati sul pesce isola, dove per poco non facemmo naufragio tutti; gli rammentai anche alcuni particolari che solo io e lui potevamo conoscere. Allora il capitano e i mercanti si convinsero che dicevo la verità e si complimentarono con me per la mia salvezza. Dopo di che il capitano mi consegnò le merci, e su ogni balla trovai scritto il mio nome e vidi che non mancava nulla. Cercai allora fra le mie robe e trovai un oggetto prezioso, e con quello mi recai dal sovrano al quale lo offrii in omaggio raccontandogli tutto quanto era avvenuto poco prima al porto. Il re si stupì moltissimo di questo fatto e contraccambiò il mio regalo con ricchi doni. Nei giorni che seguirono, vendetti le mie merci guadagnando molto denaro e comprai altre mercanzie e oggetti tipici di quel paese. Poi, quando il capitano della nave mi annunciò che aveva intenzione di partire, andai dal re Mihragiàn, lo ringraziai della bontà che aveva avuto per me e gli chiesi licenza di tornare in patria, per rivedere il mio paese, la famiglia, gli amici. Il re acconsentì di buon grado e mi regalò altre merci e prodotti della sua terra; poi mi congedò affabilmente e io, sceso al porto, m&#8217;imbarcai. Poiché così piacque ad Allah, viaggiammo senza inconvenienti per giorni e per notti e alla fine giungemmo a Bassora, dove sbarcai, felice di essere tornato sano e salvo sul suolo natio. Rimasi alcuni giorni a Bassora, poi, portando meco grandi quantità di merci rare e preziose, partii per Baghdad, città della pace, ove entrai dopo un felice viaggio e, giunto nel mio quartiere e nella mia casa, amici e parenti vennero tutti a salutarmi e a rallegrarsi con me. Grazie al denaro che avevo, e alla gran copia di merci che avevo portato con me e che vendetti, acquistai eunuchi e concubine e schiavi e comprai case e giardini e terre, diventando cosi più ricco di quanto lo fossi stato prima. Allora, senza darmi alcun pensiero al mondo, mi misi a frequentare gli amici trascorrendo con loro il tempo, dimentico dei pericoli, degli affanni e delle pene che avevo patito durante quel viaggio avventuroso. Gustai ogni piacere ed ogni delizia, mangiai cibi raffinati e bevvi vini squisiti, e andai avanti in questo modo per parecchio tempo, ché le mie ricchezze mi permettevano di condurre questo treno di vita.</p>
<p>Questa è la storia del mio primo viaggio, e domani, se Allah lo vuole, vi racconterò il secondo dei miei numerosi viaggi. Quindi Sindbad il Marinaio ordinò che venissero date a Sindbad il Facchino cento monete d&#8217;oro e gli disse: &#8221; La tua presenza ci è stata molto gradita oggi.&#8221; Il Facchino lo ringraziò e, preso il dono, se ne andò per la sua strada, riflettendo su quanto aveva udito e non cessando di meravigliarsi per le cose incredibili che possono capitare a un uomo. Quando si fece giorno, tornò a casa di Sindbad il Marinaio, che lo ricevette con gentilezza e lo fece sedere accanto a sé. Non appena gli altri amici del padrone di casa furono arrivati, vennero approntate le mense e tutti mangiarono e bevvero a sazietà. Poi Sindbad il Marinaio cominciò a parlare raccontando con queste parole il</p>
<p>Secondo viaggio di Sindbad il Marinaio&#8230; [continua]</p>
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		<title>Arabian nights: The First Voyage of Sindbad the Sailor</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Dec 2009 21:59:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nico de Corato</dc:creator>
				<category><![CDATA[English]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe / Tales]]></category>
		<category><![CDATA[1001 night]]></category>
		<category><![CDATA[1001 notte]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>IN the reign of the Caliph Haroun Alraschid, there lived in Bagdad a poor porter, who was named Hindbad. One day; during the most violent heat of summer, he was carrying a heavy load from one extremity of the city to the other. Much fatigued by the length of the way he had come, he arrived in a street where the pavement was sprinkled with rose-water, and a grateful coolness refreshed the air. Delighted with this mild and pleasant situation, he placed his load on the ground, and took his station near a large mansion. The delicious scent of aloes and frankincense which issued from the windows, the sound of a charming concert issuing from within the house accompanied with the melody of the nightingales, and other birds peculiar to the climate ofBagdad , added to the smell of different sorts of viands, led Hindbad to suppose that some grand feast was in progress. He wished to know to whom this house belonged. To satisfy his curiosity, therefore, he approached some magnificently dressed servants who were standing at the door, and inquired who was the master of that mansion. &#8216;What,&#8217; replied the servant, &#8216;are you an inhabitant ofBagdad , and do not know that this is the residence of Sindbad the sailor, that famous voyager, who has roamed over all the seas under the sun?&#8217; The porter, who had heard of the immense riches of Sindbad, could not help comparing the situation of this man, whose lot appeared so enviable, with his own deplorable position; and distressed by the reflection, he raised his eyes to heaven, and exclaimed in a loud voice: &#8216; Almighty Creator of all things, deign to consider the difference that there is between Sindbad and myself. I suffer daily a thousand ills, and have the greatest difficulty in supplying my wretched family with bad barley bread, whilst the fortunate Sindbad lavishes his riches in profusion, and enjoys every pleasure. What has he done to obtain so happy a destiny, or what crime has been mine to merit a fate so rigorous?&#8217; He was still musing on his fate, when a servant came towards him from the house, and said: &#8216;Come, follow me; my master Sindbad wishes to speak with you.&#8217;</p>
<p>&#8220;Hindbad was not a little surprised at the compliment thus paid him. Remembering the words he had just uttered, he began to fear that Sindbad sent for him to reprimand him, and therefore he tried to excuse himself from going. He declared that he could not leave his load in the middle of the street. But the servant assured him that it should be taken care of, and pressed him so much to go thatthe porter could no longer refuse.</p>
<p>&#8220;His conductor led him into a spacious room, where a number of persons were seated round a table, which was covered with all kinds of delicate viands. In the principal Seat sat a grave and venerable personage, whose long white beard hung down to his breast, and behind him stood a crowd of officers and servants ready to wait on him. This person was Sindbad. Quite confused by the number of the company and the magnificence of the entertainments,the porter made his obeisance with fear and trembling. Sindbad desired him to approach, and seating him at his right hand, helped him to the choicest dishes, and made him drink some of the excellent wine with which the sideboard was plentifully supplied.</p>
<p>&#8220;Towards the end of the repast, Sindbad began to speak; and addressing Hindbad by the title &#8216;my brother,&#8217; the common salutation amongst the Arabians when they converse familiarly, he inquired the name and profession of his guest.</p>
<p>&#8216;Sir,&#8217; replied the porter, &#8216;my name is Hindbad.&#8217; &#8216; I am happy to see you,&#8217; said Sindbad, &#8216;but I wish to know from your own lips what it was you said just now in the street;&#8217; for Sindbad, before he went to dinner, had heard from the window every word of Hindbad&#8217;s ejaculation, which was the reason of his sending for him. At this request, Hindbad, full of confusion, hung down his head, and replied: &#8216;Sir, I must confess to you that, put out of humour by weariness and exhaustion, I uttered some indiscreet words, which I entreat you to pardon,&#8217; Oh,&#8217; resumed Sindbad, &#8216;do not imagine that I am so unjust as to have any resentment on that account. I feel for your situation, and pity you heartily; but I must undeceive you on one point respecting my own history, in which you seem to be in error. You appear to suppose that the riches and comforts I enjoy have been obtained without any labour or trouble. In this you are mistaken. Before attaining my present position, I have endured for many years the greatest mental and bodily sufferings that you can possibly conceive. Yes, gentlemen,&#8217; continued the venerable host, addressing himself to the whole company, &#8216;I assure you that my sufferings have been so acute that they might deprive the greatest miser of his love of riches. Perhaps you have heard only a confused account of my adventures in the seven voyages I have made on different seas; and as an opportunity now offers, I will, with your leave, relate the dangers I have encountered; and I think the story will not be uninteresting to you.</p>
<p>I SQUANDERED the greater part of my paternal inheritance in youthful dissipation; but at length I saw my folly, and became convinced that riches were not of much use, when applied to such purposes as those to which I had devoted them; and I reflected that the time I spent in dissipation was of still greater value than gold, and that nothing could be more truly deplorable than poverty in old age. Feeling the truth of this reflection, I resolved to collect the small remains of my patrimony and to sell my goods by auction. In short, I determined to employ to some profit the small sum I had remaining; and no sooner was this resolution formed than I put it into execution. I repaired to Balsora, where I embarked with several merchants in a vessel which had been equipped at our united expense.</p>
<p>&#8220;We set sail, and steered towards the East Indies by the Persian Gulf. I was at first troubled with the sickness that attacks voyagers by sea; but I soon recovered my health. In the course of our voyage we touched at several islands, and sold or exchanged our merchandise. One day, when our vessel was in full sail, we were unexpectedly becalmed before a small island which appeared just above the water, and in its verdure resembled a beautiful meadow. The captain ordered the sails to be lowered, and gave permission to those passengers who wished it to go ashore, and of this number I formed one. But while we were enjoying ourselves the island suddenly trembled, and we felt a severe shock.</p>
<p>&#8220;The people who had remained in the ship perceived the earthquake in the island, and immediately called us to re-embark or we should all perish; but what we supposed to be an island was nothing but the back of a whale. The most active of the party jumped into the boat, whilst others threw themselves into the water, to swim to the ship; as for me, I was still on the island, or, more properly speaking, on the whale, when it dived below the surface; and I had only time to seize a piece of wood which had been brought to make a fire with, when the monster disappeared beneath the waves. Meantimethe captain , willing to avail himself of a fair breeze, which had sprung up, set sail with those who had reached his vessel, and left me to the mercy of the waves. I remained in this deplorable situation the whole of that day and the following night. On the return of morning, I had neither strength nor hope left; but a breaker happily threw me on an island.</p>
<p>&#8220;Though extremely enfeebled by the fatigues I had undergone, I still tried to creep about in search of some herb or fruit that might satisfy my hunger. I found some, and had also the good luck to meet with a stream of excellent water. Having in a great measure regained my strength. I began to explore the island, and entered a beautiful plain, where I perceived a horse grazing. I bent my steps towards it, trembling between fear and joy, for I could not ascertain whether I was advancing to safety or perdition. I remarked, as I approached, that the creature was a mare tied to a stake; her beauty attracted my attention; but whilst I was admiring her I heard from underground the voice of a man, who shortly after appeared, and, coming to me, asked me who I was. I related my adventure to him; whereupon he took me by the hand, and led me into a cave, where I found some other persons, who were not less astonished to see me than I was to meet them there.</p>
<p>&#8220;I ate some food which they offered me; and upon my asking them what they did in a place which appeared so barren, they replied that they were grooms to King Mihrage, who was the sovereign of that isle; and that they came hither every year, about this season, with some mares belonging to the king, for the purpose of having a breed between them and a sea-horse which came on shore at that spot. They tied up the mares as I had seen, because they were obliged almost immediately, by their cries, to drive back the sea-horse, which otherwise began to tear the mares in pieces. As soon as the mares were with foal they carried them back, and the colts were called sea-colts, and set apart for the king&#8217;s use. They told me that the morrow was the day fixed for their departure, and if I had beenone day later I must certainly have perished; because they lived so far off that it was impossible to reach their habitations without a guide.</p>
<p>&#8220;Whilst they were talking to me, the horse rose out of the sea, as they described, and immediately attacked the mares. He would have torn them to pieces; but the grooms began to make such a noise that he let go his prey, and again plunged into the ocean.</p>
<p>&#8220;The following day they returned, with the mares, to the capital of the island, whither I accompanied them. On our arrival, King Mihragé, to whom I was presented, asked me who I was, and by what chance I had reached his dominions; and when I had satisfied his curiosity, he expressed pity at my misfortune. At the same time, he gave orders that I should be taken care of, and be supplied with everything I might want.</p>
<p>&#8220;As I was a merchant, I associated with persons of my profession. I sought, in particular, such as were foreigners, partly to hear some intelligence of Bagdad, and partly in the hope of meeting some one with whom I could return; for the capital of King Mihragé is situated on the seacoast, and has a beautiful port, where vessels from all parts of the world daily arrive.</p>
<p>&#8220;As I was standing one day near the port, I saw a ship come towards the land. When the crew had cast anchor, they began to unload its goods, and the merchants to whom the cargo belonged took it away to their warehouses. Happening to cast my eyes on some of the packages, I saw my name written thereon, and, having attentively examined them, I recognized them as the same which I had embarked in the ship in which I left Balsora. I also recollectedthe captain ; but as I felt assured that he thought me dead, I went up to him, and asked him to whom those parcels belonged. &#8216;I had on board with me,&#8217; replied he, &#8216;a merchant of Bagdad, named Sindbad.One day when we were near an island, or at least what appeared to be one, he went ashore with some other passengers, on this supposed island, which was nothing but an enormous whale that had fallen asleep onthe surface of the water. The fish no sooner felt the heat of a fire they lighted on its back to cook their provisions, than it began to move and flounce about in the sea. Most of the persons who were on it were drowned, and the unfortunate Sindbad was one of the number. These parcels belonged to him; and I have resolved to sell them, that if I meet with any of his family I may be able to pay over to them the profit I shall have made on the principal.&#8217; &#8216; Captain,&#8217; said I then, &#8216; I am that Sindbad, whom you supposed dead, but who is still alive; and these parcels are my property and merchandise.&#8217;</p>
<p>&#8220;When the captain heard me speak thus he exclaimed: &#8216;Great God! whom shall I trust? There is no longer truth in man! With my own eyes I saw Sindbad perish; the passengers I had on board were also witnesses of his death; and you have the assurance to say that you are that same Sindbad? At first sight you appeared a man of probity and honour; yet you assert an impious falsity, to possess yourself of some merchandise which does not belong to you.&#8217; &#8216; Have patience,&#8217; replied I, &#8216;and do me the favour to listen to what I have to say.&#8217; I then related in what manner I had been saved, and by what accident I had met with King Mihrage&#8217;s grooms, who had brought me to his court.</p>
<p>&#8220;The captain was rather staggered at my discourse, but was soon convinced that I was not an impostor; for some people who arrived from his ship knew, me, and began to congratulate me on my fortunate escape. At last he recollected me himself, and embracing me, exclaimed: &#8216;Heaven be praised that you have happily escaped from that great peril. Here are your goods; take them, for they are yours.&#8217; I thanked him, and praised his honourable conduct.</p>
<p>&#8220;I selected the most precious and valuable things in my bales as presents for King Mihragé. As this prince had been informed of my misfortunes, he asked me where I had obtained such rare curiosities. I related to him the manner in which I had recovered my property, and he had the condescension to express his joy at my good fortune. He accepted my presents, and gave me others of far greater value. Hereupon I took my leave, and re-embarked in the same vessel in which I had come; having first exchanged what merchandise remained for products of the country, consisting of aloes and sandal wood, camphor, nutmegs, cloves, pepper, and ginger. We touched at several islands, and at last landed at Balsora, from whence I came here, having realized about a hundred thousand sequins. I returned to my family, and was received by them with the joy of true and sincere friendship. I purchased slaves of both sexes, and bought a magnificent house and grounds. Thus I established myself, determined to forget the hardships I had endured, and to enjoy the pleasures of life.&#8221;</p>
<p>Thus Sindbad concluded the story of his first voyage. The company continued to feast till night approached; and when it was time to separate, Sindbad ordered a purse containing a hundred sequins to be brought to him, and gave it to the porter, with these words: &#8216; Take this, Hindbad; return to your home, and come again to-morrow, to hear the continuation of my history.&#8217; The porter retired quite confused by the honour conferred on him, and the present he had received. The account he gave of his adventure to his wife and children rejoiced them greatly, and they did not fail to return thanks to Providence for the bounties bestowed by means of Sindbad.</p>
<p>&#8220;Hindbad dressed himself in his best clothes on the following day, and betook himself to the house of his liberal patron, who received him with smiling looks and a friendly air. As soon as the guests had all arrived the feast was served, and they sat down to eat. When the repast was over, Sindbad thus addressed his guests. &#8216;My friends, I request you to have the kindness to listen to me while I relate the adventures of my second voyage. The company were silent, and Sindbad began to speak as follows&#8230;</p>
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		<title>Dalle Mille e una notte: storia di una donna e dei suoi cinque corteggiatori</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 11:28:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>follyx</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fiabe / Tales]]></category>
		<category><![CDATA[1001 nights]]></category>
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Mi è venuto in mente, o re felice, che c&#8217;era una volta, nel tempo andato, in una certa città, una donna, figlia di ricchi mercanti, la quale aveva un marito che era un gran viaggiatore. Ora accadde che una volta questo marito partì per visitare paesi lontani e la sua assenza si prolungò a tal punto che la moglie fu colta da grandissima noia, e non potendo più sopportare la sua solitudine, tanto più che era molto bella e nel fiore degli anni, accettò la corte di un giovanotto figlio di mercanti.
I due si amarono con tanta passione che da quel momento le giornate parvero alla donna non già lunghe ma brevissime e, poiché il giovane era instancabile nel dare quanto la donna era insaziabile nel prendere, così fra il dare e il prendere il tempo cominciò a scorrere molto lietamente e la donna smise di lagnarsi per la lunga ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1526" title="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand" src="http://www.dubaiblog.it/wp-content/uploads/2009/11/fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand.jpg" alt="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand" width="620" height="280" /></p>
<p>Mi è venuto in mente, o re felice, che c&#8217;era una volta, nel tempo andato, in una certa città, una donna, figlia di ricchi mercanti, la quale aveva un marito che era un gran viaggiatore. Ora accadde che una volta questo marito partì per visitare paesi lontani e la sua assenza si prolungò a tal punto che la moglie fu colta da grandissima noia, e non potendo più sopportare la sua solitudine, tanto più che era molto bella e nel fiore degli anni, accettò la corte di un giovanotto figlio di mercanti.<br />
I due si amarono con tanta passione che da quel momento le giornate parvero alla donna non già lunghe ma brevissime e, poiché il giovane era instancabile nel dare quanto la donna era insaziabile nel prendere, così fra il dare e il prendere il tempo cominciò a scorrere molto lietamente e la donna smise di lagnarsi per la lunga assenza del marito viaggiatore.<br />
Ora avvenne che un giorno questo giovanotto litigò con un uomo e lo picchiò e quest&#8217;uomo andò dal capo della polizia a sporgere denuncia, e il giovanotto venne preso e gettato in carcere.<br />
Quando l&#8217;amante seppe che il giovanotto era stato chiuso in prigione, si disperò moltissimo e quasi perdette il senno, ma poi ci ripensò meglio; si vesti con gli abiti più belli e si recò a casa del capo della polizia. Lo salutò con un grazioso inchino e gli porse la seguente petizione scritta: &#8221; Colui che tu hai gettato in carcere è il Tal dei Tali mio fratello, il quale ha litigato con un certo Tizio; ma la cagione del litigio e il modo in cui si sono svolte le cose ti sono stati falsamente riferiti da testimoni non degni di fede. Perciò mio fratello è ora ingiustamente chiuso nelle tue carceri, e io sono rimasta sola e senza alcuno che provveda a me. Imploro quindi la tua clemenza affinché egli venga liberato. &#8221;<br />
Quando il capo della polizia ebbe letto la supplica, osservò la donna, vide che era bella, e subito fu preso dal desiderio di possederla; perciò le disse: &#8221; Entra un momento nelle mie stanze, fintanto che io abbia risolto questa faccenda. Dopo, potrai portarti via tuo fratello. &#8221; &#8221; Signore mio, &#8221; rispose la donna; &#8221; solo Allàh Onnipotente è il mio protettore; io sono straniera in questa casa e non posso entrare nelle tue stanze. &#8221; &#8221; Parliamoci chiaro, &#8221; replicò il capo della polizia, &#8221; se vuoi che tuo fratello venga liberato, non v&#8217;è altro mezzo se non questo: che tu entri nelle mie stanze lasciando che io prenda di te tutto il mio piacere. &#8221; Quando udì queste parole, la donna sospirò e rispose: &#8221; Se così deve essere né v&#8217;è altro modo di fare uscire mio fratello dal carcere, sarà meglio che tu venga a casa mia, dove potrai riposare tutto il giorno senza che alcuno ci disturbi, e il mio onore sarà salvo. &#8221; &#8221; E dov&#8217;è casa tua? &#8221; &#8221; Nel tal posto, &#8221; rispose la donna, e gli fissò un appuntamento. Poi se ne andò lasciandolo pieno di desiderio e impaziente di soddisfarlo.<br />
Visto come si erano messe le cose, la donna pensò di andare dal giudice della città, al quale disse: &#8221; 0 mio signore, sei tu il cadì di questa città? &#8221; &#8221; Sì! &#8221; rispose il cadì. &#8221; Ebbene, mio signore, degnati di considerare con clemenza il mio caso e l&#8217;altissimo non mancherà di ricompensarti! &#8221; Allora il cadì disse: &#8221; Quale torto ti è stato fatto? &#8221; E la donna rispose: &#8221; Signore mio, io ho un fratello e non ho altri a questo mondo che mi sostenga e mi protegga; ed è appunto per causa sua che sono venuta da te; infatti, il capo della polizia lo ha messo in prigione come un delinquente perché certi uomini hanno fatto contro di lui falsa testimonianza. Ora io ti supplico d&#8217;intercedere per lui presso il capo della polizia. &#8221;<br />
Udendo queste parole, il cadì si avvicinò alla donna, la guardò e fu preso da violenta passione per lei, così che le disse: &#8221; Entra in casa e riposati un momento in compagnia delle mie schiave mentre io mando al capo della polizia l&#8217;ordine di liberare tuo fratello. E se ci sarà un&#8217;ammenda da pagare, la pagherò io di tasca mia, a patto che tu lasci ch&#8217;io sfoghi con te il mio desiderio perché il tuo bel modo di parlare mi ha reso innamorato di te.&#8221;<br />
Allora la donna disse: &#8221; Se tu, signore mio, fai queste cose, allora non possiamo più biasimare nessuno. &#8221; E il cadì replicò: &#8221; Se non entri in casa, puoi pure andartene per i fatti tuoi. &#8221; La donna sospirò, come se fosse rassegnata, e disse: &#8221; Se, così deve essere, signore, sarà meglio che questa cosa avvenga in casa mia, perché qui ci sono schiave, eunuchi e gente che va e gente che viene, e io sono una donna che non è abituata a simili faccende, e se lo faccio è perché vi sono costretta. &#8221; &#8221; E dov&#8217;è casa tua? &#8221; &#8221; Nel tal posto, &#8221; rispose la donna, e gli diede appuntamento per lo stesso giorno in cui aveva dato appuntamento al capo della polizia.<br />
Uscita da casa del cadì, si recò nel luogo dove stava il visir, e dopo avergli presentato la petizione spiegandogli che aveva assolutamente bisogno dell&#8217;assistenza del fratello, lo supplicò d&#8217;intercedere in suo favore. Ma anche il visir, dopo avere osservato le forme graziose della donna, le disse che suo fratello poteva essere liberato solo se ella acconsentiva a fare subito con lui quella tal cosa.<br />
Allora la donna gli disse: &#8221; Se non è possibile farne a meno, facciamola almeno a casa mia, un luogo più discreto per me e per te. Non è distante, e tu sai che noi donne amiamo la pulizia e gli agi. &#8221; &#8221; E dov&#8217;è casa tua? &#8221; &#8221; Nel tal posto, &#8221; rispose la donna, e gli fissò lo stesso appuntamento che aveva dato agli altri due.<br />
Lasciato il &#8216;visir, la donna si recò dal re della città, che stava seduto in trono, e dopo avere baciato la terra davanti ai suoi piedi lo supplicò che liberasse dal carcere il fratello. &#8221; Chi lo ha imprigionato? &#8221; domandò il re. E la donna rispose: &#8221; E stato il tuo capo della polizia. &#8221; Ma intanto il re, che l&#8217;aveva sentita parlare e aveva osservato la delicatezza delle sue forme, si senti bruciare il cuore da violento amore e ordinò alla donna di entrare con lui nel palazzo, mentre egli avrebbe dato ordine al cadì di liberare il fratello. &#8221; 0 potente signore, &#8221; rispose la donna, &#8221; non potrei andare ad aspettare mio fratello a casa mia, o recarmi io stessa a prenderlo alle carceri? &#8221; &#8221; Questo non può essere, &#8221; rispose il re, &#8221; perché io sono stato preso da grande amore per te ed è assolutamente indispensabile che io soddisfi questa passione. Se io non farò con te ciò che il marito fa con la moglie, tu non rivedrai mai tuo fratello. &#8221; &#8221; 0 re potentissimo, &#8221; rispose la donna baciando la terra davanti al sovrano, &#8221; a te nessuno può resistere ed è facile per te ottenere quello che chiedi, con le buone o con le cattive. Io sono felice che tu abbia posto gli occhi sopra di me, ma sarò ancor più felice se tu vorrai onorare con la tua presenza la mia casa, che è un luogo discreto ed appartato dove nessuno potrà interromperci. &#8221; E il re rispose: &#8221; In questo non voglio contraddirti. &#8221;<br />
Allora la donna indicò al re dove fosse la sua casa e gli fissò lo stesso appuntamento che aveva fissato agli altri tre.<br />
Così la donna uscì dal palazzo reale e si recò da un tale che faceva il falegname e gli disse: &#8220;Voglio che tu mi faccia per il tal giorno un armadio molto robusto, a quattro piani. Le misure devono essere queste e queste e voglio che ogni ripiano abbia un suo sportello e che questo sportello si chiuda con un solido catenaccio. Ora dimmi qual è il tuo prezzo, ché io te lo pagherò. &#8221;<br />
Il falegname, che aveva adocchiato la sua cliente mentre costei parlava, rispose: &#8221; Signora mia, il tempo che tu mi dai per costruire quest&#8217;armadio è poco e se io dovessi chiederti un prezzo non potrei chiederti meno di quattro dinàr d&#8217;oro. Ma, se tu vorrai entrare un momento nel mio retrobottega per chiacchierare un poco, forse potremmo intenderci, e io ti fabbricherei l&#8217;armadio senza chiederti nemmeno un soldo. &#8221;<br />
La donna rispose: &#8221; Certo, l&#8217;idea di risparmiare quattro dinàr d&#8217;oro non mi ripugna, ma ti pare che il tuo retrobottega sia il luogo adatto per fare il genere di discorsi che tu vuoi fare con me? lo credo che staremo molto più comodi e a nostro agio in casa mia, così, se tu mi porterai domani questo armadio, fatto come t&#8217;ho detto&#8230; A proposito, già che ci sei, sarà meglio che tu lo faccia di cinque ripiani invece che di quattro&#8230; ti prometto che discorreremo con tutta calma e tanto a lungo finché avrai fiato per discorrere. &#8221; A queste parole il falegname soddisfatto rispose: &#8221; Sia come tu vuoi, signora. Domani ti porterò l&#8217;armadio finito di tutto punto. &#8221;<br />
Sistemata anche questa faccenda, la donna si recò a casa sua, prese quattro vesti da casa del marito e le portò dal tintore ordinandogli di tingerle in quattro colori diversi. Quindi si occupò a preparare tutto l&#8217;occorrente in fatto di cibi, bevande, fiori e profumi.<br />
Il giorno dell&#8217;appuntamento, la donna si vesti con il suo abito più ricco e più bello, si acconciò e si profumò, stese per terra morbidi e sontuosi tappeti, quindi si sedette in attesa del primo che sarebbe venuto. Ed ecco che il primo a presentarsi fu il cadì: quando la donna lo vide, si alzò, gli andò incontro e dopo aver baciato la terra davanti a lui lo prese per mano e lo fece sedere su un divano. Poi la donna si sdraiò accanto a lui e cominciò a scherzare e a fargli mille moine, sì che il cadì senti agitarsi dentro di sè l&#8217;eredità di suo padre e volle soddisfare subito il suo desiderio, ma la donna gli disse: &#8221; Signore mio, togliti codesti abiti e codesto turbante e mettiti indosso questa vestaglia gialla, e poniti in testa questo fazzoletto mentre io porto cibi e bevande. Dopo che ci saremo rifocillati, farai quello che vorrai. &#8221;<br />
Così dicendo, gli prese gli abiti e il turbante e gli mise la vestaglia e il fazzoletto. Ma ecco che si senti bussare alla porta e il cadì chiese: &#8221; Chi è che bussa alla porta? &#8221; E la donna rispose: &#8221; Mio marito. &#8221; Allora il cadì disse: &#8221; E ora cosa si fa? Dove posso andare? &#8221; &#8221; Non aver paura, &#8221; disse la donna, &#8221; ti nasconderò in questo armadio. &#8221; &#8221; Fa&#8217; tu come ti sembra meglio. &#8221;<br />
Così la donna lo prese per mano e lo spinse nel ripiano più basso dell&#8217;armadio. Poi chiuse lo sportello con il catenaccio e andò alla porta di casa dove trovò il capo della polizia. La donna s&#8217;inchinò a baciare la terra davanti a lui, poi lo prese per mano e lo condusse nella sala dove lo fece sedere sul divano e gli disse: &#8221; Mio signore, questa casa è la tua casa, questa dimora è la tua dimora ed io sono la tua serva; passeremo insieme una intera giornata, perciò togliti codesti abiti e indossa questa vestaglia rossa. &#8221; Così gli tolse gli abiti, gli fece indossare la vestaglia rossa e gli mise in capo un vecchio fazzoletto che aveva in casa; dopo di che si sedette accanto a lui sul divano e cominciò a fargli carezze e moine, mentre il capo della polizia l&#8217;abbracciava e la toccava ed era in un mare di delizie. A questo punto la donna gli disse: &#8221; Signore, questa giornata è tutta tua e nessuno la dividerà con te; ma prima usami il favore e la cortesia di scrivermi un ordine per il rilascio di mio fratello, così che io possa godere della tua compagnia con animo più leggero. &#8221; &#8221; Ascolto e obbedisco, &#8221; disse il capo della polizia; &#8221; per la mia vita e per i miei occhi avrai l&#8217;ordine! &#8221; E sull&#8217;istante scrisse al suo intendente una lettera del seguente tenore: &#8221; Appena riceverai questo messaggio, libera senza indugio il Tal dei Tali e non opporre al latore della presente alcuna difficoltà. &#8221; Poi appose il sigillo alla lettera e la consegnò alla donna, la quale, dopo averla riposta accuratamente, si sdraiò di nuovo sul divano e ricominciò a scherzare con il capo della polizia. Sennonché, a un certo punto qualcuno bussò alla porta. &#8221; Chi sarà mai? &#8221; chiese il capo della polizia. E la donna rispose: &#8221; Mio marito. &#8221; &#8221; E adesso che cosa faccio? &#8221; &#8221; Entra in questo armadio e restaci finché non lo avrò mandato via con un pretesto e potrò ritornare da te. &#8221; Ciò detto, lo ficcò nel secondo ripiano dell&#8217;armadio a cominciare dal basso e poi chiuse col catenaccio lo sportello; e intanto il cadì, che era chiuso nel ripiano inferiore, sentiva tutto quello che dicevano.<br />
Poi la donna andò alla porta di casa, la apri, ed ecco che entrò il visir. Ella si inginocchiò davanti a lui e baciò la terra e lo ricevette con tutto l&#8217;onore e il rispetto dicendo: &#8221; o mio signore, tu mi fai un grande onore entrando in questa casa; che Allàh non ci tolga mai la luce della tua presenza! &#8221;<br />
Quindi lo fece sedere sul divano e gli disse: &#8221; Signore, togliti questi abiti pesanti e il turbante e indossa questa veste più leggera. &#8221; Così dicendo, gli tolse gli abiti e il turbante e gli mise indosso una sorta di tunica azzurra con un alto cappuccio rosso. &#8221; Gli abiti che avevi erano quelli della tua carica, &#8221; gli disse, &#8221; ma ogni circostanza vuole il suo abito, e perciò è giusto che ora tu indossi questa veste leggera, che meglio si addice alle schermaglie amorose, allo spasso e al sonno. &#8221; Ciò detto, ella si sdraiò sul divano e cominciò a scherzare con il visir, finché questi senti che quella tal cosa non poteva più essere rimandata; ma la donna lo allontanò dicendo: &#8221; Signore mio, perché tanta fretta? Non ci mancherà certo il tempo. &#8221;<br />
E mentre stavano chiacchierando ecco che si senti bussare alla porta e il visir le chiese: &#8221; Chi è mai? &#8221; &#8221; Mio marito. &#8221; &#8221; Che devo fare? &#8221; chiese il visir. &#8221; Entra in questo armadio, &#8221; disse la donna. &#8221; Non appena mi sarò sbarazzata di lui tornerò da te. Intanto, tu non aver paura di nulla. &#8221; Così lo fece entrare nel terzo ripiano dell&#8217;armadio e chiuse lo sportello con il catenaccio; dopo di che andò alla porta di casa, davanti alla quale c&#8217;era il re in persona.<br />
Non appena ella vide il sovrano, baciò la terra davanti a lui e, presolo per mano, lo condusse nella sala e lo fece sedere con grande rispetto sul divano dicendogli: &#8221; In verità, o re, tu mi fai un altissimo onore, tanto che, se io ti offrissi il mondo intero e tutto ciò che esso contiene, tale dono non varrebbe uno solo dei passi che tu hai fatto per venire fin qui. &#8221; Poi, dopo essersi di nuovo inchinata e aver baciato la terra davanti al sovrano, gli disse: &#8221; Concedimi di dire una parola. &#8221; &#8221; Di&#8217; quello che vuoi,,,&#8221; rispose il re, e allora la donna disse: &#8221; 0 mio signore, mettiti a tuo agio e togliti questi abiti e questo turbante. &#8221; Il re, ben lieto di accontentarla, si tolse di dosso gli abiti, che valevano per lo meno mille dinàr, e si mise addosso una vestarella sdrucita che valeva tutt&#8217;al più dieci dirham.<br />
Poi la donna si mise a chiacchierare e a scherzare con lui; e mentre tutto ciò accadeva, gli altri che erano chiusi nell&#8217;armadio sentivano ogni cosa ma non osavano dire una parola.<br />
E dopo un poco che erano lì a scherzare, il re, sentendo l&#8217;imprescindibile urgenza di possedere la giovane, allungò le mani per slacciarle gli abiti; ma quella gli disse: &#8221; Questa cosa avremo tempo di farla quante volte vorremo, ma prima io desidero che tu ti rifocilli e accetti ciò che ho preparato appositamente per te. &#8221;<br />
Ma ecco che, mentre stavano parlando, si sentì picchiare alla porta, e il re chiese alla donna: &#8221; Chi è che bussa? &#8221; &#8221; Mio marito. &#8221;<br />
Allora il re si corrucciò e disse: &#8221; Fa&#8217; che se ne vada con le buone, altrimenti verrò io alla porta e lo costringerò ad andarsene. &#8221; &#8221; Questo non starebbe bene, mio signore, &#8221; rispose la donna; &#8221; abbi pazienza e lascia che sia io a mandarlo via con qualche stratagemma. &#8221; &#8221; Ma intanto io che cosa farò? &#8221; Allora la donna lo prese per mano, lo fece entrare nel quarto ripiano dell&#8217;armadio e chiuse lo sportello con il catenaccio. Poi andò ad aprire la porta di casa ed ecco che entrò il falegname e la salutò.<br />
E come lo vide la donna lo affrontò dicendogli: &#8221; Che razza di armadio mi hai fabbricato? &#8221; &#8221; Cosa c&#8217;è che non va, mia signora? &#8221; s&#8217;informò il falegname. E quella rispose: &#8221; Il ripiano in cima è troppo stretto. &#8221; Rispose il. falegname: &#8221; Questo non può essere. &#8221; E la donna: &#8221; Entra e vieni a vedere con i tuoi occhi; è così stretto che non ci entreresti nemmeno tu. &#8221; Al che il falegname rispose: &#8221; L&#8217;ho fatto tanto grande che ci entrerebbero quattro persone. &#8221; E dicendo ciò si infilò nel quinto ripiano; ed ecco che la donna gli chiuse addosso lo sportello mettendo il catenaccio. Poi prese la lettera del capo della polizia e si recò dall&#8217;intendente, il quale, dopo aver letto il messaggio e averlo baciato, consegnò alla donna il giovane amante. Ella raccontò all&#8217;amico tutto quello che aveva fatto, e questi disse: &#8221; E adesso,. come dovremo comportarci? &#8221; &#8221; Ce ne andremo in un&#8217;altra città, &#8221; rispose la donna, &#8221; perché dopo questa faccenda qui non è più aria per noi. &#8221;<br />
Così i due presero tutti i loro averi, compresi gli abiti preziosi dei personaggi che erano rinchiusi nell&#8217;armadio, e dopo aver caricato ogni cosa sui cammelli partirono per un&#8217;altra città.<br />
Intanto, i cinque chiusi nell&#8217;armadio se ne stavano in silenzio per paura che in casa ci fosse qualcuno e si accorgesse di loro.<br />
E rimasero così per tre giorni e tre notti, senza mangiare, senza bere e senza poter soddisfare i bisogni corporali, fino a che il falegname, che aveva una gran voglia di orinare, non poté più trattenersi e mollò una gran bagnata in testa al re, e il re minse in testa al visir, e il visir orinò in testa al capo della polizia, e il capo della polizia pisciò in testa al cadì, il quale come sentì cadere quella gran pioggia cominciò a gridare:<br />
&#8221; Che razza di porcheria è questa? Non basta che si debba stare chiusi qui dentro, dobbiamo anche sentirci pisciare in testa? &#8221; Allora il capo della polizia riconobbe la voce del cadì e gli gridò: &#8221; Che Allàh ti rimeriti, o cadì! &#8221; E così il cadì seppe che sopra di lui c&#8217;era il capo della polizia. Poi il capo della polizia alzò anch&#8217;egli la voce e disse rivolto a quello del piano di sopra: &#8221; Che razza di porcheria è questa? &#8221; E il visir di rimando: &#8221; Che Allàh ti rimeriti, o capo della polizia! &#8221; Cosi il capo della polizia seppe che sopra di lui c&#8217;era il visir. A sua volta il visir si mise a gridare: &#8221; Che razza di porcheria è questa? &#8221; Ma quando il re udì la voce del suo ministro rimase zitto e non si diede a conoscere. Allora il visir disse: &#8221; Allàh maledica colei che ci ha fatto questo scherzo! Quella dannata femmina è riuscita a chiudere in questo armadio i maggiori dignitari dello stato, fatta eccezione per il re. &#8221; Allora il re non si poté più trattenere ed esclamò: &#8221; Taci, o visir, perché io sono stato il primo a cadere nella rete di questa infame puttana. &#8221;<br />
A questo punto il falegname cominciò a gridare: &#8221; E io in tutto questo che cosa c&#8217;entro? Le ho fabbricato un armadio per quattro dinàr d&#8217;oro, e, quando sono venuto a riscuotere, con un inganno mi ha fatto entrare qui e mi ci ha chiuso dentro. &#8221; Poi tutti e cinque cominciarono a chiacchierare per distrarre il sovrano e per non pensare ai loro guai.<br />
E mentre ciò accadeva ecco che tornò dal suo lungo viaggio il marito della donna e, arrivato davanti alla porta di casa sua, cominciò a bussare. Ma per quanto bussasse nessuno gli veniva ad aprire. Allora si rivolse ai vicini e chiese notizie della moglie, ma questi non ne sapevano nulla ed anzi si meravigliavano moltissimo che nessuno andasse ad aprire perché fino a tre giorni prima avevano visto la donna che entrava ed usciva. Allora, temendo che fosse successa qualche disgrazia, sfondarono la porta ed entrarono tutti in casa con il marito in testa; e quando furono arrivati nella sala videro quel grande armadio, dal quale veniva uno strano rumore di voci. &#8221; Sicuramente, &#8221; disse un vicino, &#8221; questo armadio è abitato da spiriti maligni.<br />
La cosa migliore da fare è di prenderlo e dargli fuoco. &#8221; Quando quelli che stavano dentro sentirono ciò, cominciarono a gridare: &#8221; Non lo fate! Non lo fate! &#8221; Allora il marito e i vicini si dissero l&#8217;un l&#8217;altro: &#8221; Questi sono proprio spiriti maligni, che per farci credere di essere creature mortali parlano con voce di uomini. &#8221; Udendo queste parole, il cadì cominciò a recitare alcuni versetti del Corano acciocché quelli che erano di fuori fossero sicuri che quelli che erano dentro non erano spiriti maligni. Poi disse ai vicini: &#8221; Avvicinatevi all&#8217;armadio in cui siamo rinchiusi. &#8221; E quando quelli furono vicini disse: &#8220;lo sono il cadì, e ho riconosciuto fra voi la voce del tale e del tal altro e sappiate che qui dentro non sono solo. &#8221; &#8221; Ma si può sapere chi vi ha ficcato lì dentro? &#8221; chiese il marito della donna. Allora il cadì raccontò dal principio alla fine tutto quanto era accaduto. Dopo di che mandarono a chiamare un falegname, il quale ruppe i cinque catenacci, apri i cinque sportelli ed ecco che uno dopo l&#8217;altro uscirono dall&#8217;armadio il cadì, il capo della polizia, il visir, il re e il falegname; e poiché erano vestiti con gli strani abbigliamenti che aveva posto loro indosso la donna, guardandosi l&#8217;un l&#8217;altro cominciarono a ridere di quella straordinaria avventura. Alla fine il re, vedendo in un canto il marito della donna, che era l&#8217;unico a non ridere di tutta quella faccenda, per consolarlo lo nominò suo visir della mano sinistra. Poi, dato che le più alte cariche dello stato non potevano comparire al cospetto della gente in quella buffa tenuta, furono mandati a prendere altri vestiti e ognuno assunse così l&#8217;aspetto che competeva alla sua alta posizione, dopo di che ciascuno se ne andò per i fatti suoi.</p>
<h5>Fonte: arab.it</h5>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 168px; width: 1px; height: 1px;"><span style="font-family: Comic Sans MS; font-size: medium;">Mi è venuto in mente, o re felice, che c&#8217;era una volta, nel tempo          andato, in una certa città, una donna, figlia di ricchi mercanti,          la quale aveva un marito che era un gran viaggiatore. Ora accadde che          una volta questo marito partì per visitare paesi lontani e la sua          assenza si prolungò a tal punto che la moglie fu colta da grandissima          noia, e non potendo più sopportare la sua solitudine, tanto più          che era molto bella e nel fiore degli anni, accettò la corte di          un giovanotto figlio di mercanti.<br />
I due si amarono con tanta passione che da quel momento le giornate parvero          alla donna non già lunghe ma brevissime e, poiché il giovane          era instancabile nel dare quanto la donna era insaziabile nel prendere,          così fra il dare e il prendere il tempo cominciò a scorrere          molto lietamente e la donna smise di lagnarsi per la lunga assenza del          marito viaggiatore.<br />
Ora avvenne che un giorno questo giovanotto litigò con un uomo          e lo picchiò e quest&#8217;uomo andò dal capo della polizia a          sporgere denuncia, e il giovanotto venne preso e gettato in carcere.<br />
Quando l&#8217;amante seppe che il giovanotto era stato chiuso in prigione,          si disperò moltissimo e quasi perdette il senno, ma poi ci ripensò          meglio; si vesti con gli abiti più belli e si recò a casa          del capo della polizia. Lo salutò con un grazioso inchino e gli          porse la seguente petizione scritta: &#8221; Colui che tu hai gettato in          carcere è il Tal dei Tali mio fratello, il quale ha litigato con          un certo Tizio; ma la cagione del litigio e il modo in cui si sono svolte          le cose ti sono stati falsamente riferiti da testimoni non degni di fede.          Perciò mio fratello è ora ingiustamente chiuso nelle tue          carceri, e io sono rimasta sola e senza alcuno che provveda a me. Imploro          quindi la tua clemenza affinché egli venga liberato. &#8221;<br />
Quando il capo della polizia ebbe letto la supplica, osservò la          donna, vide che era bella, e subito fu preso dal desiderio di possederla;          perciò le disse: &#8221; Entra un momento nelle mie stanze, fintanto          che io abbia risolto questa faccenda. Dopo, potrai portarti via tuo fratello.          &#8221; &#8221; Signore mio, &#8221; rispose la donna; &#8221; solo Allàh          Onnipotente è il mio protettore; io sono straniera in questa casa          e non posso entrare nelle tue stanze. &#8221; &#8221; Parliamoci chiaro,          &#8221; replicò il capo della polizia, &#8221; se vuoi che tuo fratello          venga liberato, non v&#8217;è altro mezzo se non questo: che tu entri          nelle mie stanze lasciando che io prenda di te tutto il mio piacere. &#8221;          Quando udì queste parole, la donna sospirò e rispose: &#8221;          Se così deve essere né v&#8217;è altro modo di fare uscire          mio fratello dal carcere, sarà meglio che tu venga a casa mia,          dove potrai riposare tutto il giorno senza che alcuno ci disturbi, e il          mio onore sarà salvo. &#8221; &#8221; E dov&#8217;è casa tua? &#8221;          &#8221; Nel tal posto, &#8221; rispose la donna, e gli fissò un appuntamento.          Poi se ne andò lasciandolo pieno di desiderio e impaziente di soddisfarlo.<br />
Visto come si erano messe le cose, la donna pensò di andare dal          giudice della città, al quale disse: &#8221; 0 mio signore, sei          tu il cadì di questa città? &#8221; &#8221; Sì! &#8221;          rispose il cadì. &#8221; Ebbene, mio signore, degnati di considerare          con clemenza il mio caso e l&#8217;altissimo non mancherà di ricompensarti!          &#8221; Allora il cadì disse: &#8221; Quale torto ti è stato          fatto? &#8221; E la donna rispose: &#8221; Signore mio, io ho un fratello          e non ho altri a questo mondo che mi sostenga e mi protegga; ed è          appunto per causa sua che sono venuta da te; infatti, il capo della polizia          lo ha messo in prigione come un delinquente perché certi uomini          hanno fatto contro di lui falsa testimonianza. Ora io ti supplico d&#8217;intercedere          per lui presso il capo della polizia. &#8221;<br />
Udendo queste parole, il cadì si avvicinò alla donna, la          guardò e fu preso da violenta passione per lei, così che          le disse: &#8221; Entra in casa e riposati un momento in compagnia delle          mie schiave mentre io mando al capo della polizia l&#8217;ordine di liberare          tuo fratello. E se ci sarà un&#8217;ammenda da pagare, la pagherò          io di tasca mia, a patto che tu lasci ch&#8217;io sfoghi con te il mio desiderio          perché il tuo bel modo di parlare mi ha reso innamorato di te.&#8221;<br />
Allora la donna disse: &#8221; Se tu, signore mio, fai queste cose, allora          non possiamo più biasimare nessuno. &#8221; E il cadì replicò:          &#8221; Se non entri in casa, puoi pure andartene per i fatti tuoi. &#8221;          La donna sospirò, come se fosse rassegnata, e disse: &#8221; Se,          così deve essere, signore, sarà meglio che questa cosa avvenga          in casa mia, perché qui ci sono schiave, eunuchi e gente che va          e gente che viene, e io sono una donna che non è abituata a simili          faccende, e se lo faccio è perché vi sono costretta. &#8221;          &#8221; E dov&#8217;è casa tua? &#8221; &#8221; Nel tal posto, &#8221; rispose          la donna, e gli diede appuntamento per lo stesso giorno in cui aveva dato          appuntamento al capo della polizia.<br />
Uscita da casa del cadì, si recò nel luogo dove stava il          visir, e dopo avergli presentato la petizione spiegandogli che aveva assolutamente          bisogno dell&#8217;assistenza del fratello, lo supplicò d&#8217;intercedere          in suo favore. Ma anche il visir, dopo avere osservato le forme graziose          della donna, le disse che suo fratello poteva essere liberato solo se          ella acconsentiva a fare subito con lui quella tal cosa.<br />
Allora la donna gli disse: &#8221; Se non è possibile farne a meno,          facciamola almeno a casa mia, un luogo più discreto per me e per          te. Non è distante, e tu sai che noi donne amiamo la pulizia e          gli agi. &#8221; &#8221; E dov&#8217;è casa tua? &#8221; &#8221; Nel tal          posto, &#8221; rispose la donna, e gli fissò lo stesso appuntamento          che aveva dato agli altri due.<br />
Lasciato il &#8216;visir, la donna si recò dal re della città,          che stava seduto in trono, e dopo avere baciato la terra davanti ai suoi          piedi lo supplicò che liberasse dal carcere il fratello. &#8221;          Chi lo ha imprigionato? &#8221; domandò il re. E la donna rispose:          &#8221; E stato il tuo capo della polizia. &#8221; Ma intanto il re, che          l&#8217;aveva sentita parlare e aveva osservato la delicatezza delle sue forme,          si senti bruciare il cuore da violento amore e ordinò alla donna          di entrare con lui nel palazzo, mentre egli avrebbe dato ordine al cadì          di liberare il fratello. &#8221; 0 potente signore, &#8221; rispose la donna,          &#8221; non potrei andare ad aspettare mio fratello a casa mia, o recarmi          io stessa a prenderlo alle carceri? &#8221; &#8221; Questo non può          essere, &#8221; rispose il re, &#8221; perché io sono stato preso          da grande amore per te ed è assolutamente indispensabile che io          soddisfi questa passione. Se io non farò con te ciò che          il marito fa con la moglie, tu non rivedrai mai tuo fratello. &#8221; &#8221;          0 re potentissimo, &#8221; rispose la donna baciando la terra davanti al          sovrano, &#8221; a te nessuno può resistere ed è facile per          te ottenere quello che chiedi, con le buone o con le cattive. Io sono          felice che tu abbia posto gli occhi sopra di me, ma sarò ancor          più felice se tu vorrai onorare con la tua presenza la mia casa,          che è un luogo discreto ed appartato dove nessuno potrà          interromperci. &#8221; E il re rispose: &#8221; In questo non voglio contraddirti.          &#8221;<br />
Allora la donna indicò al re dove fosse la sua casa e gli fissò          lo stesso appuntamento che aveva fissato agli altri tre.<br />
Così la donna uscì dal palazzo reale e si recò da          un tale che faceva il falegname e gli disse: &#8220;Voglio che tu mi faccia          per il tal giorno un armadio molto robusto, a quattro piani. Le misure          devono essere queste e queste e voglio che ogni ripiano abbia un suo sportello          e che questo sportello si chiuda con un solido catenaccio. Ora dimmi qual          è il tuo prezzo, ché io te lo pagherò. &#8221;<br />
Il falegname, che aveva adocchiato la sua cliente mentre costei parlava,          rispose: &#8221; Signora mia, il tempo che tu mi dai per costruire quest&#8217;armadio          è poco e se io dovessi chiederti un prezzo non potrei chiederti          meno di quattro dinàr d&#8217;oro. Ma, se tu vorrai entrare un momento          nel mio retrobottega per chiacchierare un poco, forse potremmo intenderci,          e io ti fabbricherei l&#8217;armadio senza chiederti nemmeno un soldo. &#8221;<br />
La donna rispose: &#8221; Certo, l&#8217;idea di risparmiare quattro dinàr          d&#8217;oro non mi ripugna, ma ti pare che il tuo retrobottega sia il luogo          adatto per fare il genere di discorsi che tu vuoi fare con me? lo credo          che staremo molto più comodi e a nostro agio in casa mia, così,          se tu mi porterai domani questo armadio, fatto come t&#8217;ho detto&#8230; A proposito,          già che ci sei, sarà meglio che tu lo faccia di cinque ripiani          invece che di quattro&#8230; ti prometto che discorreremo con tutta calma          e tanto a lungo finché avrai fiato per discorrere. &#8221; A queste          parole il falegname soddisfatto rispose: &#8221; Sia come tu vuoi, signora.          Domani ti porterò l&#8217;armadio finito di tutto punto. &#8221;<br />
Sistemata anche questa faccenda, la donna si recò a casa sua, prese          quattro vesti da casa del marito e le portò dal tintore ordinandogli          di tingerle in quattro colori diversi. Quindi si occupò a preparare          tutto l&#8217;occorrente in fatto di cibi, bevande, fiori e profumi.<br />
Il giorno dell&#8217;appuntamento, la donna si vesti con il suo abito più          ricco e più bello, si acconciò e si profumò, stese          per terra morbidi e sontuosi tappeti, quindi si sedette in attesa del          primo che sarebbe venuto. Ed ecco che il primo a presentarsi fu il cadì:          quando la donna lo vide, si alzò, gli andò incontro e dopo          aver baciato la terra davanti a lui lo prese per mano e lo fece sedere          su un divano. Poi la donna si sdraiò accanto a lui e cominciò          a scherzare e a fargli mille moine, sì che il cadì senti          agitarsi dentro di sè l&#8217;eredità di suo padre e volle soddisfare          subito il suo desiderio, ma la donna gli disse: &#8221; Signore mio, togliti          codesti abiti e codesto turbante e mettiti indosso questa vestaglia gialla,          e poniti in testa questo fazzoletto mentre io porto cibi e bevande. Dopo          che ci saremo rifocillati, farai quello che vorrai. &#8221;<br />
Così dicendo, gli prese gli abiti e il turbante e gli mise la vestaglia          e il fazzoletto. Ma ecco che si senti bussare alla porta e il cadì          chiese: &#8221; Chi è che bussa alla porta? &#8221; E la donna rispose:          &#8221; Mio marito. &#8221; Allora il cadì disse: &#8221; E ora cosa          si fa? Dove posso andare? &#8221; &#8221; Non aver paura, &#8221; disse la          donna, &#8221; ti nasconderò in questo armadio. &#8221; &#8221; Fa&#8217;          tu come ti sembra meglio. &#8221;<br />
Così la donna lo prese per mano e lo spinse nel ripiano più          basso dell&#8217;armadio. Poi chiuse lo sportello con il catenaccio e andò          alla porta di casa dove trovò il capo della polizia. La donna s&#8217;inchinò          a baciare la terra davanti a lui, poi lo prese per mano e lo condusse          nella sala dove lo fece sedere sul divano e gli disse: &#8221; Mio signore,          questa casa è la tua casa, questa dimora è la tua dimora          ed io sono la tua serva; passeremo insieme una intera giornata, perciò          togliti codesti abiti e indossa questa vestaglia rossa. &#8221; Così          gli tolse gli abiti, gli fece indossare la vestaglia rossa e gli mise          in capo un vecchio fazzoletto che aveva in casa; dopo di che si sedette          accanto a lui sul divano e cominciò a fargli carezze e moine, mentre          il capo della polizia l&#8217;abbracciava e la toccava ed era in un mare di          delizie. A questo punto la donna gli disse: &#8221; Signore, questa giornata          è tutta tua e nessuno la dividerà con te; ma prima usami          il favore e la cortesia di scrivermi un ordine per il rilascio di mio          fratello, così che io possa godere della tua compagnia con animo          più leggero. &#8221; &#8221; Ascolto e obbedisco, &#8221; disse il          capo della polizia; &#8221; per la mia vita e per i miei occhi avrai l&#8217;ordine!          &#8221; E sull&#8217;istante scrisse al suo intendente una lettera del seguente          tenore: &#8221; Appena riceverai questo messaggio, libera senza indugio          il Tal dei Tali e non opporre al latore della presente alcuna difficoltà.          &#8221; Poi appose il sigillo alla lettera e la consegnò alla donna,          la quale, dopo averla riposta accuratamente, si sdraiò di nuovo          sul divano e ricominciò a scherzare con il capo della polizia.          Sennonché, a un certo punto qualcuno bussò alla porta. &#8221;          Chi sarà mai? &#8221; chiese il capo della polizia. E la donna rispose:          &#8221; Mio marito. &#8221; &#8221; E adesso che cosa faccio? &#8221; &#8221;          Entra in questo armadio e restaci finché non lo avrò mandato          via con un pretesto e potrò ritornare da te. &#8221; Ciò          detto, lo ficcò nel secondo ripiano dell&#8217;armadio a cominciare dal          basso e poi chiuse col catenaccio lo sportello; e intanto il cadì,          che era chiuso nel ripiano inferiore, sentiva tutto quello che dicevano.<br />
Poi la donna andò alla porta di casa, la apri, ed ecco che entrò          il visir. Ella si inginocchiò davanti a lui e baciò la terra          e lo ricevette con tutto l&#8217;onore e il rispetto dicendo: &#8221; o mio signore,          tu mi fai un grande onore entrando in questa casa; che Allàh non          ci tolga mai la luce della tua presenza! &#8221;<br />
Quindi lo fece sedere sul divano e gli disse: &#8221; Signore, togliti          questi abiti pesanti e il turbante e indossa questa veste più leggera.          &#8221; Così dicendo, gli tolse gli abiti e il turbante e gli mise          indosso una sorta di tunica azzurra con un alto cappuccio rosso. &#8221;          Gli abiti che avevi erano quelli della tua carica, &#8221; gli disse, &#8221;          ma ogni circostanza vuole il suo abito, e perciò è giusto          che ora tu indossi questa veste leggera, che meglio si addice alle schermaglie          amorose, allo spasso e al sonno. &#8221; Ciò detto, ella si sdraiò          sul divano e cominciò a scherzare con il visir, finché questi          senti che quella tal cosa non poteva più essere rimandata; ma la          donna lo allontanò dicendo: &#8221; Signore mio, perché tanta          fretta? Non ci mancherà certo il tempo. &#8221;<br />
E mentre stavano chiacchierando ecco che si senti bussare alla porta e          il visir le chiese: &#8221; Chi è mai? &#8221; &#8221; Mio marito.          &#8221; &#8221; Che devo fare? &#8221; chiese il visir. &#8221; Entra in questo          armadio, &#8221; disse la donna. &#8221; Non appena mi sarò sbarazzata          di lui tornerò da te. Intanto, tu non aver paura di nulla. &#8221;          Così lo fece entrare nel terzo ripiano dell&#8217;armadio e chiuse lo          sportello con il catenaccio; dopo di che andò alla porta di casa,          davanti alla quale c&#8217;era il re in persona.<br />
Non appena ella vide il sovrano, baciò la terra davanti a lui e,          presolo per mano, lo condusse nella sala e lo fece sedere con grande rispetto          sul divano dicendogli: &#8221; In verità, o re, tu mi fai un altissimo          onore, tanto che, se io ti offrissi il mondo intero e tutto ciò          che esso contiene, tale dono non varrebbe uno solo dei passi che tu hai          fatto per venire fin qui. &#8221; Poi, dopo essersi di nuovo inchinata          e aver baciato la terra davanti al sovrano, gli disse: &#8221; Concedimi          di dire una parola. &#8221; &#8221; Di&#8217; quello che vuoi,,,&#8221; rispose          il re, e allora la donna disse: &#8221; 0 mio signore, mettiti a tuo agio          e togliti questi abiti e questo turbante. &#8221; Il re, ben lieto di accontentarla,          si tolse di dosso gli abiti, che valevano per lo meno mille dinàr,          e si mise addosso una vestarella sdrucita che valeva tutt&#8217;al più          dieci dirham.<br />
Poi la donna si mise a chiacchierare e a scherzare con lui; e mentre tutto          ciò accadeva, gli altri che erano chiusi nell&#8217;armadio sentivano          ogni cosa ma non osavano dire una parola.<br />
E dopo un poco che erano lì a scherzare, il re, sentendo l&#8217;imprescindibile          urgenza di possedere la giovane, allungò le mani per slacciarle          gli abiti; ma quella gli disse: &#8221; Questa cosa avremo tempo di farla          quante volte vorremo, ma prima io desidero che tu ti rifocilli e accetti          ciò che ho preparato appositamente per te. &#8221;<br />
Ma ecco che, mentre stavano parlando, si sentì picchiare alla porta,          e il re chiese alla donna: &#8221; Chi è che bussa? &#8221; &#8221;          Mio marito. &#8221;<br />
Allora il re si corrucciò e disse: &#8221; Fa&#8217; che se ne vada con          le buone, altrimenti verrò io alla porta e lo costringerò          ad andarsene. &#8221; &#8221; Questo non starebbe bene, mio signore, &#8221;          rispose la donna; &#8221; abbi pazienza e lascia che sia io a mandarlo          via con qualche stratagemma. &#8221; &#8221; Ma intanto io che cosa farò?          &#8221; Allora la donna lo prese per mano, lo fece entrare nel quarto ripiano          dell&#8217;armadio e chiuse lo sportello con il catenaccio. Poi andò          ad aprire la porta di casa ed ecco che entrò il falegname e la          salutò.<br />
E come lo vide la donna lo affrontò dicendogli: &#8221; Che razza          di armadio mi hai fabbricato? &#8221; &#8221; Cosa c&#8217;è che non va,          mia signora? &#8221; s&#8217;informò il falegname. E quella rispose: &#8221;          Il ripiano in cima è troppo stretto. &#8221; Rispose il. falegname:          &#8221; Questo non può essere. &#8221; E la donna: &#8221; Entra e          vieni a vedere con i tuoi occhi; è così stretto che non          ci entreresti nemmeno tu. &#8221; Al che il falegname rispose: &#8221; L&#8217;ho          fatto tanto grande che ci entrerebbero quattro persone. &#8221; E dicendo          ciò si infilò nel quinto ripiano; ed ecco che la donna gli          chiuse addosso lo sportello mettendo il catenaccio. Poi prese la lettera          del capo della polizia e si recò dall&#8217;intendente, il quale, dopo          aver letto il messaggio e averlo baciato, consegnò alla donna il          giovane amante. Ella raccontò all&#8217;amico tutto quello che aveva          fatto, e questi disse: &#8221; E adesso,. come dovremo comportarci? &#8221;          &#8221; Ce ne andremo in un&#8217;altra città, &#8221; rispose la donna,          &#8221; perché dopo questa faccenda qui non è più          aria per noi. &#8221;<br />
Così i due presero tutti i loro averi, compresi gli abiti preziosi          dei personaggi che erano rinchiusi nell&#8217;armadio, e dopo aver caricato          ogni cosa sui cammelli partirono per un&#8217;altra città.<br />
Intanto, i cinque chiusi nell&#8217;armadio se ne stavano in silenzio per paura          che in casa ci fosse qualcuno e si accorgesse di loro.<br />
E rimasero così per tre giorni e tre notti, senza mangiare, senza          bere e senza poter soddisfare i bisogni corporali, fino a che il falegname,          che aveva una gran voglia di orinare, non poté più trattenersi          e mollò una gran bagnata in testa al re, e il re minse in testa          al visir, e il visir orinò in testa al capo della polizia, e il          capo della polizia pisciò in testa al cadì, il quale come          sentì cadere quella gran pioggia cominciò a gridare:<br />
&#8221; Che razza di porcheria è questa? Non basta che si debba          stare chiusi qui dentro, dobbiamo anche sentirci pisciare in testa? &#8221;          Allora il capo della polizia riconobbe la voce del cadì e gli gridò:          &#8221; Che Allàh ti rimeriti, o cadì! &#8221; E così          il cadì seppe che sopra di lui c&#8217;era il capo della polizia. Poi          il capo della polizia alzò anch&#8217;egli la voce e disse rivolto a          quello del piano di sopra: &#8221; Che razza di porcheria è questa?          &#8221; E il visir di rimando: &#8221; Che Allàh ti rimeriti, o capo          della polizia! &#8221; Cosi il capo della polizia seppe che sopra di lui          c&#8217;era il visir. A sua volta il visir si mise a gridare: &#8221; Che razza          di porcheria è questa? &#8221; Ma quando il re udì la voce          del suo ministro rimase zitto e non si diede a conoscere. Allora il visir          disse: &#8221; Allàh maledica colei che ci ha fatto questo scherzo!          Quella dannata femmina è riuscita a chiudere in questo armadio          i maggiori dignitari dello stato, fatta eccezione per il re. &#8221; Allora          il re non si poté più trattenere ed esclamò: &#8221;          Taci, o visir, perché io sono stato il primo a cadere nella rete          di questa infame puttana. &#8221;<br />
A questo punto il falegname cominciò a gridare: &#8221; E io in          tutto questo che cosa c&#8217;entro? Le ho fabbricato un armadio per quattro          dinàr d&#8217;oro, e, quando sono venuto a riscuotere, con un inganno          mi ha fatto entrare qui e mi ci ha chiuso dentro. &#8221; Poi tutti e cinque          cominciarono a chiacchierare per distrarre il sovrano e per non pensare          ai loro guai.<br />
E mentre ciò accadeva ecco che tornò dal suo lungo viaggio          il marito della donna e, arrivato davanti alla porta di casa sua, cominciò          a bussare. Ma per quanto bussasse nessuno gli veniva ad aprire. Allora          si rivolse ai vicini e chiese notizie della moglie, ma questi non ne sapevano          nulla ed anzi si meravigliavano moltissimo che nessuno andasse ad aprire          perché fino a tre giorni prima avevano visto la donna che entrava          ed usciva. Allora, temendo che fosse successa qualche disgrazia, sfondarono          la porta ed entrarono tutti in casa con il marito in testa; e quando furono          arrivati nella sala videro quel grande armadio, dal quale veniva uno strano          rumore di voci. &#8221; Sicuramente, &#8221; disse un vicino, &#8221; questo          armadio è abitato da spiriti maligni.<br />
La cosa migliore da fare è di prenderlo e dargli fuoco. &#8221;          Quando quelli che stavano dentro sentirono ciò, cominciarono a          gridare: &#8221; Non lo fate! Non lo fate! &#8221; Allora il marito e i          vicini si dissero l&#8217;un l&#8217;altro: &#8221; Questi sono proprio spiriti maligni,          che per farci credere di essere creature mortali parlano con voce di uomini.          &#8221; Udendo queste parole, il cadì cominciò a recitare          alcuni versetti del Corano acciocché quelli che erano di fuori          fossero sicuri che quelli che erano dentro non erano spiriti maligni.          Poi disse ai vicini: &#8221; Avvicinatevi all&#8217;armadio in cui siamo rinchiusi.          &#8221; E quando quelli furono vicini disse: &#8220;lo sono il cadì,          e ho riconosciuto fra voi la voce del tale e del tal altro e sappiate          che qui dentro non sono solo. &#8221; &#8221; Ma si può sapere chi          vi ha ficcato lì dentro? &#8221; chiese il marito della donna. Allora          il cadì raccontò dal principio alla fine tutto quanto era          accaduto. Dopo di che mandarono a chiamare un falegname, il quale ruppe          i cinque catenacci, apri i cinque sportelli ed ecco che uno dopo l&#8217;altro          uscirono dall&#8217;armadio il cadì, il capo della polizia, il visir,          il re e il falegname; e poiché erano vestiti con gli strani abbigliamenti          che aveva posto loro indosso la donna, guardandosi l&#8217;un l&#8217;altro cominciarono          a ridere di quella straordinaria avventura. Alla fine il re, vedendo in          un canto il marito della donna, che era l&#8217;unico a non ridere di tutta          quella faccenda, per consolarlo lo nominò suo visir della mano          sinistra. Poi, dato che le più alte cariche dello stato non potevano          comparire al cospetto della gente in quella buffa tenuta, furono mandati          a prendere altri vestiti e ognuno assunse così l&#8217;aspetto che competeva          alla sua alta posizione, dopo di che ciascuno se ne andò per i          fatti suoi.</span></div>
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		<title>The Arabian Nights: The Story of the Merchant and the Jinni (nights 1 &#8211; 3)</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 11:10:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nico de Corato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[IT has been related to me, O happy King, said Shahrazad, that there was a certain merchant who had great wealth, and traded extensively with surrounding countries; and one day he mounted his horse, and journeyed to a neighbouring country to collect what was due to him, and, the heat oppressing him, he sat under a tree, in a garden, and put his hand into his saddle-bag, and ate a morsel of bread and a date which were among his provisions. Having eaten the date, he threw aside the stone, and immediately there appeared before him an ‘Efrit, of enormous height, who, holding a drawn sword in his hand, approached him, and said, Rise, that I may kill thee, as thou hast killed my son. the merchant asked him, How have I killed thy son? He answered, When thou atest the date, and threwest aside the stone, it struck my ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>IT has been related to me, O happy King, said Shahrazad, that there was a certain merchant who had great wealth, and traded extensively with surrounding countries; and one day he mounted his horse, and journeyed to a neighbouring country to collect what was due to him, and, the heat oppressing him, he sat under a tree, in a garden, and put his hand into his saddle-bag, and ate a morsel of bread and a date which were among his provisions. Having eaten the date, he threw aside the stone, and immediately there appeared before him an ‘Efrit, of enormous height, who, holding a drawn sword in his hand, approached him, and said, Rise, that I may kill thee, as thou hast killed my son. the merchant asked him, How have I killed thy son? He answered, When thou atest the date, and threwest aside the stone, it struck my son upon the chest, and, as fate had decreed against him, he instantly died.      1<br />
The merchant, on hearing these words, exclaimed, Verily to God we belong, and verily to Him we must return! There is no strength nor power but in God, the High, the Great! If I killed him, I did it not intentionally, but without knowing it; and I trust in thee that thou wilt pardon me.—The Jinni answered, Thy death is indispensable, as thou hast killed my son:—and so saying, he dragged him, and threw him on the ground, and raised his arm to strike him with the sword. The merchant, upon this, wept bitterly, and said to the Jinni, I commit my affair unto God, for no one can avoid what He hath decreed:—and he continued his lamentation, repeating the following verses:—<br />
Time consists of two days; this, bright; and that, gloomy; and life, of two moieties; this, safe; and that, a fearful.<br />
Say to him who hath taunted us on account of misfortunes, Doth fortune oppose any but the eminent?<br />
Dost thou observe that corpses float upon the sea, while the precious pearls remain in its furthest depths?<br />
When the hands of time play with us, misfortune is imparted to us by its protracted kiss.<br />
In the heaven are stars that cannot be numbered; but none is eclipsed save the sun and the moon.<br />
How many green and dry trees are on the earth; but none is assailed with stones save that which beareth fruit!<br />
Thou thoughtest well of the days when they went well with thee, and fearedst not the evil that destiny was bringing.<br />
—When he had finished reciting these verses, the Jinni said to him, Spare thy words, for thy death is unavoidable.      2<br />
Then said the merchant, Know, O ‘Efrit, that I have debts to pay, and I have much property, and children, and a wife, and I have pledges also in my possession: let me, therefore, go back to my house, and give to every one his due, and then I will return to thee: I bind myself by a vow and covenant that I will return to thee, and thou shalt do what thou wilt; and God is witness of what I say.—Upon this, the Jinni accepted his covenant, and liberated him; granting him a respite until the expiration of the year.      3<br />
The merchant, therefore, returned to his town, accomplished all that was upon his mind to do, paid every one what he owed him, and informed his wife and children of the event which had befallen him; upon hearing which, they and all his family and women wept. He appointed a guardian over his children, and remained with his family until the end of the year; when he took his grave-clothes under his arm, bade farewell to his household and neighbours, and all his relations, and went forth, in spite of himself; his family raising cries of lamentation, and shrieking.      4<br />
He proceeded until he arrived at the garden before mentioned; and it was the first day of the new year; and as he sat, weeping for the calamity which he expected soon to befall him, a sheykh, advanced in years, approached him, leading a gazelle with a chain attached to its neck. This sheykh saluted the merchant, wishing him a long life, and said to him, What is the reason of thy sitting alone in this place, seeing that it is a resort of the Jinn? The merchant therefore informed him of what had befallen him with the ‘Efrit, and of the cause of his sitting there; at which the sheykh, the owner of the gazelle, was astonished, and said, By Allah, O my brother, thy faithfulness is great, and thy story is wonderful! if it were engraved upon the intellect, it would be a lesson to him who would be admonished!—And he sat down by his side, and said, By Allah, O my brother, I will not quit this place until I see what will happen unto thee with this ‘Efrit. So he sat down, and conversed with him. And the merchant became almost senseless; fear entered him, and terror, and violent grief, and excessive anxiety. And as the owner of the gazelle sat by his side, lo, a second sheykh approached them, with two black hounds, and inquired of them, after saluting them, the reason of their sitting in that place, seeing that it was a resort of the Jann: and they told him the story from beginning to end. And he had hardly sat down when there approached them a third sheykh, with a dapple mule; and he asked them the same question, which was answered in the same manner.      5<br />
Immediately after, the dust was agitated, and became an enormous revolving pillar, approaching them from the midst of the desert: and this dust subsided, and behold, the Jinni, with a drawn sword in his hand; his eyes casting forth sparks of fire. He came to them, and dragged from them the merchant, and said to him, Rise, that I may kill thee, as thou killedst my son, the vital spirit of my heart. And the merchant wailed and wept: and the three sheykhs also manifested their sorrow by weeping and crying aloud and wailing: but the first sheykh, who was the owner of the gazelle, recovering his self-possession, kissed the hand of the ‘Efrit, and said to him, O thou Jinni, and crown of the kings of the Jann, if I relate to thee the story of myself and this gazelle, and thou find it to be wonderful, and more so than the adventure of this merchant, wilt thou give up to me a third of thy claim to his blood? He answered, Yes, O sheykh; if thou relate to me the story, and I find it to be as thou hast said, I will give up to thee a third of my claim to his blood.</p>
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<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="3" width="601" align="center" bgcolor="#ffffff">
<tbody>
<tr>
<td>I<span>T</span> has been related to me, O happy King, said Shahrazad, that there was a certain merchant who had great wealth, and traded extensively with surrounding countries; and one day he mounted his horse, and journeyed to a neighbouring country to collect what was due to him, and, the heat oppressing him, he sat under a tree, in a garden, and put his hand into his saddle-bag, and ate a morsel of bread and a date which were among his provisions. Having eaten the date, he threw aside the stone, and immediately there appeared before him an ‘Efrit, of enormous height, who, holding a drawn sword in his hand, approached him, and said, Rise, that I may kill thee, as thou hast killed my son. the merchant asked him, How have I killed thy son? He answered, When thou atest the date, and threwest aside the stone, it struck my son upon the chest, and, as fate had decreed against him, he instantly died.</td>
<td align="right" valign="top"><span><a name="1"><em> 1</em></a></span></td>
</tr>
<tr>
<td>The merchant, on hearing these words, exclaimed, Verily to God we belong, and verily to Him we must return! There is no strength nor power but in God, the High, the Great! If I killed him, I did it not intentionally, but without knowing it; and I trust in thee that thou wilt pardon me.—The Jinni answered, Thy death is indispensable, as thou hast killed my son:—and so saying, he dragged him, and threw him on the ground, and raised his arm to strike him with the sword. The merchant, upon this, wept bitterly, and said to the Jinni, I commit my affair unto God, for no one can avoid what He hath decreed:—and he continued his lamentation, repeating the following verses:—</p>
<table border="0" cellspacing="1" cellpadding="1">
<tbody>
<tr>
<td></td>
<td>Time consists of two days; this, bright; and that, gloomy; and life, of two moieties; this, safe; and that, a fearful.</td>
</tr>
<tr>
<td></td>
<td>Say to him who hath taunted us on account of misfortunes, Doth fortune oppose any but the eminent?</td>
</tr>
<tr>
<td></td>
<td>Dost thou observe that corpses float upon the sea, while the precious pearls remain in its furthest depths?</td>
</tr>
<tr>
<td></td>
<td>When the hands of time play with us, misfortune is imparted to us by its protracted kiss.</td>
</tr>
<tr>
<td></td>
<td>In the heaven are stars that cannot be numbered; but none is eclipsed save the sun and the moon.</td>
</tr>
<tr>
<td></td>
<td>How many green and dry trees are on the earth; but none is assailed with stones save that which beareth fruit!</td>
</tr>
<tr>
<td></td>
<td>Thou thoughtest well of the days when they went well with thee, and fearedst not the evil that destiny was bringing.</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>—When he had finished reciting these verses, the Jinni said to him, Spare thy words, for thy death is unavoidable.</td>
<td align="right" valign="top"><span><a name="2"><em> 2</em></a></span></td>
</tr>
<tr>
<td>Then said the merchant, Know, O ‘Efrit, that I have debts to pay, and I have much property, and children, and a wife, and I have pledges also in my possession: let me, therefore, go back to my house, and give to every one his due, and then I will return to thee: I bind myself by a vow and covenant that I will return to thee, and thou shalt do what thou wilt; and God is witness of what I say.—Upon this, the Jinni accepted his covenant, and liberated him; granting him a respite until the expiration of the year.</td>
<td align="right" valign="top"><span><a name="3"><em> 3</em></a></span></td>
</tr>
<tr>
<td>The merchant, therefore, returned to his town, accomplished all that was upon his mind to do, paid every one what he owed him, and informed his wife and children of the event which had befallen him; upon hearing which, they and all his family and women wept. He appointed a guardian over his children, and remained with his family until the end of the year; when he took his grave-clothes under his arm, bade farewell to his household and neighbours, and all his relations, and went forth, in spite of himself; his family raising cries of lamentation, and shrieking.</td>
<td align="right" valign="top"><span><a name="4"><em> 4</em></a></span></td>
</tr>
<tr>
<td>He proceeded until he arrived at the garden before mentioned; and it was the first day of the new year; and as he sat, weeping for the calamity which he expected soon to befall him, a sheykh, advanced in years, approached him, leading a gazelle with a chain attached to its neck. This sheykh saluted the merchant, wishing him a long life, and said to him, What is the reason of thy sitting alone in this place, seeing that it is a resort of the Jinn? The merchant therefore informed him of what had befallen him with the ‘Efrit, and of the cause of his sitting there; at which the sheykh, the owner of the gazelle, was astonished, and said, By Allah, O my brother, thy faithfulness is great, and thy story is wonderful! if it were engraved upon the intellect, it would be a lesson to him who would be admonished!—And he sat down by his side, and said, By Allah, O my brother, I will not quit this place until I see what will happen unto thee with this ‘Efrit. So he sat down, and conversed with him. And the merchant became almost senseless; fear entered him, and terror, and violent grief, and excessive anxiety. And as the owner of the gazelle sat by his side, lo, a second sheykh approached them, with two black hounds, and inquired of them, after saluting them, the reason of their sitting in that place, seeing that it was a resort of the Jann: and they told him the story from beginning to end. And he had hardly sat down when there approached them a third sheykh, with a dapple mule; and he asked them the same question, which was answered in the same manner.</td>
<td align="right" valign="top"><span><a name="5"><em> 5</em></a></span></td>
</tr>
<tr>
<td>Immediately after, the dust was agitated, and became an enormous revolving pillar, approaching them from the midst of the desert: and this dust subsided, and behold, the Jinni, with a drawn sword in his hand; his eyes casting forth sparks of fire. He came to them, and dragged from them the merchant, and said to him, Rise, that I may kill thee, as thou killedst my son, the vital spirit of my heart. And the merchant wailed and wept: and the three sheykhs also manifested their sorrow by weeping and crying aloud and wailing: but the first sheykh, who was the owner of the gazelle, recovering his self-possession, kissed the hand of the ‘Efrit, and said to him, O thou Jinni, and crown of the kings of the Jann, if I relate to thee the story of myself and this gazelle, and thou find it to be wonderful, and more so than the adventure of this merchant, wilt thou give up to me a third of thy claim to his blood? He answered, Yes, O sheykh; if thou relate to me the story, and I find it to be as thou hast said, I will give up to thee a third of my claim to his blood.</td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
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