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	<title>Dubai Blog &#187; mille e una notte</title>
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		<title>Dalle Mille e una Notte: il Quarto Viaggio di Sinbad il marinaio</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 22:01:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>follyx</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fiabe / Tales]]></category>
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Sappiate, fratelli miei, che dopo qualche tempo che vivevo in pace e sereno godendomi l'agiatezza fui visitato da una compagnia di mercanti, i quali s'intrattennero con me parlando di viaggi e di traffici. Allora il vecchio demone ch'era dentro di me cominciò ad agitarsi ed io tornai a desiderare di conoscere paesi stranieri, di commerciare e far quattrini. Decisi allora di unirmi alla compagnia di quelle persone e, dopo aver comprato quanto poteva occorrere per un lungo viaggio, nonché grandi scorte dì merci preziose, mi recai a Bassora, dove m'imbarcai su una nave con quei mercanti che erano fra i maggiori della città.

Confidando nell'aiuto di Allah Onnipotente, col favore dei venti propizi e di un mare tranquillo, navigammo nelle migliori condizioni da un'isola all'altra e da un mare all'altro, fino a che un giorno si levò un forte vento contrario che costrinse il capitano a gettare le ancore e a mettere la nave in panna per timore che potesse affondare in mezzo all'oceano. Noi tutti allora ci gettammo a terra e cominciammo a pregare Allah l'Onnipotente]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1565" title="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand" src="http://www.dubaiblog.it/wp-content/uploads/2009/12/fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand4.jpg" alt="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand" width="620" height="280" /></p>
<p>Sappiate, fratelli miei, che dopo qualche tempo che vivevo in pace e sereno godendomi l&#8217;agiatezza fui visitato da una compagnia di mercanti, i quali s&#8217;intrattennero con me parlando di viaggi e di traffici. Allora il vecchio demone ch&#8217;era dentro di me cominciò ad agitarsi ed io tornai a desiderare di conoscere paesi stranieri, di commerciare e far quattrini. Decisi allora di unirmi alla compagnia di quelle persone e, dopo aver comprato quanto poteva occorrere per un lungo viaggio, nonché grandi scorte dì merci preziose, mi recai a Bassora, dove m&#8217;imbarcai su una nave con quei mercanti che erano fra i maggiori della città.</p>
<p>Confidando nell&#8217;aiuto di Allah Onnipotente, col favore dei venti propizi e di un mare tranquillo, navigammo nelle migliori condizioni da un&#8217;isola all&#8217;altra e da un mare all&#8217;altro, fino a che un giorno si levò un forte vento contrario che costrinse il capitano a gettare le ancore e a mettere la nave in panna per timore che potesse affondare in mezzo all&#8217;oceano. Noi tutti allora ci gettammo a terra e cominciammo a pregare Allah l&#8217;Onnipotente, e mentre eravamo così occupati arrivò un colpo di vento più forte degli altri, che stracciò le vele in mille pezzi, ruppe la gomena dell&#8217;ancora e la nave affondò con tutto il suo carico, mentre noi ci trovavamo in balia delle onde. Come Dio volle, a un certo momento riuscii ad afferrare una tavola e insieme con me altri naufraghi e cominciammo a sbattere i piedi nell&#8217;acqua usandoli a mo&#8217; di remi. Poi la tempesta si placò e noi vagammo sul mare immenso per tutto quel giorno e per la notte seguente. Al mattino i venti cominciarono.di nuovo a soffiare e le onde a ingrossarsi, sì che alla fine fummo gettati sfiniti ed affamati su un&#8217;isola. Ci mettemmo a camminare lungo la spiaggia e trovammo grande abbondanza di erbe, e, in mancanza di meglio, le mangiammo per poterci ristorare e per tenerci in piedi. Dopo aver molto errato su quell&#8217;isola, scorgemmo in lontananza una casa. Ci avvicinammo ed ecco che dalla casa uscirono degli uomini nudi i quali, senza nemmeno salutarci e senza dire una parola, ci presero e ci portarono dal loro re. Questi, a cenni ci ordinò di sedere, quindi ci fece mettere davanti dei cibi che non avevamo mai visto in vita nostra. I miei compagni, spinti dalla fame, ne mangiarono ma io, sentendomi rivoltare lo stomaco, non volli toccarli, e fu questa una grazia d&#8217;Allah, perché dal fatto di non aver toccato quei cibi dipese la salvezza della mia vita. Infatti i miei compagni, non appena ebbero assaggiato quelle vivande, smarrirono la ragione, si comportarono come tanti stralunati e cominciarono a divorare il cibo come uomini posseduti da uno spirito maligno. Poi quei selvaggi diedero da bere ai miei compagni olio di noce di cocco e con lo stesso olio li unsero su tutto il corpo. E non appena i miei compagni ebbero bevuto di quell&#8217;olio strabuzzarono gli occhi e ricominciarono a mangiare come forsennati anche se non ne avevano voglia.</p>
<p>Quando vidi ciò rimasi perplesso e mi preoccupai per i miei compagni; ma mi preoccupai anche per me stesso, a causa di quegli uomini nudi. Così mi misi ad osservarli attentamente e non mi ci volle molto per scoprire che si trattava di una tribù di maghi cannibali, il cui re era un orco. Tutti quelli che avevano la sventura di capitare nel loro paese, essi li acchiappavano e li portavano dal loro re, poi li nutrivano con quei cibi e li ungevano con quell&#8217;olio cosi che il loro ventre si dilatava smisuratamente e gli infelici cominciavano a mangiare senza posa e a causa di ciò perdevano la ragione e diventavano come idioti. Allora quei selvaggi ingozzavano i poveretti con quei cibi e con l&#8217;olio di cocco fino a che non erano diventati ben grassi, quindi li, sgozzavano e li arrostivano dandoli da mangiare al loro re. Gli altri, voglio dire gli altri selvaggi, si contentavano di mangiare la carne umana cruda. Quando ebbi fatto questa scoperta, mi sentii pieno di tristezza e di timore per la mia sorte e per quella dei miei compagni, tanto più in quanto vedevo, che la loro ragione vacillava e li abbandonava a mano a mano che essi ingrassavano, al punto che a forza di mangiare si abbrutirono completamente; e allora i selvaggi li affidarono a una specie di pastore, che ogni giorno li portava nei prati dove essi pascolavano come bestie. Quanto a me, mentre i miei compagni ingrassavano, io ero dimagrito per la fame e per la paura, la carne mi si era seccata sulle ossa ed ero diventato simile ad uno scheletro. Così nessuno si curò più di me e alla fine mi dimenticarono completamente. Approfittai quindi del fatto che nessuno mi prestava più attenzione e un giorno mi decisi a fuggire, poiché la vista dei miei compagni, diventati mentecatti e grassi come porci, mi era insostenibile. Camminai giorni e giorni nutrendomi di qualche erba che trovavo, fino, a che una mattina giunsi in vista di un gruppo di persone intente a raccogliere grani di pepe. Non appena costoro mi videro, mi si fecero incontro e mi chiesero chi fossi. &#8221; Sappiate, brava gente, &#8221; risposi io, &#8221; che sono un povero straniero. &#8221; E raccontai loro la brutta avventura vissuta presso quei selvaggi. Allora costoro fecero le più grandi meraviglie e mi dissero: &#8221; Per Allah, quello che tu dici è meraviglioso! Ma come hai fatto a sfuggire a quei cannibali che infestano l&#8217;isola e divorano tutti quelli che cadono in loro potere? &#8221; Quando ebbi finito di raccontare loro tutti i particolari della mia avventura, essi. mi rifocillarono con buoni cibi, mi fecero riposare, quindi scendemmo sulla riva del mare, c&#8217;imbarcammo su una nave che era colà in attesa e arrivammo alla loro isola, dove mi condussero immediatamente dal loro sovrano. Questi mi accolse con molto onore, rispose affabilmente al mio saluto e volle sapere ogni particolare della mia avventura. Quando lo ebbi informato di tutto quello che mi era successo fin dal giorno in cui avevo lasciato Baghdad, egli espresse grande meraviglia per tante vicissitudini, poi ordinò che mi si portasse cibo a sufficienza ed abiti ed ogni cosa di cui potessi aver bisogno. Così mi rallegrai per la mia buona sorte e ringraziai la clemenza dell&#8217;Onnipotente. Poi cominciai ad andare in giro per la città, che trovai ricca e prospera, piena di mercanzie e di mercati dove si comprava e si vendeva. Trascorsi in tal modo qualche tempo fra la gente di quella città, amato e stimato da tutti, al punto da diventare uno degli uomini più onorati di quel regno. Ora, mentre trascorrevo così i miei giorni, notai che la maggior parte della gente di quel posto cavalcava bellissimi destrieri, ma li cavalcava a pelo e senza sella. Allora, meravigliato, chiesi al re: &#8221; Perché, signor mio, non cavalchi con una sella? E più comoda e dà maggior forza al cavaliere. &#8221; E il re mi disse: &#8221; Una sella? E che cosa è mai? Io non l&#8217;ho mai vista in vita mia né l&#8217;ho mai usata per cavalcare. &#8221; Allora io gli dissi: &#8221; Se tu permetti, signore, io ti costruirò una sella, e tu potrai constatare quanto è più comodo ed agevole cavalcare con essa. &#8221; &#8221; Fa&#8217; pure, &#8221; mi disse il sovrano. Allora io gli chiesi di farmi dare del legno, del cuoio e della lana, poi cercai un abile carpentiere e gli ordinai di prepararmi con quel legno un arcione dopo avergliene fatto il disegno. Poi mi feci portare la lana, la cardai e ne feci un bel feltro di sottosella; poi, quando l&#8217;arcione fu pronto, vi adattai sotto il feltro e con il cuoio feci dei bei quartieri, delle cinghie e degli staffili. Alla fine chiamai un fabbro ferraio e mi feci fare due belle staffe. Quando tutto fu pronto, mi recai nelle stalle del re, scelsi il miglior cavallo e gli posi addosso la sella, quindi mi recai dal sovrano, il quale mi ringraziò, montò a cavallo e rimase assai contento di quella sella, sì che mi compensò generosamente per il lavoro che avevo fatto. Quando il visir di quel re vide la sella, mi chiese di fame una anche per lui. Poi, a mano a mano, tutti i grandi del regno, e gli ufficiali, e infine anche la gente comune vennero a chiedermi di fabbricar loro delle selle. Così:, con l&#8217;aiuto del carpentiere e del fabbro, mi dedicai a questa industria e in breve, tempo ammassai una considerevole fortuna, il che aumentò grandemente la stima da cui ero circondato e m&#8217;innalzò nel favore del re. Ora avvenne che un giorno questo re mi mandò a chiamare e mi disse: &#8221; Tu ormai vivi presso di noi e sei diventato come uno di noi, e ci sei caro come un fratello. Ed è tanto l&#8217;affetto e la considerazione che abbiamo per te che non sopporteremmo di vederti partire; però io voglio da te una cosa alla quale dovrai ubbidire senza contraddirmi. &#8221; lo risposi:&#8217;&#8221; 0 re, che cosa vuoi da me? Chiedilo, e ti assicuro che io non ti contraddirò in nulla, perché tale è il debito di riconoscenza che ho verso di te che io sono diventato come un tuo servo. &#8221; Egli disse: &#8221; Ho pensato di sposarti ad una donna che è giovane, bella, intelligente come nessun&#8217;altra, ed è tanto ricca quanto è bella; voglio che tu la sposi e prendi così stabile domicilio presso di noi, ed anzi voglio che tu vada ad abitare in uno dei miei palazzi. Perciò ti prego di non contraddirmi in questo mio desiderio. &#8221; Quando ebbi udito queste parole, rimasi vergognoso e confuso per tanta generosità e non seppi fare altro che inginocchiarmi e baciare la terra davanti a lui. Allora il re, senza porre indugio, chiamò il cadì e i testimoni e volle che fosse steso il mio contratto di nozze con una fanciulla appartenente a una famiglia fra le più nobili del reame; e costei era non solo di meravigliosa bellezza e di alto lignaggio, ma padrona anche di poderi e immobili. Poi il re mi regalò una grande e bella casa con schiavi e servi e mi assegnò un ricco appannaggio. Così io mi reputai il più fortunato degli uomini, anche perché, dopo aver conosciuto mia moglie, l&#8217;amai col più tenero amore e fui da essa ricambiato. E cominciammo a trascorrere i nostri giorni fra ogni agio e felicità. Ed io andavo spesso dicendomi: &#8221; Se mai tornerò in patria, la porterò con me. &#8221; Ma quello che il destino riserva all&#8217;uomo è ineluttabile, e nessuno sa ciò che gli può accadere.</p>
<p>Mentre i miei giorni trascorrevano così sereni e lieti, Allah Onnipotente decretò la morte della moglie di un mio vicino. Poiché questi era un mio amico, io mi recai a casa sua e lo trovai abbattuto e depresso; dopo avergli fatto le mie condoglianze, cercai di consolarlo dicendogli: &#8221; Non affliggerti per colei che è nella grazia di Allah; sicuramente Iddio ti darà una moglie migliore,in cambio di questa, e, se Allah vuole, il tuo nome continuerà ad essere onorato finché tu vivrai, lungamente, su questa terra! &#8221; Ma a queste parole il vicino si mise a piangere ancor più amaramente e mi rispose: &#8221; Amico mio, come posso sposare un&#8217;altra donna, e come può Allah darmi una moglie migliore di quella che ho avuto se mi resta appena un giorno da vivere? &#8221; &#8221; Fratello mio, &#8221; gli dissi, &#8221; ritorna in te e smettila di preannunciare la tua morte, perché tu sei sano e stai in ottima salute. &#8221; &#8221; Amico mio, &#8221; continuò quello, &#8221; ti giuro che domani io morirò e tu mi rivedrai solo nel giorno della resurrezione. &#8221; Allora io gli dissi: &#8221; Ma si può sapere di che cosa stai parlando? &#8221; E quello mi rispose: &#8221; Oggi stesso seppelliranno mia moglie e seppelliranno anche me insieme con lei, perché è usanza di questo paese seppellire vivo il marito con la moglie se questa muore prima, e lo stesso fanno con la moglie nel caso che a morire prima sia il marito; e ciò si fa affinché nessuno possa godersi la vita dopo la morte del suo compagno. &#8221; &#8221; Per Allah, &#8221; esclamai io, &#8221; questa è una usanza fra le più barbare e insopportabili che abbia mai conosciuto! &#8221;</p>
<p>Mentre così discorrevamo, ecco che arrivò una gran folla di gente e tutti cominciarono a condolersi con il mio amico per la moglie e per lui stesso. Poi misero la moglie in una bara e la portarono, insieme con il marito, fuori della città, fino a che giunsero in un luogo dove era l&#8217;imboccatura di una profonda caverna, chiusa con un grosso macigno. Tolsero il macigno dalla bocca della caverna e gettarono di sotto la bara con la defunta; poi legarono una corda, fatta con fibre di palma, alle ascelle del mio amico e lo calarono in fondo alla caverna, e quando questi fu giunto sul fondo si sciolse da sé la corda e quelli la ritirarono. Infine gli calarono giù una giara d&#8217;acqua e un po&#8217; di cibo a mo&#8217; di viatico. Poi chiusero la bocca della caverna con il macigno e tornarono in città lasciando il mio amico con la moglie morta.</p>
<p>Quando vidi ciò mi dissi: &#8221; Per Allah, questa usanza è peggiore della morte che manda Iddio! &#8221; Così mi recai subito dal re e gli dissi: &#8221; Signore, perché seppellite insieme il vivo e il morto? &#8221; Ed egli mi rispose: &#8221; E questa una usanza che vige fra noi da tempo immemorabile. Così hanno sempre fatto i nostri antenati! &#8221; Allora io gli chiesi: &#8221; Dimmi una cosa, o re del nostro tempo. Se la moglie di uno straniero muore fra voi, seppellite vivo anche lo straniero? &#8221; E il re mi rispose: &#8221; Senza alcun dubbio; chiunque si trovi sulle nostre terre, deve sottostare alle nostre usanze. &#8221; Quando ebbi udito queste parole, la vescica del fiele fu lì per scoppiarmi dalla preoccupazione e dalla tristezza. Mi sentii pieno di angoscia, al punto da perdere quasi la ragione, e cominciai a temere che mia moglie morisse prima di me e mi seppellissero vivo. Tuttavia. dopo un po&#8217; di tempo ripresi animo consolandomi col pensiero che forse sarei morto prima io, dal momento che nessuno sa chi dovrà morire per primo. Infine, le occupazioni della vita di ogni giorno mi distrassero e non pensai più a questa faccenda.</p>
<p>Tuttavia non trascorse molto tempo e un giorno mia moglie si ammalò e dopo qualche poco morì. Allora il re e quasi tutti gli abitanti di quella città vennero a casa mia a condolersi con me e con la famiglia di mia moglie e molti cercarono di consolarmi per la sorte che mi attendeva. Poi vennero le donne che lavano i cadaveri e lavarono ed abbigliarono mia moglie e le misero indosso le vesti e i gioielli più preziosi, quindi la deposero nella bara e la portarono nel luogo che ho detto, dove scoprirono l&#8217;imboccatura della caverna. Quando ebbero buttato la bara in fondo alla caverna, i parenti di mia moglie e i miei amici mi si fecero intorno cercando di consolarmi per la mia morte. Ma io continuavo a gridare: &#8221; Nel nome di Allah Onnipotente, come è possibile che sia sancito dalle leggi seppellire il vivo con il morto? Io sono straniero, non sono del vostro paese, e non posso sottostare alle vostre usanze. Se avessi saputo questa cosa, non mi sarei sposato con una delle vostre donne! &#8221; Ma quelli non prestarono attenzione alle mie parole. Mi presero, mi legarono una fune sotto le ascelle e mi calarono in fondo alla grotta, insieme con un&#8217;anfora d&#8217;acqua e un po&#8217; di cibo, secondo l&#8217;usanza. Quando ebbi toccato il fondo, dall&#8217;alto mi dissero di sciogliere la fune, ma io mi rifiutai di farlo, e allora quelli gettarono di sotto l&#8217;altro capo della fune, poi chiusero l&#8217;imboccatura della caverna e se ne andarono per i fatti loro.</p>
<p>lo mi guardai intorno e vidi che mi trovavo in un&#8217;ampia caverna, piena di scheletri e di cadaveri che esalavano un puzzo ammorbante mentre l&#8217;aria risuonava dei gemiti dei moribondi. Allora non potei fare altro che biasimarmi per quello che avevo fatto dicendo: &#8220;,Per Allah, io merito tutto ciò che mi è capitato e ciò che mi capiterà! Quale maledizione mi ha indotto a prendere moglie in questa città? Non vi è forza né potenza se non in Allah, il Glorioso, il Grande! Come ho detto tante volte, sono sfuggito da un pericolo per cadere in un pericolo peggiore. Per Allah, questa è davvero una morte abominevole! Volesse il cielo ch&#8217;io potessi morire una morte onorevole, degna di un uomo e di un musulmano. Sarebbe stato meglio se fossi morto in mare o perito fra le montagne! Meglio assai sarebbe stato che non finire in un modo così miserando! &#8221; E continuai a gemere e a lamentarmi per la mia sorte, poi mi gettai a terra, sulle ossa dei morti, implorando l&#8217;aiuto di Allah, fino a che i morsi della fame non mi attanagliarono lo stomaco e la sete mi bruciò la gola. Allora mi alzai e a tastoni cercai il pane e ne presi un morso; poi bevvi una sorsata d&#8217;acqua. Il giorno dopo cominciai ad esplorare quella caverna e vidi che si estendeva in ogni direzione con una grande quantità di cunicoli e che dovunque era cosparsa di ossa di morti o di corpi in putrefazione. Alla fine trovai una nicchia. nella quale mi rifugiai, un po&#8217; lontano dai cadaveri che erano stati gettati più recenti.</p>
<p>Rimasi cosi parecchi giorni, fino a che le mie provviste cominciarono a scarseggiare. Eppure mangiavo solo una volta al giorno e talvolta anche ogni due giorni e bevevo il meno possibile, per paura che l&#8217;acqua e il cibo mi venissero meno prima ch&#8217;io morissi. Un giorno, che me ne stavo così a riflettere sui miei tristi casi e a chiedermi come avrei fatto quando il pane e l&#8217;acqua mi fossero venuti meno, ecco che il macigno che copriva l&#8217;imboccatura della caverna venne rimosso e la luce piovve su di me. Allora mi dissi: &#8221; Che cosa sarà mai? Forse hanno portato un altro cadavere. &#8221; E di fatti vidi che di lì a poco calarono giù un uomo morto, e poi una donna viva, la quale piangeva e si lamentava; e calarono giù anche una provvista, più abbondante; del solito, di pane e di acqua. La donna non mi vide e quelli di sopra chiusero l&#8217;apertura della grotta e se ne andarono. Allora, impugnata a mo&#8217; di mazza la tibia d&#8217;un morto, mi avvicinai di soppiatto alla donna e la colpii sul capo. Quella gettò appena un breve grido e cadde svenuta; la colpii una seconda e una terza volta fino a che morì; allora m&#8217;impadronii del suo pane e della sua acqua e frugandole addosso mi accorsi che era carica di gioielli e di monili d&#8217;oro, perché era abitudine di quella gente seppellire le donne con tutte le loro gioie. Portai i viveri nel mio cantuccio e mi cibai con quelli prendendone solo quel tanto che era necessario per mantenermi in vita, perché temevo che se fossero finiti troppo presto sarei morto di fame e di sete. Tuttavia non persi mai la fiducia nell&#8217;Onnipotente Allah. Rimasi così in quella caverna per molto tempo, uccidendo tutti gli esseri viventi che vi venivano calati e nutrendomi con le loro provviste, fino a che un giorno, mentre dormivo, fui svegliato da uno strano rumore, come di qualcuno che frugasse fra i cadaveri in un angolo della caverna. &#8221; Che cosa sarà mai? &#8221; mi dissi. Balzai in piedi e, afferrata la tibia, mi avvicinai al punto da cui veniva il rumore. Non appena la creatura che aveva provocato quel rumore si accorse di me, fuggì via verso la parte interna della grotta, e allora capii che si trattava di un animale selvatico. Mi inoltrai anch&#8217;io verso l&#8217;estremità dell&#8217;antro, fino a che vidi lontano un punto luminoso, non più grande di una stella, che appariva e spariva. Continuai a camminare e, a mano a mano che avanzavo, il punto diventava sempre più grande e più luminoso, fino a che fui sicuro che si trattava di un&#8217;apertura nella roccia che conduceva all&#8217;aperto; allora mi dissi: &#8221; Senza dubbio ci deve essere una ragione per questa apertura:, o è la bocca di una seconda caverna, simile a quella nella quale sono stato calato, oppure è una fessura naturale della roccia,&#8221; Quando arrivai al punto da cui proveniva la luce mi accorsi che si trattava di una breccia nel fianco della montagna, che gli animali selvatici avevano allargato scavando in modo da potere entrare e uscire liberamente e divorare i cadaveri. Quando vidi tutto questo, l&#8217;animo mio si rallegrò, mi tornò la speranza e fui certo di poter sopravvivere. Così, come in sogno, allargai quella breccia in modo da poterci passare e uscii all&#8217;aperto, trovandomi sul pendio di un&#8217;alta montagna che guardava il mare e che da quella parte impediva ogni accesso all&#8217;isola, così che da quel punto della costa era impossibile raggiungere la città.</p>
<p>Lodai Iddio e lo ringraziai rallegrandomi immensamente per la mia salvezza. Poi, attraverso quel buco, ritornai nella grotta e portai fuori tutte le provviste che avevo messo da parte e presi anche alcuni vestiti dei morti; dopo di che raccolsi le collane di perle, e i gioielli e i monili d&#8217;oro e d&#8217;argento e ogni altro ornamento di valore che potei &#8211; trovare sui cadaveri; usai le vesti dei cadaveri per fare dei fagotti e portai tutta questa roba fuori, sul fianco della montagna, davanti al mare, dove mi stabilii alla bell&#8217;e meglio intendendo aspettare colà fino a quando l&#8217;Onnipotente si fosse degnato inviarmi un aiuto sotto forma di una nave di passaggio. Ogni giorno tornavo nella caverna. e quando trovavo degli esseri viventi seppelliti vivi colà, li uccidevo, uomini o donne che fossero, mi impadronivo del loro cibo e dei loro gioielli, che trasportavo nel mio covo a picco sul mare.</p>
<p>Rimasi in quel posto parecchio tempo, continuando sempre a riflettere sui miei casi, fino a che un giorno vidi in mezzo al mare una nave di passaggio. Presi allora un pezzo di stoffa bianca che avevo con me, la legai a un bastone e mi misi a correre su e giù facendo dei segnali e gridando, fino a che l&#8217;equipaggio della nave, udendo le mie grida, mi scorse e mandò a terra una barca a prendermi. Quando la barca fu vicina alla riva, i marinai mi chiamarono dicendo: &#8221; Chi sei tu, e come mai sei arrivato su questa montagna dove in vita nostra non abbiamo mai visto alcuno? &#8221; lo risposi: &#8221; Sono un onesto mercante che ha fatto naufragio, ma mi sono salvato e ho salvato con me una parte dei miei averi aggrappandomi a un relitto della nave; con la benedizione di Allah e grazie alla mia forza e alla mia abilità, ho preso terra in questo luogo, dove sono rimasto ad aspettare che qualche nave di passaggio si accorgesse di me e mi prendesse a bordo. &#8221; Allora quelli mi fecero salire sulla barca insieme con i miei fagotti di gioielli e di preziosi e tornarono verso la nave, dove il capitano mi disse: &#8221; Come mai un uomo si trovava in quel luogo, su quella montagna, dietro la quale sorge una grande città? Per tutta la vita non ho fatto altro che navigare questi mari e sono passato e ripassato più volte davanti a quelle rocce, eppure non vi ho mai visto alcun essere vivente, fatta eccezione per gli animali selvatici e gli uccelli. &#8221; Io gli ripetei la storia che avevo già raccontato ai marinai, ma non gli dissi nulla di quello che mi era capitato nella città e nella caverna per timore che sulla nave vi fosse qualche isolano. Presi quindi alcune delle perle migliori che avevo con me e le offrii al capitano dicendo: &#8221; Signore, tu mi hai tratto in salvo da quella montagna. lo non ho con me denaro contante, ma ti prego di accettare queste in segno di gratitudine per la tua gentilezza. &#8221; Ma il capitano rifiutò di accettare alcunché da me dicendo: &#8221; Quando troviamo un naufrago sulla costa o su un&#8217;isola lo prendiamo a bordo e gli diamo da mangiare e da bere, e se è nudo lo rivestiamo; ma non accettiamo niente da lui, anzi, quando raggiungiamo un porto sicuro, lo facciamo scendere a terra regalandogli un po&#8217; del nostro denaro e lo trattiamo gentilmente e caritatevolmente per l&#8217;amore di Allah Altissimo. &#8221; Allora io pregai perché la sua vita fosse lunga e felice e mi rallegrai dello scampato pericolo, perché ogni volta che pensavo al momento in cui ero stato calato nella grotta insieme con mia moglie morta non potevo fare a meno di rabbrividire d&#8217;orrore.</p>
<p>Continuammo in tal modo il nostro viaggio, navigando da isola a isola e da mare a mare, fino a che, come volle Allah, arrivammo sani e salvi nella città di Bassora, dove io mi trattenni qualche giorno e proseguii poi per Baghdad. Qui, con grandissimo piacere, ritrovai il mio quartiere e la mia casa e fui subito circondato da familiari e da amici che si rallegrarono con me per la mia salvezza. Rinchiusi nelle mie casse tutto ciò che avevo portato con me, diedi elemosine ai poveri e rivestii le vedove e gli orfani. Poi pensai a godermi la vita tranquillamente. Queste furono le avventure più interessanti del mio quarto viaggio. Ma domani, se vorrete tornare tutti a casa mia, vi racconterò quello che mi accadde nel quinto viaggio, e vi assicuro che si trattò di casi più incredibili e meravigliosi di quelli che avete ascoltato finora.</p>
<p>Dopo di che Sindbad ordinò che venisse servita la cena, e quando tutti ebbero mangiato e bevuto,fece dare, come al solito, cento dinàr a Sindbad il Facchino e tutti se ne andarono per i fatti loro continuando a meravigliarsi di ciò che avevano udito.</p>
<p>Non appena sorse il giorno, Sindbad il Facchino si levò, recitò la preghiera del mattino e si presentò a casa di Sindbad il Marinaio, il quale lo accolse cortesemente e lo fece sedere accanto a sé, fino a che non arrivarono tutti gli altri invitati. Mangiarono, bevvero e chiacchierarono allegramente; quindi il loro ospite cominciò il racconto del</p>
<p>Quinto viaggio di Sindbad il Marinaio</p>
<p>Sappiate, fratelli miei, che dopo essere rimasto per qualche tempo a terra e dopo aver dimenticato, fra gli agi e il benessere, i pericoli e i patimenti sopportati, il mio cattivo genio mi ispirò ancora una volta il desiderio di viaggiare e di vedere isole e paesi stranieri. Perciò, dopo avere acquistato una grande quantità di mercanzie adatte allo scopo e averle fatte imballare, mi trasferii a Bassora dove, nel porto di quella città, vidi una bella nave, nuova di zecca, con tutte le attrezzature in ordine e pronta a prendere il mare. Poiché la nave mi piacque la comprai, vi feci imbarcare le mie merci, reclutai un capitano e una ciurma e feci salire a bordo alcuni miei servi in qualità di ispettori. Presi anche a bordo alcuni mercanti con le loro mercanzie ed essi mi pagarono in denaro sonante il prezzo del passaggio; dopo di che, partimmo tutti felici e contenti augurandoci un viaggio sicuro e buoni guadagni.</p>
<p>Navigammo da un paese all&#8217;altro e da un&#8217;isola all&#8217;altra e da un mare all&#8217;altro, visitando le città e le regioni che toccavamo, vendendo e comperando, fino a che un giorno giungemmo ad una grande isola disabitata, un luogo deserto e desolato nel quale scorgemmo una grossa cupola bianca semisepolta nella sabbia. I mercanti scesero a terra per esaminare quella cupola e io rimasi a bordo; quando essi furono vicini si accorsero che si trattava di un uovo del grande uccello Rukh. Cominciarono a picchiarci sopra con delle pietre, perché ancora non sapevano di che cosa si trattasse, e in breve riuscirono a romperlo e ne uscì subito una grande quantità d&#8217;acqua e poi all&#8217;interno apparve il pulcino del Rukh. Allora essi lo tirarono fuori, lo sgozzarono e misero da parte una grande quantità di carne. lo intanto ero sulla nave e non sapevo quello che stessero facendo, fino a che uno dei passeggeri non venne a riva e mi disse: &#8221; Signore, vieni a vedere l&#8217;uovo, che pensavamo fosse una cupola. &#8221; Allora aguzzai gli occhi e, vedendo i mercanti che stavano picchiando sull&#8217;uovo con delle pietre, gridai loro: &#8221; Fermatevi, fermatevi! Lasciate stare quell&#8217;uovo, altrimenti l&#8217;uccello Rukh ci piomberà addosso, distruggerà la nostra nave e ci ucciderà.&#8221; Ma quelli non mi prestarono attenzione e continuarono a picchiare sull&#8217;uovo; ed ecco allora che l&#8217;aria si fece buia e il sole si oscurò, come se fosse stato nascosto da qualche grossa nuvola di passaggio. Alzammo gli occhi al cielo e vedemmo che non si trattava di una nuvola, ma dell&#8217;uccello Rukh che volava tra noi e il sole.</p>
<p>Quando arrivò sull&#8217;isola e vide l&#8217;uovo rotto, gettò un alto grido, e subito accorse la sua compagna, e tutti e due cominciarono a volteggiare sulla nave emettendo grida sempre più alte. Allora io dissi al capitano e alla ciurma: &#8221; Presto, prendiamo il mare, cerchiamo di salvarci fuggendo, prima che quegli uccelli ci uccidano. &#8221; Così i mercanti corsero a bordo e noi levammo in tutta fretta le ancore cercando di guadagnare il mare aperto. Quando i due Rukh videro questo, si allontanarono in volo e noi spiegammo al vento tutte le vele, sperando di potere uscire dal loro paese; ma ecco che i due uccelli riapparvero di nuovo e si misero a volare sopra di noi, e allora vedemmo che ciascuno di essi portava fra gli artigli un enorme macigno che erano andati a raccogliere fra le montagne. Non appena il Rukh maschio fu giunto sulla nostra verticale, lasciò cadere il suo macigno, ma il capitano della nave, con una brusca virata, riuscì ad evitare di stretta misura il proiettile che cadde in acqua con tale violenza che la nostra nave venne quasi proiettata fuori dei mare e il macigno affondò lasciandoci vedere il fondo dell&#8217;oceano. Allora il Rukh femmina mollò il suo masso, che era più grande di quello del maschio, e poiché il destino aveva decretato così, il proiettile cadde sulla poppa della nave frantumandola e il timone volò in mille pezzi; a cagione di ciò la nave andò a fondo, trascinando con sé nel mare tutto ciò che vi era a bordo. Quanto a me, lottai cercando di rimanere a galla, fino a che Allah Onnipotente non mi mise fra le mani una tavola della nave, sulla quale salii a cavalcioni, e cominciai a navigare aiutandomi con i piedi che usavo a mo&#8217; di remo.</p>
<p>Ora, la nave era affondata vicino ad un&#8217;isola, in mezzo all&#8217;oceano, e i venti e le onde, col permesso dell&#8217;Altissimo, mi gettarono, quando ormai ero allo stremo, sulle spiagge di quell&#8217;isola. Colui che approdò su quelle rive era più un cadavere ambulante che un uomo vivo; mi gettai a terra sfinito e rimasi così disteso fino a che non ebbi riacquistato un po&#8217; di forze. Poi mi alzai e cominciai a girare per l&#8217;isola e mi accorsi che era simile ai giardini del paradiso. Vi erano alberi lussureggianti carichi di frutta matura, ruscelli dall&#8217;acqua chiara e cristallina, fiori bellissimi e profumati e uccelli in quantità che, cinguettando, cantavano le lodi di Colui che è Onnipotente ed Eterno. Mangiai quella frutta e bevvi l&#8217;acqua dei ruscelli fino a che non ebbi soddisfatta la fame e placata la sete, dopo di che mi sedetti ringraziando l&#8217;altissimo e lodando la Sua misericordia. Calò la sera e ancora non avevo udito voci né visto esseri umani. Stroncato dalla paura e dalla fatica, dormii come un sasso per tutta la notte e al mattino mi alzai e ricominciai a camminare fra gli alberi. Alla fine arrivai in un posto dove c&#8217;era una noria, nei pressi di un ruscello e accanto a questa noria vidi seduto un vecchio dall&#8217;aspetto venerabile, il quale portava intorno ai fianchi un gonnellino fatto con foglie di palma. &#8221; Forse. &#8221; pensai, &#8221; questo sceicco è scampato anch&#8217;egli ad un naufragio ed è capitato per caso sull&#8217;isola. &#8221; Così mi avvicinai e lo salutai, ed egli mi restituì il saluto, ma esprimendosi con i gesti e senza dire una parola; allora gli dissi: &#8221; Nonno, perché stai seduto qui? &#8221; Lui scosse la testa mugolando e fece dei cenni con le mani come per dire: &#8221; Prendimi sulle spalle e portami dall&#8217;altra parte del ruscello. &#8221; Pensai che mi conveniva essere gentile con quel vecchio, il quale forse poteva essere paralitico, e allora l&#8217;aiutarlo mi avrebbe fruttato una ricompensa in cielo. Così lo presi sulle spalle, lo portai nel luogo che mi aveva indicato e gli dissi: &#8221; Adesso puoi scendere. &#8221; Ma quello non solo non volle. scendere, ma anzi mi strinse le gambe intorno al collo, e allora mi accorsi che le aveva nere e rugose come la pelle del bufalo. A veder ciò cominciai a preoccuparmi e cercai di scuotermi di dosso quel vecchio. Ma più lo scuotevo e più quello mi serrava il collo con le gambe, fino a che cominciai a vedere tutto nero. mi sentii soffocare e caddi a terra privo di sensi. Non per questo il vecchio mollò la presa; cominciò invece a picchiarmi sulle spalle e sulla schiena con quelle sue gambe che erano dure e facevano male come un nerbo di palma. Per sottrarmi a tanto dolore fui costretto ad alzarmi di nuovo e allora il vecchio mi accennò con la mano che lo portassi vicino agli alberi che avevano i frutti migliori, e se non ubbidivo o ero lento a obbedire, quello mi picchiava con i piedi facendomi più male che se mi avesse frustato. Tenendolo sempre così sulle spalle, dovevo correre a destra e a sinistra, dovunque egli mi accennasse, e insomma ero come un suo schiavo. Il vecchio non smontava mai dalle mie spalle, sulle quali orinava e faceva tutti i suoi bisogni. Quando voleva dormire mi stringeva forte le gambe intorno al collo e si addormentava per un poco; poi, appena sveglio, cominciava a darmi grandi colpi sulla schiena, e allora io dovevo alzarmi subito e cominciare a trasportarlo di qua e di là. lo non osavo contraddirlo per timore di essere picchiato, ma mi pentivo amaramente di avere avuto compassione di lui e non facevo che ripetermi: &#8221; Ho cercato di far del bene a quest&#8217;uomo e sono stato ripagato con il male; per Allah, in vita mia non renderò mai più un servizio a un uomo! &#8221; Un giorno che me ne andavo in giro per l&#8217;isola, sempre con quell&#8217;accidente sulle spalle, capitai in un luogo pieno di zucche, alcune delle quali erano secche. Raccolsi la più grande delle zucche secche, la vuotai per bene, quindi da una vite colsi dei grappoli d&#8217;uva, li spremetti fino a riempirne la zucca, che richiusi e lasciai al sole per qualche giorno fino a che il succo diventò un vino fortissimo. Presi l&#8217;abitudine di bere quel vino che mi sosteneva e mi aiutava a sopportare la fatica e spesso, quando ero un po&#8217; ebbro, dimenticavo i miei guai e mi sembrava quasi di essere felice.</p>
<p>Un giorno il vecchio, vedendomi bere a quella zucca, mi chiese a cenni che cosa fosse. &#8221; Questo &#8221; dissi io &#8221; è un eccellente cordiale che rallegra il cuore e anima lo spirito. &#8221; Così, essendo un po&#8217; brillo per il vino bevuto, cominciai a correre e a ballare fra gli alberi, battendo le mani e cantando, mentre il vecchio mi stava sempre a cavalcioni sulle spalle. Quando ebbe visto gli effetti di quella bevanda, il vecchio mi fece cenno che voleva bere anche lui, e io, per timore dei suoi colpi, gli passai la zucca. Gli piacque tanto che si scolò tutta la zucca; ma il vino gli diede alla testa e cominciò a dimenarsi sulle mie spalle battendo le mani e agitandosi tutto, fino a che sentii che i muscoli delle sue membra si rilassavano ed egli cominciava a vacillare. Quando mi accorsi che era completamente ubriaco, scostai le gambe che teneva strette intorno al mio collo e lo gettai a terra, Poi afferrai una grossa pietra che trovai vicino a un albero e con quella lo colpii più volte sulla testa, finché non gli ebbi schiacciato il cranio e la carne e il sangue formarono un&#8217;unica poltiglia. Così mori quel vecchiaccio; che Allah non abbia misericordia di lui!</p>
<p>Rimasi parecchi giorni su quell&#8217;isola con il cuore più tranquillo, mangiando frutti e bevendo l&#8217;acqua dei ruscelli, e non perdendo mai di vista il mare, sul quale speravo sempre di vedere apparire, un giorno o l&#8217;altro, una nave. E difatti ecco che un bel giorno, mentre me ne stavo sulla spiaggia, vidi un vascello che puntò diritto verso l&#8217;isola, e giunto in prossimità della costa gettò l&#8217;ancora. I passeggeri scesero subito a terra; io corsi verso di loro e quelli, non appena mi videro, mi si fecero intorno e cominciarono a interrogarmi sui casi miei e sulle ragioni della mia permanenza in quell&#8217;isola. Il racconto di tutto quello che mi era capitato li riempì di meraviglia e dissero: &#8221; Sappi, o fortunato, che colui il quale ti cavalcava era chiamato lo sceicco al-Bàr, ossia il Vecchio del Mare, e che non v&#8217;è uomo sulla faccia della terra che abbia avuto le sue gambe intorno al collo e sia tornato vivo a raccontare l&#8217;avventura. Sia dunque lodato Allah per la tua salvezza! &#8221; Ciò detto mi offrirono da mangiare e mi diedero delle vesti per coprire le mie nudità; quindi mi portarono con loro sulla nave e navigammo giorni e giorni, notti e notti, fino a che il destino volle condurci in un luogo chiamato la Città delle Scimmie. Le case di questa città erano altissime e tutte affacciate sul mare e vi era una sola porta molto pesante e rinforzata con borchie di ferro.</p>
<p>Ora bisogna sapere che gli abitanti di questa città ogni sera, come sopraggiungeva il crepuscolo, uscivano dalla porta, salivano su barche e navi e passavano la nottata in mare per paura che le scimmie calassero giù dalla montagna. Sentendo questa storia, io mi turbai, perché rammentai quello che io stesso avevo patito per causa delle scimmie. Decisi di scendere a terra per distrarmi visitando la città; ma mentre così facevo la nave su cui ero imbarcato spiegò le vele e partì senza di me. Quando mi accorsi di questo fatto, cominciai a piangere e a lamentarmi, finché un tale del luogo mi si avvicinò e mi disse: &#8221; Signore, se non sbaglio tu sei straniero da queste parti. &#8221; &#8221; Sì, &#8221; risposi, &#8221; sono straniero ed anche uno straniero sfortunato perché la nave con cui ero arrivato qui è partita mentre io ero in città e mi ha lasciato a terra. &#8221; Allora quello mi disse: &#8221; Vieni, imbarcati con noi, perché se rimani durante la notte in città le scimmie ti faranno a pezzi. &#8221; &#8221; Ascolto e obbedisco, &#8221; risposi. E m&#8217;imbarcai con lui su un battello che venne spinto a circa un miglio dalla costa dove fu ancorato e dove passammo la notte. Allo spuntar del giorno tornarono tutti verso la città, sbarcarono e ognuno se ne andò per i fatti suoi. E questo traffico lo facevano tutte le sere, perché se qualcuno fosse rimasto in città le scimmie gli sarebbero piombate addosso e lo avrebbero sbranato. Non appena si faceva giorno le scimmie se ne andavano e, dopo aver mangiato la frutta nei giardini, tornavano sulle montagne dove dormivano fino al cader della sera, allorché scendevano di nuovo in città.</p>
<p>La città si trovava nella parte estrema del paese dei negri ed una delle cose più strane che mi accaddero durante la mia permanenza colà fu la seguente. Uno di quelli con cui passavo la notte in barca mi chiese: &#8221; Signore, se non sbaglio tu sei straniero in questo paese; sai fare qualche mestiere? &#8221; E io gli risposi: &#8221; Per Allah, fratello mio, io non conosco nessun mestiere, perché al mio paese facevo il mercante e vivevo sul mio: avevo una nave di mia proprietà e magazzini pieni di mercanzie. Purtroppo la nave è affondata in mare ed io mi sono salvato per miracolo grazie alle protezione di Allah! &#8221; Allora quello mi diede una bisaccia di cotone dicendomi: &#8221; Prendi questa bisaccia, riempila di ciottoli e va&#8217; con la gente del posto: io dirò che ti accompagnino e che abbiano cura di te. Fa&#8217; come fanno loro e forse col tempo riuscirai a guadagnare quanto basterà per pagarti il viaggio di ritorno in patria. &#8221; Ciò detto mi accompagnò sulla riva del mare, dove io riempii la bisaccia di ciottoli; ed ecco che vedemmo uscire dalla città un gruppo di persone, tutte munite di bisacce come la mia. Allora egli mi raccomandò a quella gente dicendo: &#8221; Quest&#8217;uomo è uno straniero prendetelo con voi e insegnategli come si fa la raccolta, così che egli possa guadagnarsi il pane e voi una ricompensa in cielo. &#8221; &#8221; Lo faremo per la nostra testa e per i nostri occhi! &#8221; risposero quelli, e mi diedero il benvenuto. Quindi mi portarono in un&#8217;ampia valle, dove crescevano alberi altissimi dai tronchi così lisci che sarebbe stato impossibile arrampicarvici.</p>
<p>Addormentate per terra c&#8217;erano molte scimmie, le quali non appena ci videro fuggirono arrampicandosi sugli alberi; allora i miei compagni cominciarono a tirare addosso alle scimmie i ciottoli che avevano nelle bisacce e le scimmie, per tutta risposta, si diedero a staccare i frutti che erano in cima agli alberi e a scagliarli contro di noi. Guardai bene e vidi che i frutti che le scimmie ci tiravano erano noci indiane o noci di cocco; allora mi scelsi un grande albero pieno di scimmie e cominciai anch&#8217;io a tirare sassi mentre le scimmie mi rispondevano gettandomi le noci, che io raccolsi come facevano gli altri; così, ancor prima di aver finito la mia riserva di. sassi, avevo raccolto una grande quantità di noci. Quindi tornammo in città e io mi recai subito dall&#8217;uomo che mi aveva presentato ai raccoglitori di noci e gli diedi tutto quello che avevo ringraziandolo per la sua cortesia; ma quello non volle accettare nulla e mi disse: &#8221; Vendi queste noci e mettine a frutto il guadagno. &#8221; Poi mi diede le chiavi della dispensa e mi disse di riporci le noci che mi rimanevano e mi consigliò di andare ogni giorno a fare la raccolta, di vendere subito le noci meno buone e di mettere da parte le altre; forse così, a suo parere, avrei potuto un giorno avere abbastanza denaro da poter tornare in patria. &#8221; Che Allah ti ricompensi! &#8221; gli dissi io, e feci come mi aveva detto.</p>
<p>Le cose continuarono così per un bel pezzo, finché mi trovai ad avere immagazzinate molte noci e ad aver guadagnato molto denaro con quelle che avevo venduto. Ora accadde che un giorno una nave entrò nel porto di quella città e i mercanti scesero a terra e cominciarono a comperare e vendere. Allora io mi recai dal mio benefattore e gli dissi di quella nave che era arrivata e che avrei voluto ritornare in patria. &#8221; Fa&#8217; come credi, &#8221; rispose lui. Io lo ringraziai per tutto il bene che mi aveva fatto e presi congedo da lui. Mi accordai con il capitano sul prezzo del passaggio, quindi feci caricare a bordo tutte le mie noci di cocco e quant&#8217;altro possedevo.</p>
<p>In quello stesso giorno salpammo le ancore e navigammo di isola in isola e di mare in mare, e dovunque ci fermassimo io vendevo e barattavo le mie noci di cocco e l&#8217;Onnipotente mi ripagò di tutto ciò che avevo perduto in precedenza. Fra l&#8217;altro giungemmo in un&#8217;isola dove abbondavano i chiodi di garofano, il cinnamomo e il pepe; e la gente del posto mi disse che accanto ad ogni pianta di pepe cresce una grande foglia che la ripara dal sole durante la stagione calda e dall&#8217;acqua durante la stagione umida; e poi, quando la pioggia è cessata, la foglia avvizzisce e cade a terra accanto alla pianta di pepe. Qui io feci grandi provviste di pepe, di chiodi di garofano e cinnamomo in cambio di noci di cocco; e poi passammo nell&#8217;isola di Alusirat, da dove viene il legno di aloe, e di qua ad un&#8217;altra isola, distante cinque giorni di viaggio, dove cresce il legno di Cina che è ancor meglio di quello di aloe. Infine giungemmo nelle acque dove si pescano le perle ed io diedi ai pescatori un certo numero di noci di cocco dicendo loro: &#8221; Tuffatevi e pescate secondo la mia fortuna! &#8221; Ed essi così fecero e portarono su dal profondo del mare molte perle grandi e preziose dicendomi: &#8221; Per Allah, padrone, questa sì che si chiama fortuna! &#8220;.</p>
<p>Poi spiegammo di nuovo le vele e con la benedizione di Allah (il Suo nome sia sempre esaltato) non cessammo di navigare finché arrivammo felicemente a Bassora. Là mi trattenni qualche giorno quindi proseguii per Baghdad ed entrai nel mio quartiere e ritrovai la mia casa e gli amici e i parenti che si rallegrarono con me. Feci poi l&#8217;inventario di tutto ciò che avevo riportato da questo viaggio, distribuii elemosine, beneficai vedove ed orfani e feci dei regali agli amici e ai parenti. Perché il Signore mi aveva ridato ciò che avevo perduto.</p>
<p>Quando ebbe finito di raccontare, Sindbad il Marinaio si volse a Sindbad il Facchino e gli disse: &#8221; Ora sai anche tu quante pene e quante traversie mi è costata la presente agiatezza. &#8221; Allora Sindbad il Facchino si vergognò e disse: &#8221; Signore, non prendertela con me per quello che ho detto. Riconosco che sono stato sciocco e avventato. &#8221; Poi Sindbad il Marinaio ordinò che venissero portati cibi e bevande e tutti mangiarono e bevvero a sazietà intrattenendosi a conversare piacevolmente. Alla fine il padrone di casa ordinò che venissero dati cento dinàr d&#8217;oro a Sindbad il Facchino e gli disse: &#8221; Tu sei mio amico e questa casa è aperta a te in ogni momento. Se avrai bisogno di qualche cosa, o se ti piacerà di rallegrarci con la tua compagnia, sarai sempre il benvenuto, perché noi siamo come due fratelli. &#8221; E così vissero serenamente in grande amicizia, fino a che giunse Colei che cancella le gioie, che divide gli amici, che spopola i palazzi e popola le tombe. Sia lode a Colui che non muore!</p>
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		<title>Dalle Mille e una Notte: Il Terzo Viaggio di Sinbad il Marinaio</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Dec 2009 22:05:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>follyx</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img class="aligncenter size-full wp-image-1561" title="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand" src="http://www.dubaiblog.it/wp-content/uploads/2009/12/fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand3.jpg" alt="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand" width="620" height="280" />

Come vi dicevo ieri, tornai dal secondo viaggio felice per lo scampato pericolo e ancor più ricco di quando ero partito, perché Allah mi aveva concesso di guadagnare tanto denaro da poter compensare gli averi che avevo perduto. Rimasi così per qualche tempo nella città di Baghdad, godendomi l'agiatezza e la felicità, fino a quando l'animo mio fu di nuovo preso dal desiderio di viaggi e di avventure ed altro il mio cuore non desiderò se non d'intraprendere nuovi traffici e di guadagnare altro denaro. Perché il nostro cuore è così fatto che sempre ci sprona verso il male. Presa la mia decisione, misi insieme una grande quantità di merci e mi recai a Bassora, dove trovai nel porto una bella nave pronta a salpare, con la ciurma al completo e numerosi mercanti, uomini stimati e ricchi. Mi imbarcai con loro e spiegammo le vele augurandoci l'un l'altro, con la benedizione e l'aiuto di Allah Onnipotente, di poter viaggiare sicuri e tornare a casa prosperi e in buona salute.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1561" title="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand" src="http://www.dubaiblog.it/wp-content/uploads/2009/12/fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand3.jpg" alt="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand" width="620" height="280" /></p>
<p>Come vi dicevo ieri, tornai dal secondo viaggio felice per lo scampato pericolo e ancor più ricco di quando ero partito, perché Allah mi aveva concesso di guadagnare tanto denaro da poter compensare gli averi che avevo perduto. Rimasi così per qualche tempo nella città di Baghdad, godendomi l&#8217;agiatezza e la felicità, fino a quando l&#8217;animo mio fu di nuovo preso dal desiderio di viaggi e di avventure ed altro il mio cuore non desiderò se non d&#8217;intraprendere nuovi traffici e di guadagnare altro denaro. Perché il nostro cuore è così fatto che sempre ci sprona verso il male. Presa la mia decisione, misi insieme una grande quantità di merci e mi recai a Bassora, dove trovai nel porto una bella nave pronta a salpare, con la ciurma al completo e numerosi mercanti, uomini stimati e ricchi. Mi imbarcai con loro e spiegammo le vele augurandoci l&#8217;un l&#8217;altro, con la benedizione e l&#8217;aiuto di Allah Onnipotente, di poter viaggiare sicuri e tornare a casa prosperi e in buona salute.</p>
<p>In effetti il nostro viaggio cominciò sotto i migliori auspici : viaggiammo da un mare all&#8217;altro, da un&#8217;isola all&#8217;altra, da una città all&#8217;altra, comprando e vendendo in ogni porto in cui scendevamo, visitando i luoghi e istruendoci sulle cose nuove che vedevamo. Fino a che un giorno, mentre navigavamo in alto mare là dove le onde cozzano l&#8217;una contro l&#8217;altra, vedemmo il capitano della nave, che se ne stava sul ponte intento a scrutare l&#8217;oceano in tutte le direzioni, lanciare un gran grido e darsi degli schiaffi in faccia, e strapparsi i peli della barba e stracciarsi i vestiti e ordinare all&#8217;equipaggio di ammainare le vele e di gettare le ancore. Noi gli chiedemmo: &#8221; Padrone, cos&#8217;è che non va? &#8221; &#8221; Sappiate, fratelli miei, che Allah vi preservi, che il vento ci ha preso la mano e ci ha portato fuori dalla nostra rotta in mezzo all&#8217;oceano; e il destino, per nostra disgrazia, ha voluto che giungessimo sul Monte delle Scimmie, un luogo dal quale nessuno è mai tornato vivo; qualcosa in cuore mi dice che siamo tutti perduti. &#8221; Aveva appena finito di pronunciare queste parole che le scimmie ci furono addosso, numerose come una torma di cavallette, mentre altre invadevano la spiaggia dell&#8217;isola gettando urla che ci facevano gelare il sangue. Queste scimmie erano creature spaventevoli e selvatiche, coperte di pelo nero, piccole (non erano più alte di quattro Capanne), con gli occhi gialli e le facce nere. Nessuno conosce il loro linguaggio né sa a quale razza appartengano, ed esse odiano la vicinanza degli uomini. A causa del loro numero, noi avevamo paura di scacciarle con i bastoni, perché pensavamo che se ne avessimo colpita o uccisa qualcuna le altre ci sarebbero piombate addosso e ci avrebbero dilaniato. Rimanemmo così impietriti lasciando che facessero quello che volevano. Le scimmie, che erano salite a bordo, ruppero i cavi dell&#8217;ancora e tutte le gomene della nave, così che questa, sbattuta dal vento, andò ad arenarsi sulla spiaggia dell&#8217;isola. Allora esse afferrarono mercanti e passeggeri e li gettarono a terra; quindi, impadronitesi delle nostre mercanzie, si allontanarono con la nave andando chissà dove. Rimanemmo così abbandonati su quell&#8217;isola, cibandoci con i frutti che trovavano e con le erbe dei campi e bevendo l&#8217;acqua dei ruscelli, fino a che un giorno scorgemmo nell&#8217;interno dell&#8217;isola quella che sembrava essere una casa abitata. Ci dirigemmo subito da quella parte e quando fummo più vicini vedemmo che si trattava di un castello, circondato da spesse mura, nelle quali si apriva una porta a due battenti di legno d&#8217;ebano. Poiché la porta era aperta, entrammo e ci trovammo in un grande spiazzo, tutt&#8217;intorno al quale si aprivano altissime porte, anch&#8217;esse aperte, mentre a un&#8217;estremità scorgemmo una grande panca di pietra con accanto bracieri e arnesi da cucina e tutt&#8217;intorno numerose ossa. Non _vedemmo però nessuno degli abitanti del castello e di ciò ci meravigliammo moltissimo. Ci sedemmo nello spiazzo del castello e, per la gran stanchezza, ci addormentammo subito. Dormimmo fino al tramonto del sole, quando fummo risvegliati di soprassalto sentendo la terra che tremava sotto di noi e nell&#8217;aria il boato di un tuono. Alzammo gli occhi al cielo e vedemmo scendere verso di noi, dall&#8217;alto del castello, una creatura enorme in sembianze d&#8217;uomo, nera di pelle, alta come una palma da datteri, con gli occhi come tizzoni ardenti, zanne simili a quelle dei cinghiali e una bocca grande come la; vera d&#8217;un pozzo. Le labbra, simili a quelle d&#8217;un cammello, gli penzolavano giù fin sul petto; le orecchie erano due sventole enormi che arrivavano fino alle spalle, mentre le unghie delle, mani parevano artigli di leone. Quando vedemmo questo orribile gigante, ci sentimmo venir meno e rimanemmo impietriti dalla paura. Giunto nello spiazzo, il gigante si sedette per un po&#8217; sulla panca, poi si alzò, si avvicinò a noi e mi prese per un braccio scegliendo me fra tutti i &#8216; miei compagni mercanti. Mi prese in mano e cominciò a girarmi e rigirarmi, tastandomi come fa il macellaio quando sceglie una pecora da scannare, ed io in mano sua ero appena un bocconcino. Tuttavia dovette trovarmi non abbastanza grasso per i suoi gusti perché, dopo avermi esaminato ben bene, mi lasciò andare e prese un altro, con il quale fece la stessa cosa e così, uno dopo l&#8217;altro, ci prese e ci tastò tutti quanti fino a che non arrivò al capitano della nave. Questi era un pezzo d&#8217;uomo robusto e bene in carne e piacque al gigante, il quale lo afferrò, come fa il beccaio con la pecora, lo gettò a terra, poi gli pose un piede sul collo e glielo spezzò. Quindi prese uno spiedo, lo infilò nel sedere del capitano, e glielo fece uscire dalla testa, poi accese un bel fuoco, vi pose sopra lo spiedo e continuò a girarlo finché la carne non fu cotta. Quando il capitano fu ben rosolato, lo tolse dal fuoco e dallo spiedo, se lo mise davanti e cominciò a spezzarlo, come facciamo noi con una pollastra, strappando la carne con le unghie e mangiandosela. Si mangiò così tutto il capitano, spolpando ben bene le ossa che gettò da una parte; poi, ben sazio, si sdraiò sulla panca e si addormentò mettendosi a russare che sembrava un montone sgozzato. Quando spuntò il giorno si alzò e se ne andò per i fatti suoi.</p>
<p>Appena fummo certi che se ne fosse andato, cominciammo a parlare fra di noi, piangendo e compatendoci per la nostra sorte, e dicendo: &#8221; Volesse il cielo che fossimo annegati o che ci avessero sbranati le scimmie! Sarebbe stato sempre meglio che finire arrostiti sui carboni; questa, per Allah, è una morte ben disgraziata e orribile! Ma quello che Allah vuole deve avvenire e non vi è maestà e potenza se non in lui, il Glorioso, il Grande! Ormai non v&#8217;è dubbio, faremo una fine miserevole e nessuno saprà nulla di noi; da questo luogo non riusciremo mai a fuggire. &#8221; Poi ci alzammo e cominciammo a vagare per l&#8217;isola, cercando un posto dove nasconderci o una via di scampo. Ma non era la morte che ci spaventava, bensì il fatto di finire arrosto e di essere mangiati. Purtroppo non riuscimmo a trovare alcun nascondiglio, e così a sera tornammo al castello e ci sedemmo nello spiazzo, mezzi morti di paura. Ed ecco che sentimmo tremare la terra ed arrivò il gigante nero il quale, come aveva fatto la sera innanzi, si avvicinò a noi e prese a tastarci fino a che trovò uno che gli parve abbastanza grasso e fece con lui quello che aveva fatto col capitano il giorno prima. E dopo che ebbe mangiato si sdraiò sulla panca e, si addormentò mettendosi a russare. E all&#8217;alba del giorno dopo si alzò e se ne andò per le sue faccende. Quando fummo rimasti soli, ci raccogliemmo in circolo e cominciammo a parlare, e uno di noi disse: &#8221; Per Allah, sarebbe meglio se ci gettassimo in mare e annegassimo, piuttosto che morire arrostiti; perché questa è una morte abominevole! &#8221; E un altro soggiunse: &#8221; Ascoltate le mie parole! Dovremmo trovare il modo di ucciderlo. Solo così potremo liberarci di questa minaccia e liberarne anche tutti i musulmani! &#8221; Allora io mi alzai e dissi: &#8221; Ascoltatemi, fratelli miei, se l&#8217;unica via di scampo è quella di uccidere questo gigante, dovremo per prima cosa costruirci una zattera e tenerla pronta sulla riva del mare. Perché se noi riusciremo ad ucciderlo potremo fare due cose: imbarcarci e cercare di raggiungere i paesi civili, oppure rimanere su quest&#8217;isola in attesa che qualche nave ci scorga e ci raccolga. Ma se per caso non riusciamo ad ucciderlo, allora l&#8217;unica cosa che possiamo fare è quella di correre alla spiaggia, saltare sulla zattera e cercare di fuggire via. In un modo o nell&#8217;altro, una zattera ci è indispensabile. &#8221; Udite le mie parole, tutti furono d&#8217;accordo, così ci mettemmo all&#8217;opera. Costruimmo alla meglio una zattera, vi caricammo su delle provviste, la nascondemmo vicino alla spiaggia e poi tornammo al castello. Quando arrivò la sera, ecco che di nuovo la terra cominciò a tremare e il gigante ci fu addosso ringhiando come un cane rabbioso. Come aveva fatto nelle due sere precedenti, scelse uno di noi, lo uccise, lo arrostì e lo mangiò, poi si sdraiò sulla panca e si mise a dormire. Allora noi non appena fummo sicuri che dormiva della grossa, afferrammo due spiedi e li ponemmo sul fuoco lasciandoceli finché non furono bene arroventati. Poi li prendemmo e glieli ficcammo negli occhi, spingendo con tutta la forza delle nostre braccia, fino a che gli occhi non gli scoppiarono per il calore ed egli diventò completamente cieco. Per il grande dolore, il gigante si svegliò lanciando un grido che ci fece quasi morire di paura, poi balzò in piedi e cominciò a cercarci; ma non poteva trovarci, perché era cieco e noi fuggivamo da tutte le parti. Poiché non poteva nulla contro di noi, il gigante se ne uscì dal castello e noi gli tenemmo dietro per un po&#8217;, quindi ci recammo nel luogo dove era nascosta la zattera dicendoci: &#8221; Rimaniamo qui fino a sera, e se costui non torna vorrà dire che è morto e che noi potremo restare su quest&#8217;isola in tutta sicurezza; se poi dovesse tornare, metteremo subito la zattera in acqua e fuggiremo via. &#8221; Avevamo appena finito di dire queste parole, quand&#8217;ecco che ricomparve il gigante cieco accompagnato da un altro gigante, se possibile ancor più orrendo e spaventoso di lui. Non appena li vedemmo ci precipitammo sulla riva del mare, montammo sulla zattera e fuggimmo via. Quelli intanto, accompagnandosi con orribili grida, cominciarono a scagliarci addosso massi di ogni forma e dimensione. E alcuni cadevano in acqua, ma altri colpivano la zattera. Alla fine, come Dio volle, ci trovammo in alto mare e fuori della loro portata. Così, ci guardammo intorno e vedemmo che eravamo rimasti solo in tre, perché gli altri erano morti tutti, colpiti dai massi. Continuammo ad andare in balia delle onde affranti e stremati, e tuttavia cercando dì rincuorarci a vicenda, fino a che i venti ci gettarono su un&#8217;isola, dove c&#8217;erano alberi, uccelli e corsi d&#8217;acqua. Ci inoltrammo per un po&#8217; verso l&#8217;interno, poi mangiammo i frutti, degli alberi e bevemmo l&#8217;acqua dei ruscelli, e al calar della sera ci gettammo per terra e subito ci addormentammo tanta era la fatica che avevamo addosso. Avevamo appena chiuso gli occhi, quand&#8217;ecco fummo risvegliati da un sibilo e vedemmo un serpente enorme e mostruoso che ci aveva circondati con le sue spire e. afferrato uno di noi, lo aveva inghiottito fino alle spalle. Poi inghiotti anche il resto e noi sentimmo le costole del nostro compagno che si spezzavano nel ventre dell&#8217;animale. Fatto questo il serpente se ne andò, lasciandoci sbalorditi per quello che era capitato al nostro compagno. Quando ci riavemmo dallo stupore, cominciammo a dire: &#8221; Per Allah, questo è un fatto meraviglioso! Ogni volta siamo minacciati da una morte peggiore della precedente. Ci rallegrammo di essere scampati alle scimmie e cademmo nelle mani del gigante nero; ci rallegrammo di essere sfuggiti al gigante nero, ma ora ci pare di essere minacciati da una morte ben peggiore. Non v&#8217;è forza se non in Allah! Ma, per l&#8217;Onnipotente, come faremo a evitare questo abominevole mostro serpentino? &#8221; Girammo tutto il giorno per l&#8217;isola mangiando frutti e bevendo l&#8217;acqua dei ruscelli, e quando venne la sera, ci arrampicammo su un albero altissimo e ci accingemmo a dormire. Ma ecco che arrivò il serpente e cominciò a guardare a destra e a sinistra, fino a che ci vide in cima all&#8217;albero; allora, avvolgendosi con le spire intorno al tronco, cominciò a salire e raggiunse il mio compagno, che si trovava su un ramo più basso, e con un sol colpo lo inghiottì fino alle spalle, poi con un altro colpo lo inghiotti tutto. Io me ne stavo lì terrorizzato e sentivo le ossa del mio compagno scricchiolare nel ventre dell&#8217;animale ed ero incapace di distogliere gli occhi da quello spettacolo orrendo. Dopo che ebbe inghiottito il mio compagno, il serpente se ne andò come era venuto. Il mattino dopo, quando fui sicuro che il serpente se ne era andato, scesi dall&#8217;albero, più morto che vivo dalla paura, e pensai sul momento di gettarmi in mare e por fine ad ogni affanno; ma non lo feci, perché la vita è l&#8217;ultima cosa alla quale si rinuncia. Stetti così per un poco a riflettere, poi scelsi cinque rami d&#8217;albero, larghi e lunghi, e due me li legai in croce ai piedi, due me li legai ai fianchi e il quinto me lo legai sulla testa per il largo. Poi mi sdraiai per terra protetto da questa specie di gabbia e attesi. Ed ecco che, scesa la sera, arrivò il serpente, il quale mi vide e si avvicinò; ma non poté inghiottirmi a causa dei rami che mi proteggevano. Allora mi girò intorno e cercò d&#8217;inghiottirmi dalla parte dei piedi, ma anche di là non riuscì a far nulla per via dei rami d&#8217;albero legati in croce. E mentre quello mi girava intorno e studiava il modo d&#8217;ingoiarmi, io stavo lì e lo fissavo con gli occhi sbarrati dal terrore. Andò avanti così per tutta la notte, con il serpente che cercava di ingoiarmi e i rami che glielo impedivano. Quando spuntò il sole, il serpente se ne andò, soffiando per la rabbia. Allora io mi sciolsi dalle tavole, mi alzai in piedi e ricominciai a camminare per l&#8217;isola finché, arrivato in cima a un promontorio, mentre guardavo distrattamente il mare, vidi in lontananza una imbarcazione e subito raccolsi un ramo frondoso e cominciai ad agitarlo gridando. Quando quelli della nave scorsero il ramo che io stavo agitando, si meravigliarono fortemente, perché sapevano che l&#8217;isola era disabitata; tuttavia si dissero che avrebbero fatto bene a venire a terra perché poteva anche darsi che si trattasse di un uomo. Così si avvicinarono fino al punto di udire le mie grida e di scorgermi distintamente. Allora scesero a terra, mi presero con loro e mi portarono sulla nave, dove mi rifocillarono e mi diedero dei vestiti per coprirmi. Io raccontai loro tutto quello che mi era accaduto ed essi si stupirono grandemente; e insieme lodammo l&#8217;altissimo per la protezione che mi aveva accordato. Quanto a me, dopo essere stato tante volte così vicino alla morte, trovarmi in salvo mi pareva un sogno. Per il volere di Allah, navigammo così con vento favorevole fino a che giungemmo in un&#8217;isola chiamata Salàhita, ricca di legna di sandalo, dove il capitano gettò l&#8217;ancora. E i mercanti che erano a bordo sbarcarono le loro merci per vendere e comperare. Allora il capitano della nave venne da me e mi disse: &#8221; Ascoltami bene, tu sei straniero e povero e le peripezie che ci hai raccontato mi hanno commosso; ho pensato perciò di favorirti in modo che tu possa tornare a casa tua, così che pregherai per me e mi benedirai per il resto dei tuoi giorni &#8221; &#8221; Quanto -a questo &#8221; risposi io, &#8221; avrai le mie preghiere. &#8221; Allora il capitano proseguì: &#8221; Sappi che imbarcato con noi c&#8217;era un mercante che si è perduto e del quale non sappiamo più se sia vivo o se sia morto perché non ce ne sono più giunte notizie. Ho pensato di affidare a te le sue mercanzie acciocché tu le venda su quest&#8217;isola. Di quello che avrai guadagnato daremo a te una provvigione e il resto lo terremo da parte fino a che saremo arrivati a Baghdad, dove ci informeremo della famiglia di questo mercante e consegneremo a chi di ragione il denaro. E adesso dimmi, vuoi prenderti cura delle merci di questo mercante? &#8221; Io risposi: &#8221; Ascolto e obbedisco, signore, e ti ringrazio per la tua cortesia. &#8221; Allora il capitano ordinò ai marinai di scaricare anche le merci dell&#8217;altro mercante che erano rimaste a bordo e le affidò alla mia cura. Ma lo scrivano di bordo chiese al capitano: &#8221; Padrone, che merci sono queste e a nome di chi devo iscriverle nel registro? &#8221; E il capitano rispose: &#8221; Iscrivile al nome di Sindbad il Marinaio, di colui che era con noi a bordo della nave e che lasciammo sull&#8217;isola del Rukh senza averne più notizie. Voglio che questo straniero si prenda cura di queste cose e le venda, e sul guadagno che avrà fatto daremo a lui una provvigione; il resto lo porteremo a Baghdad e lo consegneremo al proprietario, se riusciremo a trovarlo, se no lo consegneremo alla sua famiglia. &#8221; Lo scriba assentì e rispose: &#8221; Il &#8216;tuo ragionamento è saggio, o signore, e il tuo discorso è giusto. &#8221;</p>
<p>Quando io sentii che il capitano dava ordine di registrare quelle merci a nome di Sindbad il Marinaio, pensai dentro di me: &#8221; Per Allah! ma Sindbad il Marinaio sono io! &#8221; Tuttavia mi trattenni dal parlare subito. Aspettai che i mercanti Fossero scesi a terra,,quindi mi avvicinai al capitano e gli chiesi: Signore, sai per caso che specie d&#8217;uomo fosse questo Sindbad di cui mi hai affidato le merci per la vendita? &#8221; E il capitano mi rispose: &#8221; Di lui non so nulla, se non che era della città di Baghdad e si chiamava Sindbad, detto il Marinaio; lo abbandonammo per sbaglio su un&#8217;isola e di lui non abbiamo saputo più nulla. &#8221; questo punto non potei più trattenermi, gettai un gran grido ed esclamai: &#8221; 0 capitano, che Allah ti protegga! Sappi che io sono Sindbad il Marinaio, proprio quello che voi abbandonaste sull&#8217;isola del Rukh, e che non sono morto ma sono vivo, proprio come tu ora mi vedi! &#8221; Udendo le mie esclamazioni, gli uomini dell&#8217;equipaggio e i mercanti si radunarono subito intorno noi; allora io raccontai ad essi tutto quello che mi era capitato dal giorno in cui mi avevano abbandonato sull&#8217;isola del Rukh. Alcuni mi credettero, ma altri rimasero diffidenti. Ma ecco che uno in mezzo a loro si avanzò e disse: &#8221; Ascoltate, brava gente, non vi avevo forse raccontato di aver trovato un uomo attaccato alla carcassa di un animale che avevo gettato nella valle dei serpenti per raccogliere i diamanti? Ma quando io vi raccontai questa storia voi non mi credeste e mi deste del bugiardo. &#8221; &#8221; E vero, &#8221; dissero tutti, &#8221; tu ci hai raccontato questo fatto ma noi non ti abbiamo creduto. &#8221; Allora quell&#8217;uomo riprese: &#8221; Ebbene io vi dico, e Allah mi è testimone, che questo straniero è proprio l&#8217;uomo del mio racconto, ed è lui che mi regalò bellissimi diamanti ed insieme con lui viaggiai fino a Bassora. &#8221; Udendo le parole di quell&#8217;uomo, il capitano si avvicinò a me e mi chiese: &#8221; Se tu sei veramente Sindbad il Marinaio, saprai com&#8217;è il marchio che c&#8217;è sulle tue balle di merci. &#8221; Io gli dissi come era fatto il marchio e, in più gli rammentai alcuni fatti che erano intercorsi fra me e lui durante il viaggio. A queste parole il capitano si convinse che io ero davvero Sindbad il Marinaio e mi abbracciò e rallegrandosi per la mia salvezza disse: &#8221; Per Allah, signore, il tuo caso è davvero meraviglioso e la tua storia incredibile. Ma sia lode ad Allah, che ci ha fatto incontrare di nuovo e ti ha ridato il possesso dei tuoi beni! &#8221;</p>
<p>Allora io disposi delle mie mercanzie e le vendetti ricavandone grandi somme di denaro, del che fui molto contento. Andammo avanti così, a, vendere e a comperare in ogni isola che toccavamo, finché non giungemmo nella terra dell&#8217;Ind dove comperammo chiodi di garofano e zenzero e molte altre spezie, e di là ci portammo nella terra del Sind, dove pure facemmo buoni affari. E in questi paesi indiani vedemmo meraviglie senza numero, fra le quali un pesce simile ad una vacca, che alleva i piccoli nutrendoli alle mammelle come un essere umano; e con la sua pelle la gente del luogo ci fa delle pantofole; vidi anche animali marini simili ad asini, a cammelli, e tartarughe larghe venti cubiti. Vidi anche un uccello che nasce da una conchiglia marina e depone le uova sulla superficie del mare e colà,le cova senza mai venire a terra. fine, con un buon vento e con la benedizione di Allah, iniziammo il viaggio di ritorno ed arrivammo sani e salvi a Bassora. Qui rimasi qualche giorno, poi venni a Baghdad, dove non appena giunto nel mio quartiere e nella mia casa subito fui salutato da familiari e da amici. Durante questo viaggio avevo guadagnato ricchezze senza pari, perciò ne feci partecipi gli orfani e le vedove in segno di ringraziamento per il mio felice ritorno. Quando mi fui sistemato a casa, organizzai feste e conviti, ai quali invitai amici e conoscenti, e cosi continuai a vivere, dimenticando le disgrazie e le sventure passate.</p>
<p>Questo è quanto di più meraviglioso mi accadde durante il mio terzo viaggio e domani, se Allah lo vuole, sarete di nuovo miei ospiti e vi racconterò le avventure del mio quarto viaggio, che sono ancora più meravigliose di quelle che avete già udito.</p>
<p>Poi Sindbad il Marinaio ordinò che fossero dati a Sindbad il Facchino cento dinàr d&#8217;oro e che venisse portata in tavola la cena. Tutti mangiarono e bevvero a sazietà e alla fine Sindbad il Facchino se ne tornò a casa, ringraziando l&#8217;ospite per la sua cortesia. Il giorno dopo, appena si levò il sole, Sindbad il Facchino si alzò, recitò la preghiera del mattino e tornò a casa di Sindbad il Marinaio, il quale lo accolse amichevolmente e lo fece sedere accanto a sé. Quando tutti gli altri ospiti furono arrivati, Sindbad il Marinaio ordinò che venissero portati cibi e bevande. E dopo che tutti si furono rifocillati, cominciò a parlare raccontando le vicende del</p>
<p>Quarto viaggio di Sindbad il Marinaio</p>
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		<title>Dalle Mille e una Notte: Il secondo viaggio di Sinbad il Marinaio</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Dec 2009 22:02:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<img class="aligncenter size-full wp-image-1555" title="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand" src="http://www.dubaiblog.it/wp-content/uploads/2009/12/fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand1.jpg" alt="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand" width="620" height="280" />

Sappiate, fratelli miei, che io vivevo, come vi ho detto ieri, una vita serena ed agiata e non mi mancava nulla, fino a che un giorno nell'animo mio tornò a nascere il desiderio di viaggiare nei paesi degli uomini visitando isole e città nuove. Una volta che tale desiderio si fu insinuato nell'animo mio, non ebbi pace fino a che non presi la decisione. Raccolsi tutto il denaro liquido che avevo in casa, acquistai gran copia di merci e di provviste e scesi sulla riva del Tigri, dove vidi, in procinto di salpare, una bella nave nuova di zecca, con grandi vele di tela robusta, bene attrezzata ed equipaggiata. Insieme con altri mercanti salii a bordo, dopo aver fatto caricare tutte le mie merci, e quello stesso giorno salpammo le ancore. Navigammo felicemente per diversi mari, toccando porti e isole, e dovunque scendevamo a terra, salutati dalla gente, dai mercanti e dai notabili del luogo e concludevamo buoni affari vendendo e comprando.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1555" title="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand" src="http://www.dubaiblog.it/wp-content/uploads/2009/12/fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand1.jpg" alt="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand" width="620" height="280" /></p>
<p>Sappiate, fratelli miei, che io vivevo, come vi ho detto ieri, una vita serena ed agiata e non mi mancava nulla, fino a che un giorno nell&#8217;animo mio tornò a nascere il desiderio di viaggiare nei paesi degli uomini visitando isole e città nuove. Una volta che tale desiderio si fu insinuato nell&#8217;animo mio, non ebbi pace fino a che non presi la decisione. Raccolsi tutto il denaro liquido che avevo in casa, acquistai gran copia di merci e di provviste e scesi sulla riva del Tigri, dove vidi, in procinto di salpare, una bella nave nuova di zecca, con grandi vele di tela robusta, bene attrezzata ed equipaggiata. Insieme con altri mercanti salii a bordo, dopo aver fatto caricare tutte le mie merci, e quello stesso giorno salpammo le ancore. Navigammo felicemente per diversi mari, toccando porti e isole, e dovunque scendevamo a terra, salutati dalla gente, dai mercanti e dai notabili del luogo e concludevamo buoni affari vendendo e comprando.</p>
<p>Alla fine Allah volle che prendessimo terra in un&#8217;isola amena, tutta verdeggiante di alberi, dai quali pendevano frutti saporosi. L&#8217;aria di quest&#8217;isola era profumata dai fiori e risuonava per il canto di numerosi uccelli; dovunque scorrevano ruscelli d&#8217;acqua limpida e cristallina ma, per quanto cercassimo, non scorgemmo alcuna traccia di uomini: non vedemmo né abitanti né case. Il capitano mise la nave alla fonda e i mercanti scesero a terra per godersi la frescura degli alberi, il profumo dei fiori e il canto degli uccelli, lodando l&#8217;Unico, il Vittorioso, l&#8217;Onnipotente che aveva creato tali meraviglie. Anch&#8217;io scesi con gli altri portando a terra qualche provvista. e mi sedetti vicino ad una fonte mangiando quello che Allah mi aveva destinato. L&#8217;aria in quel luogo era così dolce, il profumo dei fiori cosi fragrante, che, dopo mangiato, mi stesi sull&#8217;erba per fare un pisolino. Quando mi svegliai, mi trovai solo; la nave era partita con tutti i suoi passeggeri e nessuno si era ricordato di me. Cominciai a cercare affannosamente a destra e a sinistra, ma non trovai né uomini né spiriti. Ero completamente solo su quell&#8217;isola disabitata. Mi prese allora un grande sconforto e la vescica del fiele fu sul punto di rompersi per l&#8217;amarezza e l&#8217;afflizione. Disperando di poter mai uscire da quel luogo mi dissi: &#8221; Cadi oggi e cadi domani, la giara finisce per rompersi! La prima volta riuscii a salvarmi perché qualcuno mi ricondusse nei paesi abitati, ma questa volta temo proprio che non vi sia speranza per me! &#8220;.</p>
<p>In un accesso di rabbia contro me stesso, mi misi a piangere e a gemere, rimproverandomi di avere voluto affrontare ancora una volta le incertezze e i pericoli di un viaggio per mare, quando a casa non mi mancava nulla e avevo tutto ciò che potevo desiderare e trascorrevo una vita serena e felice. Mi pentii amaramente di aver lasciato Baghdad, soprattutto dopo aver fatto l&#8217;esperienza del primo viaggio, durante il quale poco era mancato ch&#8217;io non perdessi la vita. Allora esclamai: &#8221; Noi siamo cose di Allah ed a lui dobbiamo ritornare! &#8221; Sentendomi impazzire, quasi in preda a un sortilegio, cominciai a camminare avanti e indietro senza sapere dove andassi né che cosa facessi. Alla fine mi arrampicai su un albero altissimo e cominciai a scrutare l&#8217;orizzonte, ma non vidi altro che cielo e mare, alberi e uccelli, isole e sabbia. Tuttavia, dopo un poco, guarda che ti riguarda, scorsi in lontananza verso l&#8217;estremità dell&#8217;isola una forma biancheggiante. Scesi dall&#8217;albero e mi diressi a quella volta e, quando fui abbastanza vicino, mi accorsi che quell&#8217;oggetto bianco era una grande cupola che si levava alta verso il cielo. Cominciai à girarle intorno, ma non riuscii a trovare né porte né pertugi. Cercai di arrampicarmi, ma la cosa mi riuscì impossibile, perché la cupola era straordinariamente liscia e non offriva alcun appiglio. Tracciai un segno per terra nel luogo in cui mi trovavo e girai attorno alla cupola constatando che la sua circonferenza era di buoni cinquanta passi. Mentre me ne stavo lì a lambiccarmi il cervello sul modo migliore di entrare in quella cupola, ecco che d&#8217;un tratto il sole si oscurò, come se una grande nuvola lo avesse coperto. La cosa mi meravigliò moltissimo perché eravamo d&#8217;estate e il cielo era limpido e terso; allora levai in alto gli occhi e vidi un uccello dalla mole enorme e dalle ali larghissime che, volando nell&#8217;aria, aveva nascosto completamente il sole all&#8217;isola. A quella vista il mio stupore non ebbe limiti; ma subito ricordai di aver sentito viaggiatori e pellegrini raccontare di un uccello enorme, chiamato Rukh, che abitava in una certa isola e che nutriva i suoi piccoli con gli elefanti. Non ebbi più dubbi che la cupola che aveva attirato la mia attenzione fosse un uovo del Rukh. Mentre io non finivo di meravigliarmi per le opere dell&#8217;Onnipotente, l&#8217;uccello si posò sulla cupola e cominciò a covarla, accovacciandosi con le zampe tese indietro. In questa posizione si addormentò, sia lode all&#8217;Insonne!</p>
<p>Quando fui sicuro che l&#8217;uccello dormiva, mi avvicinai, sciolsi il turbante e lo attorcigliai facendone una corda robusta e molto resistente e me ne legai strettamente un capo alla vita; l&#8217;altro capo lo assicurai a una zampa dell&#8217;uccello dicendomi: &#8221; Chissà che questo uccello non mi porti in una terra dove siano uomini e città; questo sarà meglio che rimanere in un&#8217;isola deserta. &#8221; Quella notte non dormii per tema che l&#8217;uccello volasse via all&#8217;improvviso. Non appena apparve in cielo il primo chiarore dell&#8217;alba, il Rukh si alzò dall&#8217;uovo, spalancò le enormi ali e, gettando un grido assordante, si levò in volo trascinandomi con sé. Salì e salì tanto in alto che pensai avesse raggiunto il limite del cielo; poi, a poco a poco cominciò a discendere fino a che prese terra in cima ad un&#8217;alta collina.</p>
<p>Non appena mi sentii la terraferma sotto i piedi, mi affrettai, con mani tremanti dalla paura, a scioglierne dal Rukh temendo che si accorgesse di me. Tuttavia l&#8217;uccello non mi prestò alcuna attenzione, ma si guardò in giro e dopo un poco vidi che aveva afferrato fra gli artigli qualcosa. Guardai più attentamente e mi accorsi che si trattava di un serpente dalle proporzioni smisurate. Tenendo ben stretta fra le zampe la sua preda, l&#8217;uccello si levò di nuovo in volo e dopo poco sparì dalla vista. Pieno di meraviglia per ciò che mi era capitato e che avevo visto, avanzai fino al ciglio della collina e vidi al miei piedi una valle ampia e profonda, circondata da monti la cui altezza sarebbe impossibile descrivere; basterà dire che erano tanto alti che l&#8217;occhio umano non riusciva a scorgerne le vette. Quando ebbi visto il luogo in cui mi trovavo, esclamai: &#8221; Avesse voluto il cielo che fossi rimasto su quell&#8217;isola! Quanto era meglio di questo deserto! Per lo meno laggiù c&#8217;era frutta da mangiare e acqua da bere, mentre qui non vi sono né alberi, né frutti, né ruscelli. Ma non vi è né grandezza né potenza se non in Allah, il Glorioso! Mi par proprio che il mio destino sia quello di scampare da un pericolo per cadere in un pericolo maggiore. &#8221;</p>
<p>Tuttavia mi feci coraggio e scesi verso la valle per esplorarla meglio. E fu allora che mi accorsi che il fondo della valle era fatto di diamanti, ma vidi anche, purtroppo, che il luogo era popolato di serpenti grossi come tronchi di palma, capaci di mangiare con un solo boccone un elefante o un bufalo, e tutti questi serpenti di giorno si nascondevano per paura dell&#8217;uccello Rukh e di notte uscivano fuori dai loro antri. Vedendo ciò, non potei fare a meno di esclamare: &#8221; Per Allah, quanta fretta ho avuto di precipitarmi verso la morte! &#8221; Poiché il giorno stava per finire, pensai di cercare un nascondiglio dove passare la notte al riparo da quei serpenti spaventosi. Guarda e guarda, alla fine scorsi una caverna con una entrata stretta; mi infilai in quel pertugio, feci rotolare una grossa pietra bloccandone l&#8217;ingresso e mi sedetti per terra tirando un sospiro di sollievo e dicendomi: &#8221; Se Dio vuole, per questa notte sono in salvo; domani non appena farà giorno uscirò e vedrò quello che il destino tiene in serbo per me! &#8220;.</p>
<p>Ciò detto mi guardai intorno e allora i capelli mi si rizzarono sulla testa dalla paura e cominciai a sudare freddo, perché in fondo alla caverna c&#8217;era un enorme serpente acciambellato, intento a covare le sue uova. Mi raccomandai allora ad Allah misericordioso e, cercando di non muovermi e di non fare rumore, mi rincantucciai in un angolo e trascorsi la nottata in preda al timore. Appena si fece giorno, tolsi la pietra dall&#8217;apertura dell&#8217;antro e uscii fuori, barcollando come un ubriaco, stordito dall&#8217;insonnia, dalla fame e dalla paura. Cominciai a girare per la valle pensando al modo di uscirne, quand&#8217;ecco che d&#8217;un tratto mi vidi cadere davanti ai piedi una bestia scannata. Alzai gli occhi e non vidi nessuno. Me ne stavo ancora stupito da quest&#8217;altro fenomeno , quando mi ricordai di aver sentito raccontare una volta da viaggiatori e mercanti che le montagne di diamanti sono luoghi pieni di pericoli e inaccessibili, ma che coloro i quali cercano i diamanti usano uno stratagemma per appropriarsene. Dall&#8217;alto di un monte gettano in fondo alla valle pecore scannate e quarti di bue, e le pietre di diamante che sono in fondo alla valle si attaccano alla carne ancora fresca. I mercanti rimangono poi in attesa fino a che, a giorno fatto, non sopraggiungono aquile ed avvoltoi che, scorgendo la preda, la afferrano con gli artigli e se la portano in cima al monte. I mercanti piombano allora addosso agli uccelli emettendo alte grida e spaventandoli, così che quelli volano via. Allora essi tolgono le pietre di diamante rimaste attaccate alla carne fresca e se ne tornano ai loro paesi con il carico prezioso lasciando la carne alle aquile e agli avvoltoi. Né pare vi sia altro mezzo, se non questo, per impadronirsi dei diamanti.</p>
<p>Così, quando mi vidi cadere davanti quell&#8217;animale sgozzato, mi ricordai di questa storia e subito corsi a riempirmi le tasche, le pieghe dell&#8217;abito, il turbante con le pietre più belle che riuscii a trovare. Mentre ero intento a far ciò, ecco che mi vidi cadere davanti ai piedi un&#8217;altra bestia, più grande, sgozzata. Allora mi legai ad essa con il turbante e mi distesi per terra, lasciando che la carcassa dell&#8217;animale mi coprisse tutto. Mi ero appena messo in posizione, quand&#8217;ecco una grossa aquila calò giù dal cielo, afferrò la carne con gli artigli e volò via trasportando anche me, che stavo aggrappato alla carcassa dell&#8217;animale ucciso. E tanto volò che giunse in cima a un monte, dove si posò. E stava per azzannare l&#8217;animale, sotto il quale io ero nascosto, quand&#8217;ecco si udirono strepiti e grida e l&#8217;aquila impaurita volò via. Allora io mi sciolsi dalla carcassa e mi alzai in piedi. Ed ecco che apparve il cercatore di diamanti che aveva gettato in fondo alla valle quella carcassa e vedendomi lì in piedi si prese paura non sapendo se io fossi un uomo o uno spirito. Poi si fece coraggio, si avvicinò alla bestia e non trovandovi alcun diamante attaccato cominciò a gemere e a lamentarsi battendo il petto: &#8221; Povero me! Povero me! Solo nella maestà e nella potenza di Allah troviamo rifugio contro Satana il lapidato! Ahimè, povero me! Che faccenda è questa? &#8221; Allora io mi avvicinai a lui ed egli mi disse: &#8221; Chi sei tu e come mai ti trovi in questo luogo? &#8221; E io: &#8221; Non temere. Io sono un uomo e non uno spirito: sono un onest&#8217;uomo e faccio il mercante. La mia storia è incredibile, le mie avventure sono meravigliose e il modo in cui sono giunto qui è prodigioso. Dunque sta&#8217; di buon animo e non temere nulla da me; e anzi, per dimostrarti la mia buona disposizione, ti darò tanti diamanti quanti tu non ne avresti mai potuti trovare attaccati a questa carne e più belli di quelli che tu abbia mai raccolto. Perciò, non temere nulla. &#8221; A queste parole l&#8217;uomo si rallegrò e mi ringraziò e mi benedisse. Poi ci mettemmo a chiacchierare insieme, fino a che gli altri cercatori, sentendomi discorrere con il loro compagno, si fecero avanti e mi salutarono. Allora io raccontai tutta la mia storia e dissi delle sofferenze che avevo patito e del modo in cui ero giunto in fondo a quella valle. Quindi diedi al padrone della bestia macellata un certo numero di pietre fra quelle che avevo indosso ed egli fu molto contento ed invocò su di me ogni benedizione dicendo: &#8221; Allah deve averti decretato una nuova vita, perché nessuno prima di te è mai sceso in quella valle e ne è uscito vivo. Sia dunque lodato Allah per la tua salvezza. &#8221; Passammo la nottata in un luogo sicuro e piacevole, mentre io mi rallegravo per essere scampato alla valle dei serpenti e per essere giunto fra persone civili. La mattina di poi ci mettemmo in viaggio, attraversando l&#8217;imponente catena di monti e vedendo molti serpenti nella valle, finché alla fine giungemmo in una bellissima isola, dove c&#8217;era un giardino con grandissimi alberi di canfora, ognuno dei quali, con i suoi rami, poteva fare ombra a cento uomini &#8216; Quando gli abitanti del posto hanno bisogno di canfora, con un lungo ferro fanno un buco nella parte superiore del tronco, ed ecco che dal buco esce acqua di canfora, che sarebbe la linfa dell&#8217;albero, ed essi la raccolgono in grandi recipienti dove subito diventa densa come resina. Però dopo questa operazione l&#8217;albero muore ed è buono solo per farne legna da ardere. In questa stessa isola c&#8217;è una specie di bestia selvatica, chiamata karkadann, che pascola nei prati come da noi le vacche e i bufali, ma il suo corpo è più grande di quello di un cammello e si ciba di foglie d&#8217;alberi e di arbusti. È, un animale notevole, con un corno grande e grosso, lungo dieci cubiti, piazzato in mezzo alla fronte. e se questo corno si spacca in due dentro vi si vede la figura di un uomo. Viaggiatori e mercanti dicono che questa bestia, chiamata karkadann, ha tanta forza che è capace di portare infilzato sul corno un elefante e continuare a pascolare per l&#8217;isola e lungo la costa senza avvedersene, fino a che l&#8217;elefante muore e il suo grasso, sciogliendosi al calore del sole, scorre negli occhi del karkadann e lo acceca. Allora l&#8217;animale si getta a terra sulla spiaggia adagiato su un lato e poi arriva il grande uccello Rukh, che lo afferra tra gli artigli e lo porta ai suoi piccoli i quali si cibano del karkadann e dell&#8217;elefante che ha infilzato sul corno.</p>
<p>In quell&#8217;isola vidi anche molte specie di buoi e di bufali che non hanno nulla a che vedere con quelli che si trovano nei nostri paesi. Colà vendetti una parte dei diamanti, cambiandoli in dinàr d&#8217;oro e in dirham d&#8217;argento, e con altri comprai alcuni prodotti del luogo; poi, dopo aver caricato su bestie da soma le merci, continuai a viaggiare con i mercanti di valle in valle e di città in città comprando e vendendo, osservando i paesi stranieri e le opere e le creature di Allah, fino a che giungemmo alla città di Bassora dove sostammo qualche giorno; dopo di che, congedatomi dai mercanti, continuai il mio viaggio verso Baghdad. Qui giunto, mi riunii agli amici e ai parenti, dispensai il denaro in elemosine ed opere di carità e feci ai miei amici molti regali con gli oggetti che avevo portato dai paesi stranieri. Poi, col cuore leggero e con l&#8217;animo sgombro da ogni affanno, pensai solo a mangiare bene, a bere meglio e a trascorrere il tempo serenamente. E tutti quelli che udivano del mio ritorno a casa venivano a trovarmi e mi facevano una quantità di domande sulle avventure che avevo avuto e sui paesi stranieri che avevo visto. ed io raccontavo loro tutto ciò che mi era successo e quello che avevo sofferto, e questo era motivo per tutti di grande gioia e non v&#8217;era chi non si rallegrasse perché ero tornato sano e salvo. In tal modo si conclude la storia del mio secondo viaggio e domani, se Allah lo vuole, vi racconterò quello che mi accadde durante il terzo viaggio.</p>
<p>Quando i presenti ebbero finito di esprimere la loro meraviglia per questo racconto, furono portati i cibi e tutti cenarono abbondantemente. Poi Sindbad il Marinaio ordinò che venissero date cento monete d&#8217;oro a Sindbad il Facchino, il quale le prese, ringraziò e andò ad accudire alle sue faccende, continuando a stupirsi per le avventure capitate a Sindbad il Marinaio e lodando in cuor suo Allah che lo aveva salvato e benedicendo il suo benefattore.</p>
<p>Il giorno di poi Sindbad il Facchino si alzò e, dopo aver recitato la preghiera del mattino, si recò a casa di Sindbad il Marinaio, così come questi gli aveva detto di fare, ed entrato gli augurò il buon giorno. Il mercante gli diede il benvenuto e lo fece sedere accanto a sé. Poi arrivarono i soliti commensali e, dopo che tutti ebbero mangiato e bevuto in letizia, Sindbad il Marinaio disse: Fratelli miei, ascoltate il racconto che sto per farvi, perché esso è ancor più meraviglioso di quelli che avete udito. Ma Allah solo conosce le cose che la Sua onniscienza ha nascosto all&#8217;uomo! Ascoltate dunque il</p>
<p>Terzo viaggio di Sindbad il Marinaio</p>
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		<title>Dalle Mille e una Notte: Il primo viaggio di Sinbad il Marinaio</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Dec 2009 22:01:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>follyx</dc:creator>
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Durante il regno del califfo Harùn ar-Rashìd, Emiro dei credenti, viveva nella città di Baghdad un uomo chiamato Sindbad il Facchino, il quale era molto povero e per guadagnarsi da vivere portava dei carichi sopra la testa. Ora avvenne che un giorno di gran caldo, mentre trasportava una cesta assai pesante che lo faceva sudare e faticare moltissimo, il povero Sindbad si trovò a passare davanti alla porta di una ricca dimora. La strada davanti alla casa era stata spazzata e innaffiata e dal giardino veniva un delizioso venticello. Vedendo che accanto alla porta c'era una panca, Sindbad depositò a terra la cesta e si sedette per riprendere fiato in quel luogo delizioso. E mentre stava seduto, asciugandosi il sudore e riflettendo sulla miseria della sua condizione, il vento gli portò dall'interno della casa il profumo di cibi squisiti, il suono di musiche e canti, un rumore di voci allegre e scoppi di risa e il cinguettare meraviglioso di uccelli d'ogni specie. Allora Sindbad il Facchino alzò gli occhi al cielo e disse: " Sia lode a te, o Allah, Creatore di tutte le cose...]]></description>
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<p>Durante il regno del califfo Harùn ar-Rashìd, Emiro dei credenti, viveva nella città di Baghdad un uomo chiamato Sindbad il Facchino, il quale era molto povero e per guadagnarsi da vivere portava dei carichi sopra la testa. Ora avvenne che un giorno di gran caldo, mentre trasportava una cesta assai pesante che lo faceva sudare e faticare moltissimo, il povero Sindbad si trovò a passare davanti alla porta di una ricca dimora. La strada davanti alla casa era stata spazzata e innaffiata e dal giardino veniva un delizioso venticello. Vedendo che accanto alla porta c&#8217;era una panca, Sindbad depositò a terra la cesta e si sedette per riprendere fiato in quel luogo delizioso. E mentre stava seduto, asciugandosi il sudore e riflettendo sulla miseria della sua condizione, il vento gli portò dall&#8217;interno della casa il profumo di cibi squisiti, il suono di musiche e canti, un rumore di voci allegre e scoppi di risa e il cinguettare meraviglioso di uccelli d&#8217;ogni specie. Allora Sindbad il Facchino alzò gli occhi al cielo e disse: &#8221; Sia lode a te, o Allah, Creatore di tutte le cose, Signore Onnipotente che distribuisci la ricchezza e la miseria. Tu non devi rendere conto a nessuno di ciò che fai ed ogni uomo ha quel che gli tocca. Vi sono quelli, come il padrone di questa casa, che sono agiati e felici, e vi sono quelli che, come me, sono poveri e afflitti! Eppure siamo tutti di uno stesso seme. Ma a me è toccato in sorte portare carichi pesanti e ricevere in cambio solo miseria e afflizione. Scommetto che il padrone di questa casa non ha mai toccato nemmeno con un dito una cesta pesante come questa; eppure, egli si ristora al fresco di questo giardino. La sua sorte assomiglia alla mia quanto il vino assomiglia all&#8217;aceto. Tuttavia non credere, Signore, che io mi lamenti. Tu sei Grande, Magnanimo e Giusto. E se Tu governi così il mondo, vuol dire che è giusto che il mondo sia governato così! &#8221; Quando ebbe terminato questa invocazione, Sindbad fece per rimettersi in capo la cesta e riprendere il cammino, allorché dalla porta della casa uscì un giovane servo, bello e ben vestito, il quale, presolo per mano, gli disse: &#8221; Entra, perché il mio padrone desidera vederti. &#8221; Sindbad lasciò la sua cesta in consegna al portinaio e seguì il servo, che lo introdusse in un meraviglioso salone dal pavimento di marmo, coperto di tappeti preziosi, e dove era imbandita una mensa ricchissima. Tutto intorno, su meravigliosi, cuscini, sedevano persone di riguardo; al centro, nel posto d&#8217;onore, sedeva un uomo dalla lunga barba bianca e dall&#8217;aspetto grave, dignitoso e nobile. &#8221; Per Allah! &#8221; pensò Sindbad il Facchino, &#8221; questo luogo deve essere la dimora dì qualche re o di qualche sultano! &#8220;I Poi si ricordò di compiere quelli atti che esige la buona educazione e, dopo avere salutato rispettosamente gli astanti, si inginocchiò davanti al padrone di casa e baciò la terra. Con molta amabilità il padrone di casa gli diede il benvenuto, poi lo fece sedere accanto a sé le lo invitò a gustare cibi e bevande che il povero Sindbad non aveva mai assaggiato in tutta la sua vita. Quando questi ebbe finito di mangiare e si fu lavato le mani, &#8221; Sia lode a Dio! &#8221; disse e ringraziò tutti i presenti per le loro gentilezze. Come vogliono le buone regole, solo quando vide che il suo ospite si era rifocillato il padrone di casa prese ad interrogarlo: &#8221; Benvenuto in casa mia, e che la tua giornata sia benedetta! Ma dimmi, o mio ospite, come ti chiami e che mestiere fai? &#8221; &#8221; Mi chiamo Sindbad il Facchino, o signore, e il mio mestiere consiste nel portare carichi sulla testa. &#8221; Il padrone di casa sorrise e gli disse: &#8221; Sappi, o facchino, che il tuo nome è uguale al mio; infatti, io mi chiamo Sindbad il Marinaio. Ora vorrei pregarti di ripetere qui ciò che dicevi poco fa mentre stavi seduto fuori della porta di casa mia. &#8221; Allora Sindbad il Facchino si senti pieno di vergogna e disse: &#8221; Nel nome di Allah, non rimproverarmi per la mia insolenza! La fatica e la miseria rendono l&#8217;uomo sciocco e maleducato! &#8221; Ma Sindbad il Marinaio gli disse: &#8221; Non devi vergognarti. Ripeti senza alcuna preoccupazione ciò che dicevi perché tu ora sei come mio fratello. &#8221; Allora il Facchino, rassicurato, ripete le parole che aveva pronunciato sulla porta di casa. Quando ebbe terminato, Sindbad il Marinaio si rivolse a lui e gli disse: &#8221; Sappi, o Facchino, che la mia storia è senza precedenti. Ora ti racconterò tutte le avventure che mi sono capitate e tutte le prove che ho dovuto subire prima di giungere a questa felicità e di poter abitare nel palazzo in cui tu mi vedi. Sentirai quanti disagi e quali terribili calamità io abbia dovuto affrontare per poter ottenere gli agi che circondano ora la mia vecchiaia. Sappi dunque che io ho fatto numerosi viaggi, e ogni viaggio fu un&#8217;avventura meravigliosa, tale da destare in chi l&#8217;ascolta uno stupore senza limiti. Ma tutto ciò che ora ti racconterò è avvenuto perché era scritto, e da ciò che è scritto non v&#8217;è scampo né rimedio! &#8220;.</p>
<p>Primo viaggio di Sindbad il Marinaio</p>
<p>Sappiate, o illustri signori, e te, onesto Facchino, che mio padre era mercante di professione e uno dei più ricchi che ci fossero nel suo tempo. Quando mio padre morì, mi lasciò grandi ricchezze in denaro, merci, case e terreni. Io, purtroppo, nella insipienza della gioventù, presi a frequentare compagnie dissipate, passavo il mio tempo a bere e giocare e in festini e in conviti e non mi avvedevo che le mie ricchezze, per quanto grandi fossero, andavano sempre più scemando. Un giorno, finalmente, mi riscossi da quel mio stordimento e mi accorsi che tutte le mie sostanze erano dilapidate. Mi ricordai allora delle parole del nostro signore Salomone, figlio di Davide; &#8221; Tre cose sono migliori di tre altre: il giorno della morte è meglio del giorno della nascita, un cane vivo è meglio di un leone morto, la tomba è preferibile alla povertà. &#8221; Misi insieme allora quel poco che mi era rimasto e lo vendetti all&#8217;incanto ricavandone tremila dirham. Poi ricordai il verso del poeta:</p>
<p>&#8220;Chi vuole la gloria senza fatica, passerà la vita inseguendo un sogno impossibile.&#8221;</p>
<p>Senza por tempo in mezzo, mi recai al suk, dove acquistai per duemila dirham di merci. Quindi con la mia roba salii su una nave, dove erano già imbarcati diversi mercanti, e scesi lungo il Tigri fino a Bassora. Di qui la nave spiegò le vele verso il mare aperto. Viaggiammo per giorni e notti, toccando un&#8217;isola dopo l&#8217;altra e una terra dopo l&#8217;altra; e in ogni luogo dove ci fermavamo scendevamo a terra &#8211; a vendere ed a scambiare le merci. Un giorno, dopo che navigavamo da parecchio tempo senza avere avvistato un solo lembo di terra, improvvisamente vedemmo sorgere davanti a noi un&#8217;isola che sembrava il paradiso. Il capitano fece vela verso l&#8217;isola e, ormeggiata la nave, scendemmo tutti a terra, dove alcuni prepararono i fornelli per cucinare, altri si misero a passeggiare contemplando le bellezze del luogo. Io fui fra questi ultimi.</p>
<p>Mentre ce ne stavamo così, godendoci la bellezza di quel sito, a un tratto sentimmo la terra che tremava sotto i nostri piedi e udimmo il capitano che, sporgendosi dalla murata della nave, gridava: &#8221; Passeggeri, salvatevi! Fate presto! Risalite subito a bordo! Lasciate ogni cosa, se tenete alla vita! Fuggite l&#8217;abisso che si spalanca sotto di voi! Perché l&#8217;isola su cui vi trovate non è un&#8217;isola, ma una balena gigantesca, che da tempo immemorabile si è adagiata in mezzo al mare. La balena è rimasta così da tanto tempo che il mare l&#8217;ha ricoperta di sabbia, e le sono cresciuti sul dorso gli alberi che vedete! Voi, accendendo i fuochi per cucinare, l&#8217;avete risvegliata, ed ecco che ora si muove e vi trascinerà con sé negli abissi! Salvatevi, abbandonate tutto! &#8221; . Udendo queste parole del capitano, i passeggeri, presi dal terrore, si misero a correre verso la nave abbandonando le loro robe, i fornelli, le pentole. Ma la balena era già in movimento e la nave stava già levando le ancore, così che solo alcuni riuscirono a salire a bordo. Gli altri, quelli che si trovavano più lontano o che si erano attardati a raccogliere le loro cose, furono travolti dalle onde e sommersi nel mare profondo. Io fui fra questi ultimi. Ma Allah Altissimo e Misericordioso mi salvò dalla morte facendomi capitare sotto mano un grosso mastello di legno, di quelli che si usano per fare il bucato. Io mi ci misi sopra a cavalcioni e muovendo disperatamente i piedi come fossero remi cercai di raggiungere la nave che si allontanava a vele spiegate. La seguii per un pezzo, finché non la vidi sparire all&#8217;orizzonte, e mi ritrovai in mezzo al mare, solo e derelitto, sicuro ormai di morire. Per una notte e un giorno, fui sballottato dalle onde e dai venti. Alla fine le correnti marine mi gettarono contro un&#8217;isola rocciosa. Aiutandomi con le mani e con i piedi riuscii ad attaccarmi a dei cespugli e a salire in cima alle scogliere. Quando toccai terra, mi esaminai il corpo e vidi che era tutto gonfio e martoriato e che i piedi recavano i segni dei morsi dei pesci. Ma non sentivo alcun dolore, tanto ero sfinito. Mi gettai a terra e per la stanchezza svenni. Rimasi a lungo così, in questo stato d&#8217;incoscienza, e mi risvegliai solo al secondo giorno, quando il sole cominciò a battermi addosso. Feci per alzarmi in piedi ma le gambe, gonfie e piagate, non mi reggevano. Considerai la miseria del mio stato, ma con la forza della disperazione cominciai a trascinarmi per terra, fino a che, dopo molto patire, giunsi in mezzo ad una pianura, dove scorrevano ruscelli e crescevano alberi da frutta. Rimasi in quel luogo molti giorni, bevendo l&#8217;acqua dei ruscelli e mangiando la frutta, finché non mi sentii guarito e rifocillato. Quando fui in grado di alzarmi, mi fabbricai un bastone con il ramo di un albero e cominciai a passeggiare ammirando tutto ciò che Allah aveva creato su quella terra.</p>
<p>Un giorno, che camminavo lungo la spiaggia del mare, vidi di lontano qualcosa che mi parve essere una bestia selvaggia o un mostro marino. Curiosità e paura si combattevano in me, sì che facevo dieci passi avanti e cinque indietro. Alla fine mi feci coraggio e, avvicinandomi, potei vedere che si trattava di una bellissima giumenta, legata a un paletto sulla riva del mare. Mentre stavo là a contemplare la bestia, essa emise un alto nitrito ed ecco che da sotto terra sbucò un uomo, il quale mi venne dietro gridando: &#8221; Chi sei tu? E da dove vieni? Per quale motivo ti sei avventurato fin qui? &#8221; &#8221; Signore, &#8221; risposi, &#8221; sappi che io sono uno straniero e mi trovavo insieme ad altri passeggeri su una nave che ha fatto naufragio. Tutti i miei compagni sono morti, ma Allah mise fra le mie gambe un mastello che mi tenne a galla e così arrivai sino alle sponde di questa terra. &#8221; Quando quell&#8217;uomo ebbe udito le mie parole, mi prese per mano e mi disse: &#8221; Seguimi! &#8221; Scendemmo in una caverna sotterranea ed entrammo in una grande sala, dove mi fece sedere e dove mi portò da mangiare. Poiché avevo fame, mangiai di buon appetito e quando egli vide che ero rifocillato e il mio animo era tranquillo, mi chiese di raccontargli per filo e per segno tutto ciò che mi era accaduto; io gli raccontai la mia storia fin dal principio senza trascurare nulla, ed egli dimostrò grande meraviglia. Quando ebbi finito il mio racconto, gli dissi: &#8221; In nome di Allah, signore, non prendertela con me se ora ti chiedo una cosa. Io ti ho raccontato la verità sulla mia condizione. Ora vorrei che tu mi dicessi chi sei e per quale motivo abiti in questa sala sotterranea e perché tieni una giumenta legata sulla riva del mare! &#8221; &#8221; Sappi, &#8221; mi rispose, &#8221; che siamo in parecchi sparsi sulle spiagge di quest&#8217;isola e siamo tutti guardiani dei cavalli del re Mihragiàn. Tutti i mesi, quando c&#8217;è la luna nuova, scegliamo una giumenta di razza e la leghiamo sulla riva del mare, poi ci nascondiamo in queste caverne sotterranee. Ed ecco che, attirato dall&#8217;odore della femmina, esce dal mare un cavallo marino e si guarda intorno e non vedendo nessuno piomba sulla giumenta e la copre. Quando ha finito di montarla si avvia verso il mare, ma la giumenta che è legata non può seguirlo e allora comincia a nitrire e a scalpitare. E il cavallo marino grida e la colpisce con la testa e con le zampe. Allora noi che siamo nascosti qui sotto sappiamo che il cavallo marino ha finito di montare la giumenta e usciamo fuori dal nostro nascondiglio e cominciamo a correre e a gridare e il cavallo marino spaventato si tuffa di nuovo tra i fiotti. Così la giumenta, fecondata, rimane pregna e partorisce un puledro che vale un tesoro, perché non ve ne sono di eguali sulla terra. E proprio oggi è il giorno in cui verrà il cavallo marino. Quanto a me, ti prometto di accompagnarti, quando tutto sarà finito, dal nostro re Mihragiàn e di farti conoscere il nostro paese benedici Allah, il quale ha fatto sì che io t&#8217;incontrassi, perché senza di me tu saresti morto di tristezza e di solitudine su quest&#8217;isola e nessuno dei tuoi amici e dei tuoi parenti avrebbe più saputo nulla di te. &#8221;</p>
<p>Invocai su di lui le benedizioni di Allah e lo ringraziai per la sua cortesia; e mentre stavamo ancora parlando, ecco che uscì dal mare lo stallone; si guardò intorno e, dopo aver cacciato un forte nitrito, saltò sulla cavalla e la coprì. Quando ebbe terminato smontò dalla giumenta e voleva portarsela via con sé, ma quella non poteva muoversi a causa del paletto, e tirava calci e nitriva. In quel momento uscì fuori dalla caverna il guardiano della giumenta con in mano una spada e uno scudo che percuoteva facendo un grande fracasso. E intanto andava chiamando i suoi compagni che sbucavano di sotto terra da tutte le parti, anch&#8217;essi gridando e facendo baccano. Allora lo stallone impaurito lasciò la giumenta e tuffatosi nelle acque sparì sotto la superficie del mare. Quando tutto fu finito, anche gli altri palafrenieri, che recavano a mano una giumenta ciascuno, mi vennero vicino e mi chiesero chi fossi e di dove venissi. Io raccontai a loro tutta la mia storia, ed essi si felicitarono con me, poi stesero per terra la tovaglia e ci rifocillammo. Dopo mangiatO mi fecero salire su una delle loro cavalle, e così viaggiammo fino a che non giungemmo nella città dove abitava il re Mihragiàn. Giunti che fummo a destinazione, i palafrenieri si recarono dal loro sovrano e lo informarono del mio arrivo, e questi chiese che io gli fossi condotto dinanzi. Il re Mihragiàn mi salutò con molta amicizia, dandomi il benvenuto, poi mi chiese di raccontargli la mia straordinaria avventura e quando ebbi finito esclamò: &#8221; Per Allah, figlio mio, la tua salvezza è davvero un fatto miracoloso! Se tu non fossi destinato a vivere a lungo, non saresti scampato al naufragio; sia lodato Allah che ti ha tratto in salvo! &#8221; Ciò detto, mi parlò con amicizia e considerazione, colmandomi di doni e di onori, e mi nominò anche capo del porto incaricandomi di tenere il registro di tutte le navi che entravano e uscivano. Così io presi a frequentare regolarmente il sovrano, il quale non mancava di dimostrarmi la sua benevolenza preferendomi a tutti gli altri suoi intimi e ricoprendomi di vesti preziose. Salii a tal punto nella sua stima che la gente, quando aveva bisogno di qualche cosa, chiedeva a me di intercedere presso il sovrano. Nonostante tutto questo, però, non avevo dimenticato il mio paese e, ogni volta che mi trovavo a passare per il porto e vedevo giungere una nave, mi affrettavo a interrogare ì marinai sulla mia città, chiedendo loro se avessero notizie di Baghdad. E invariabilmente quelli mi rispondevano di non aver mai sentito nominare una città simile e di non sapere nemmeno dove si trovasse. Mi convinsi così che non avrei mai più veduto il mio paese e avrei dovuto finire i miei giorni in terra straniera. Un giorno, recatomi a trovare il re Mihragiàn, lo trovai in compagnia di alcuni signori indiani i quali mi chiesero notizie del mio paese ed io chiesi ad essi notizie del loro. Costoro mi dissero che gli indiani erano tutti divisi in caste,e che le caste più importanti erano quella degli Kshatria, composta da uomini nobili e giusti che non commettevano mai soprusi né facevano violenza a nessuno, e quella dei Bramani, i quali sono della gente che non beve vino ma ama trascorrere la vita in lieta serenità e possiede cammelli, cavalli ed armenti. Mi dissero anche che il popolo indiano è diviso in settantadue caste, che non hanno rapporti fra loro, il che mi stupì grandemente.</p>
<p>Fra le altre cose che vidi nelle terre del re Mihragiàn, c&#8217;era un&#8217;isola chiamata Kasil, dove ogni notte e per tutta la notte si sentivano suonare tamburi e tamburelli; ma sia gli abitanti delle isole vicine, sia i viaggiatori mi assicurarono che il popolo di quell&#8217;isola era composto da gente seria ed assennata. In quel mare vidi anche un pesce lungo duecento cubiti e molto temuto dai pescatori; vidi anche un altro pesce che aveva la testa simile a quella di un gufo e molte altre cose rare e meravigliose che sarebbe troppo lungo riferire. Occupavo così il mio tempo visitando le isole, finché un giorno, che me ne stavo nel porto con il mio bastone in mano secondo l&#8217;abitudine che avevo preso, osservai una grande nave carica di mercanti che entrava in porto. Quando la nave si fu accostata alla banchina che è sotto le mura della città, il capitano ordinò di ammainare le vele e di ormeggiare il bastimento. Ciò fatto, misero fuori una passerella e i marinai cominciarono a scaricare le mercanzie mentre io, che stavo lì accosto, ne prendevo nota.</p>
<p>Alla fine chiesi al capitano: &#8220;E&#8217; rimasto niente altro nella tua nave? &#8221; E quello mi rispose: &#8221; Signore, nella stiva sono rimaste diverse balle di mercanzia il cui proprietario è annegato durante il viaggio. Noi le abbiamo prese in consegna ed ora ci ripromettiamo di venderle facendone registrare il prezzo, che consegneremo poi ai parenti dello scomparso quando torneremo a Baghdad, città della pace. &#8221; &#8221; E quale era il nome di questo mercante? &#8221; m&#8217;informai. &#8221; Si chiamava Sindbad il Marinaio, &#8221; &#8216; rispose il capitano. Allora io lo guardai più dappresso e lo riconobbi e, gettato un gran grido, esclamai: &#8221; Capitano! Sappi che sono io quel Sindbad il Marinaio che viaggiava con voi; e quando il pesce si mosse e tu ci chiamasti, alcuni riuscirono a mettersi in salvo ed altri caddero in acqua; io fui fra questi. Ma Allah Onnipotente mi mise a portata di mano un mastello di legno al quale mi aggrappai, e i venti e le correnti marine mi gettarono su questa isola dove per grazia di Allah, incontrai alcuni servi del re Mihragiàn che mi condussero dal loro signore. E quando gli ebbi raccontato la mia storia egli mi colmò di benefici e mi nominò sovrintendente del porto. E in questa carica, come tu mi vedi, ho vissuto con larghezza, beneficato dal favore del sovrano. Perciò le balle che tu hai nella nave sono mie. &#8221;</p>
<p>Allora il capitano esclamò: &lt; Non c&#8217;è maestà né potenza se non in Allah, il Glorioso, il Grande! Bisogna dire però che fra gli uomini non è rimasta né coscienza né buona fede! &#8221; &#8221; Capitano, &#8221; dissi io, &#8221; che significano queste parole, dopo che ti ho raccontato la mia storia? &#8221; E quello rispose: &#8221; Quando hai sentito che avevo nella stiva queste merci il cui proprietario era annegato, hai pensato bene di volertele prendere con l&#8217;inganno. Ma non potrai farlo, perché noi l&#8217;abbiamo visto sprofondare nel mare con i nostri occhi, insieme con molti altri passeggeri, nessuno dei quali si è salvato. Quindi, come puoi pretendere di essere il padrone di queste merci? &#8221; &#8221; Capitano, &#8221; dissi io, &#8221; ascolta tutta la mia storia senza prevenzioni e la verità ti apparirà manifesta. &#8221; Così gli raccontai per filo e per segno tutto quanto mi era accaduto da quando ero partito da Baghdad fino al momento in cui eravamo sbarcati sul pesce isola, dove per poco non facemmo naufragio tutti; gli rammentai anche alcuni particolari che solo io e lui potevamo conoscere. Allora il capitano e i mercanti si convinsero che dicevo la verità e si complimentarono con me per la mia salvezza. Dopo di che il capitano mi consegnò le merci, e su ogni balla trovai scritto il mio nome e vidi che non mancava nulla. Cercai allora fra le mie robe e trovai un oggetto prezioso, e con quello mi recai dal sovrano al quale lo offrii in omaggio raccontandogli tutto quanto era avvenuto poco prima al porto. Il re si stupì moltissimo di questo fatto e contraccambiò il mio regalo con ricchi doni. Nei giorni che seguirono, vendetti le mie merci guadagnando molto denaro e comprai altre mercanzie e oggetti tipici di quel paese. Poi, quando il capitano della nave mi annunciò che aveva intenzione di partire, andai dal re Mihragiàn, lo ringraziai della bontà che aveva avuto per me e gli chiesi licenza di tornare in patria, per rivedere il mio paese, la famiglia, gli amici. Il re acconsentì di buon grado e mi regalò altre merci e prodotti della sua terra; poi mi congedò affabilmente e io, sceso al porto, m&#8217;imbarcai. Poiché così piacque ad Allah, viaggiammo senza inconvenienti per giorni e per notti e alla fine giungemmo a Bassora, dove sbarcai, felice di essere tornato sano e salvo sul suolo natio. Rimasi alcuni giorni a Bassora, poi, portando meco grandi quantità di merci rare e preziose, partii per Baghdad, città della pace, ove entrai dopo un felice viaggio e, giunto nel mio quartiere e nella mia casa, amici e parenti vennero tutti a salutarmi e a rallegrarsi con me. Grazie al denaro che avevo, e alla gran copia di merci che avevo portato con me e che vendetti, acquistai eunuchi e concubine e schiavi e comprai case e giardini e terre, diventando cosi più ricco di quanto lo fossi stato prima. Allora, senza darmi alcun pensiero al mondo, mi misi a frequentare gli amici trascorrendo con loro il tempo, dimentico dei pericoli, degli affanni e delle pene che avevo patito durante quel viaggio avventuroso. Gustai ogni piacere ed ogni delizia, mangiai cibi raffinati e bevvi vini squisiti, e andai avanti in questo modo per parecchio tempo, ché le mie ricchezze mi permettevano di condurre questo treno di vita.</p>
<p>Questa è la storia del mio primo viaggio, e domani, se Allah lo vuole, vi racconterò il secondo dei miei numerosi viaggi. Quindi Sindbad il Marinaio ordinò che venissero date a Sindbad il Facchino cento monete d&#8217;oro e gli disse: &#8221; La tua presenza ci è stata molto gradita oggi.&#8221; Il Facchino lo ringraziò e, preso il dono, se ne andò per la sua strada, riflettendo su quanto aveva udito e non cessando di meravigliarsi per le cose incredibili che possono capitare a un uomo. Quando si fece giorno, tornò a casa di Sindbad il Marinaio, che lo ricevette con gentilezza e lo fece sedere accanto a sé. Non appena gli altri amici del padrone di casa furono arrivati, vennero approntate le mense e tutti mangiarono e bevvero a sazietà. Poi Sindbad il Marinaio cominciò a parlare raccontando con queste parole il</p>
<p>Secondo viaggio di Sindbad il Marinaio&#8230; [continua]</p>
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		<title>Dalle Mille e una notte: storia di una donna e dei suoi cinque corteggiatori</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 11:28:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>follyx</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fiabe / Tales]]></category>
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		<description><![CDATA[<img class="aligncenter size-full wp-image-1526" title="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand" src="http://www.dubaiblog.it/wp-content/uploads/2009/11/fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand.jpg" alt="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand" width="620" height="280" />

Mi è venuto in mente, o re felice, che c'era una volta, nel tempo andato, in una certa città, una donna, figlia di ricchi mercanti, la quale aveva un marito che era un gran viaggiatore. Ora accadde che una volta questo marito partì per visitare paesi lontani e la sua assenza si prolungò a tal punto che la moglie fu colta da grandissima noia, e non potendo più sopportare la sua solitudine, tanto più che era molto bella e nel fiore degli anni, accettò la corte di un giovanotto figlio di mercanti.
I due si amarono con tanta passione che da quel momento le giornate parvero alla donna non già lunghe ma brevissime e, poiché il giovane era instancabile nel dare quanto la donna era insaziabile nel prendere, così fra il dare e il prendere il tempo cominciò a scorrere molto lietamente e la donna smise di lagnarsi per la lunga assenza del marito viaggiatore.
Ora avvenne che un giorno questo giovanotto litigò con un uomo e lo picchiò e quest'uomo andò dal capo della polizia a sporgere denuncia, e il giovanotto venne preso e gettato in carcere.
Quando l'amante seppe che il giovanotto era stato chiuso in prigione, si disperò moltissimo e quasi perdette il senno, ma poi ci ripensò meglio; si vesti con gli abiti più belli e si recò a casa del capo della polizia. Lo salutò con un grazioso inchino e gli porse la seguente petizione scritta: " Colui che tu hai gettato in carcere è il Tal dei Tali mio fratello, il quale ha litigato con un certo Tizio; ma la cagione del litigio e il modo in cui si sono svolte le cose ti sono stati falsamente riferiti da testimoni non degni di fede. Perciò mio fratello è ora ingiustamente chiuso nelle tue carceri, e io sono rimasta sola e senza alcuno che provveda a me. Imploro quindi la tua clemenza affinché egli venga liberato. "]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1526" title="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand" src="http://www.dubaiblog.it/wp-content/uploads/2009/11/fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand.jpg" alt="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights-one-thousand" width="620" height="280" /></p>
<p>Mi è venuto in mente, o re felice, che c&#8217;era una volta, nel tempo andato, in una certa città, una donna, figlia di ricchi mercanti, la quale aveva un marito che era un gran viaggiatore. Ora accadde che una volta questo marito partì per visitare paesi lontani e la sua assenza si prolungò a tal punto che la moglie fu colta da grandissima noia, e non potendo più sopportare la sua solitudine, tanto più che era molto bella e nel fiore degli anni, accettò la corte di un giovanotto figlio di mercanti.<br />
I due si amarono con tanta passione che da quel momento le giornate parvero alla donna non già lunghe ma brevissime e, poiché il giovane era instancabile nel dare quanto la donna era insaziabile nel prendere, così fra il dare e il prendere il tempo cominciò a scorrere molto lietamente e la donna smise di lagnarsi per la lunga assenza del marito viaggiatore.<br />
Ora avvenne che un giorno questo giovanotto litigò con un uomo e lo picchiò e quest&#8217;uomo andò dal capo della polizia a sporgere denuncia, e il giovanotto venne preso e gettato in carcere.<br />
Quando l&#8217;amante seppe che il giovanotto era stato chiuso in prigione, si disperò moltissimo e quasi perdette il senno, ma poi ci ripensò meglio; si vesti con gli abiti più belli e si recò a casa del capo della polizia. Lo salutò con un grazioso inchino e gli porse la seguente petizione scritta: &#8221; Colui che tu hai gettato in carcere è il Tal dei Tali mio fratello, il quale ha litigato con un certo Tizio; ma la cagione del litigio e il modo in cui si sono svolte le cose ti sono stati falsamente riferiti da testimoni non degni di fede. Perciò mio fratello è ora ingiustamente chiuso nelle tue carceri, e io sono rimasta sola e senza alcuno che provveda a me. Imploro quindi la tua clemenza affinché egli venga liberato. &#8221;<br />
Quando il capo della polizia ebbe letto la supplica, osservò la donna, vide che era bella, e subito fu preso dal desiderio di possederla; perciò le disse: &#8221; Entra un momento nelle mie stanze, fintanto che io abbia risolto questa faccenda. Dopo, potrai portarti via tuo fratello. &#8221; &#8221; Signore mio, &#8221; rispose la donna; &#8221; solo Allàh Onnipotente è il mio protettore; io sono straniera in questa casa e non posso entrare nelle tue stanze. &#8221; &#8221; Parliamoci chiaro, &#8221; replicò il capo della polizia, &#8221; se vuoi che tuo fratello venga liberato, non v&#8217;è altro mezzo se non questo: che tu entri nelle mie stanze lasciando che io prenda di te tutto il mio piacere. &#8221; Quando udì queste parole, la donna sospirò e rispose: &#8221; Se così deve essere né v&#8217;è altro modo di fare uscire mio fratello dal carcere, sarà meglio che tu venga a casa mia, dove potrai riposare tutto il giorno senza che alcuno ci disturbi, e il mio onore sarà salvo. &#8221; &#8221; E dov&#8217;è casa tua? &#8221; &#8221; Nel tal posto, &#8221; rispose la donna, e gli fissò un appuntamento. Poi se ne andò lasciandolo pieno di desiderio e impaziente di soddisfarlo.<br />
Visto come si erano messe le cose, la donna pensò di andare dal giudice della città, al quale disse: &#8221; 0 mio signore, sei tu il cadì di questa città? &#8221; &#8221; Sì! &#8221; rispose il cadì. &#8221; Ebbene, mio signore, degnati di considerare con clemenza il mio caso e l&#8217;altissimo non mancherà di ricompensarti! &#8221; Allora il cadì disse: &#8221; Quale torto ti è stato fatto? &#8221; E la donna rispose: &#8221; Signore mio, io ho un fratello e non ho altri a questo mondo che mi sostenga e mi protegga; ed è appunto per causa sua che sono venuta da te; infatti, il capo della polizia lo ha messo in prigione come un delinquente perché certi uomini hanno fatto contro di lui falsa testimonianza. Ora io ti supplico d&#8217;intercedere per lui presso il capo della polizia. &#8221;<br />
Udendo queste parole, il cadì si avvicinò alla donna, la guardò e fu preso da violenta passione per lei, così che le disse: &#8221; Entra in casa e riposati un momento in compagnia delle mie schiave mentre io mando al capo della polizia l&#8217;ordine di liberare tuo fratello. E se ci sarà un&#8217;ammenda da pagare, la pagherò io di tasca mia, a patto che tu lasci ch&#8217;io sfoghi con te il mio desiderio perché il tuo bel modo di parlare mi ha reso innamorato di te.&#8221;<br />
Allora la donna disse: &#8221; Se tu, signore mio, fai queste cose, allora non possiamo più biasimare nessuno. &#8221; E il cadì replicò: &#8221; Se non entri in casa, puoi pure andartene per i fatti tuoi. &#8221; La donna sospirò, come se fosse rassegnata, e disse: &#8221; Se, così deve essere, signore, sarà meglio che questa cosa avvenga in casa mia, perché qui ci sono schiave, eunuchi e gente che va e gente che viene, e io sono una donna che non è abituata a simili faccende, e se lo faccio è perché vi sono costretta. &#8221; &#8221; E dov&#8217;è casa tua? &#8221; &#8221; Nel tal posto, &#8221; rispose la donna, e gli diede appuntamento per lo stesso giorno in cui aveva dato appuntamento al capo della polizia.<br />
Uscita da casa del cadì, si recò nel luogo dove stava il visir, e dopo avergli presentato la petizione spiegandogli che aveva assolutamente bisogno dell&#8217;assistenza del fratello, lo supplicò d&#8217;intercedere in suo favore. Ma anche il visir, dopo avere osservato le forme graziose della donna, le disse che suo fratello poteva essere liberato solo se ella acconsentiva a fare subito con lui quella tal cosa.<br />
Allora la donna gli disse: &#8221; Se non è possibile farne a meno, facciamola almeno a casa mia, un luogo più discreto per me e per te. Non è distante, e tu sai che noi donne amiamo la pulizia e gli agi. &#8221; &#8221; E dov&#8217;è casa tua? &#8221; &#8221; Nel tal posto, &#8221; rispose la donna, e gli fissò lo stesso appuntamento che aveva dato agli altri due.<br />
Lasciato il &#8216;visir, la donna si recò dal re della città, che stava seduto in trono, e dopo avere baciato la terra davanti ai suoi piedi lo supplicò che liberasse dal carcere il fratello. &#8221; Chi lo ha imprigionato? &#8221; domandò il re. E la donna rispose: &#8221; E stato il tuo capo della polizia. &#8221; Ma intanto il re, che l&#8217;aveva sentita parlare e aveva osservato la delicatezza delle sue forme, si senti bruciare il cuore da violento amore e ordinò alla donna di entrare con lui nel palazzo, mentre egli avrebbe dato ordine al cadì di liberare il fratello. &#8221; 0 potente signore, &#8221; rispose la donna, &#8221; non potrei andare ad aspettare mio fratello a casa mia, o recarmi io stessa a prenderlo alle carceri? &#8221; &#8221; Questo non può essere, &#8221; rispose il re, &#8221; perché io sono stato preso da grande amore per te ed è assolutamente indispensabile che io soddisfi questa passione. Se io non farò con te ciò che il marito fa con la moglie, tu non rivedrai mai tuo fratello. &#8221; &#8221; 0 re potentissimo, &#8221; rispose la donna baciando la terra davanti al sovrano, &#8221; a te nessuno può resistere ed è facile per te ottenere quello che chiedi, con le buone o con le cattive. Io sono felice che tu abbia posto gli occhi sopra di me, ma sarò ancor più felice se tu vorrai onorare con la tua presenza la mia casa, che è un luogo discreto ed appartato dove nessuno potrà interromperci. &#8221; E il re rispose: &#8221; In questo non voglio contraddirti. &#8221;<br />
Allora la donna indicò al re dove fosse la sua casa e gli fissò lo stesso appuntamento che aveva fissato agli altri tre.<br />
Così la donna uscì dal palazzo reale e si recò da un tale che faceva il falegname e gli disse: &#8220;Voglio che tu mi faccia per il tal giorno un armadio molto robusto, a quattro piani. Le misure devono essere queste e queste e voglio che ogni ripiano abbia un suo sportello e che questo sportello si chiuda con un solido catenaccio. Ora dimmi qual è il tuo prezzo, ché io te lo pagherò. &#8221;<br />
Il falegname, che aveva adocchiato la sua cliente mentre costei parlava, rispose: &#8221; Signora mia, il tempo che tu mi dai per costruire quest&#8217;armadio è poco e se io dovessi chiederti un prezzo non potrei chiederti meno di quattro dinàr d&#8217;oro. Ma, se tu vorrai entrare un momento nel mio retrobottega per chiacchierare un poco, forse potremmo intenderci, e io ti fabbricherei l&#8217;armadio senza chiederti nemmeno un soldo. &#8221;<br />
La donna rispose: &#8221; Certo, l&#8217;idea di risparmiare quattro dinàr d&#8217;oro non mi ripugna, ma ti pare che il tuo retrobottega sia il luogo adatto per fare il genere di discorsi che tu vuoi fare con me? lo credo che staremo molto più comodi e a nostro agio in casa mia, così, se tu mi porterai domani questo armadio, fatto come t&#8217;ho detto&#8230; A proposito, già che ci sei, sarà meglio che tu lo faccia di cinque ripiani invece che di quattro&#8230; ti prometto che discorreremo con tutta calma e tanto a lungo finché avrai fiato per discorrere. &#8221; A queste parole il falegname soddisfatto rispose: &#8221; Sia come tu vuoi, signora. Domani ti porterò l&#8217;armadio finito di tutto punto. &#8221;<br />
Sistemata anche questa faccenda, la donna si recò a casa sua, prese quattro vesti da casa del marito e le portò dal tintore ordinandogli di tingerle in quattro colori diversi. Quindi si occupò a preparare tutto l&#8217;occorrente in fatto di cibi, bevande, fiori e profumi.<br />
Il giorno dell&#8217;appuntamento, la donna si vesti con il suo abito più ricco e più bello, si acconciò e si profumò, stese per terra morbidi e sontuosi tappeti, quindi si sedette in attesa del primo che sarebbe venuto. Ed ecco che il primo a presentarsi fu il cadì: quando la donna lo vide, si alzò, gli andò incontro e dopo aver baciato la terra davanti a lui lo prese per mano e lo fece sedere su un divano. Poi la donna si sdraiò accanto a lui e cominciò a scherzare e a fargli mille moine, sì che il cadì senti agitarsi dentro di sè l&#8217;eredità di suo padre e volle soddisfare subito il suo desiderio, ma la donna gli disse: &#8221; Signore mio, togliti codesti abiti e codesto turbante e mettiti indosso questa vestaglia gialla, e poniti in testa questo fazzoletto mentre io porto cibi e bevande. Dopo che ci saremo rifocillati, farai quello che vorrai. &#8221;<br />
Così dicendo, gli prese gli abiti e il turbante e gli mise la vestaglia e il fazzoletto. Ma ecco che si senti bussare alla porta e il cadì chiese: &#8221; Chi è che bussa alla porta? &#8221; E la donna rispose: &#8221; Mio marito. &#8221; Allora il cadì disse: &#8221; E ora cosa si fa? Dove posso andare? &#8221; &#8221; Non aver paura, &#8221; disse la donna, &#8221; ti nasconderò in questo armadio. &#8221; &#8221; Fa&#8217; tu come ti sembra meglio. &#8221;<br />
Così la donna lo prese per mano e lo spinse nel ripiano più basso dell&#8217;armadio. Poi chiuse lo sportello con il catenaccio e andò alla porta di casa dove trovò il capo della polizia. La donna s&#8217;inchinò a baciare la terra davanti a lui, poi lo prese per mano e lo condusse nella sala dove lo fece sedere sul divano e gli disse: &#8221; Mio signore, questa casa è la tua casa, questa dimora è la tua dimora ed io sono la tua serva; passeremo insieme una intera giornata, perciò togliti codesti abiti e indossa questa vestaglia rossa. &#8221; Così gli tolse gli abiti, gli fece indossare la vestaglia rossa e gli mise in capo un vecchio fazzoletto che aveva in casa; dopo di che si sedette accanto a lui sul divano e cominciò a fargli carezze e moine, mentre il capo della polizia l&#8217;abbracciava e la toccava ed era in un mare di delizie. A questo punto la donna gli disse: &#8221; Signore, questa giornata è tutta tua e nessuno la dividerà con te; ma prima usami il favore e la cortesia di scrivermi un ordine per il rilascio di mio fratello, così che io possa godere della tua compagnia con animo più leggero. &#8221; &#8221; Ascolto e obbedisco, &#8221; disse il capo della polizia; &#8221; per la mia vita e per i miei occhi avrai l&#8217;ordine! &#8221; E sull&#8217;istante scrisse al suo intendente una lettera del seguente tenore: &#8221; Appena riceverai questo messaggio, libera senza indugio il Tal dei Tali e non opporre al latore della presente alcuna difficoltà. &#8221; Poi appose il sigillo alla lettera e la consegnò alla donna, la quale, dopo averla riposta accuratamente, si sdraiò di nuovo sul divano e ricominciò a scherzare con il capo della polizia. Sennonché, a un certo punto qualcuno bussò alla porta. &#8221; Chi sarà mai? &#8221; chiese il capo della polizia. E la donna rispose: &#8221; Mio marito. &#8221; &#8221; E adesso che cosa faccio? &#8221; &#8221; Entra in questo armadio e restaci finché non lo avrò mandato via con un pretesto e potrò ritornare da te. &#8221; Ciò detto, lo ficcò nel secondo ripiano dell&#8217;armadio a cominciare dal basso e poi chiuse col catenaccio lo sportello; e intanto il cadì, che era chiuso nel ripiano inferiore, sentiva tutto quello che dicevano.<br />
Poi la donna andò alla porta di casa, la apri, ed ecco che entrò il visir. Ella si inginocchiò davanti a lui e baciò la terra e lo ricevette con tutto l&#8217;onore e il rispetto dicendo: &#8221; o mio signore, tu mi fai un grande onore entrando in questa casa; che Allàh non ci tolga mai la luce della tua presenza! &#8221;<br />
Quindi lo fece sedere sul divano e gli disse: &#8221; Signore, togliti questi abiti pesanti e il turbante e indossa questa veste più leggera. &#8221; Così dicendo, gli tolse gli abiti e il turbante e gli mise indosso una sorta di tunica azzurra con un alto cappuccio rosso. &#8221; Gli abiti che avevi erano quelli della tua carica, &#8221; gli disse, &#8221; ma ogni circostanza vuole il suo abito, e perciò è giusto che ora tu indossi questa veste leggera, che meglio si addice alle schermaglie amorose, allo spasso e al sonno. &#8221; Ciò detto, ella si sdraiò sul divano e cominciò a scherzare con il visir, finché questi senti che quella tal cosa non poteva più essere rimandata; ma la donna lo allontanò dicendo: &#8221; Signore mio, perché tanta fretta? Non ci mancherà certo il tempo. &#8221;<br />
E mentre stavano chiacchierando ecco che si senti bussare alla porta e il visir le chiese: &#8221; Chi è mai? &#8221; &#8221; Mio marito. &#8221; &#8221; Che devo fare? &#8221; chiese il visir. &#8221; Entra in questo armadio, &#8221; disse la donna. &#8221; Non appena mi sarò sbarazzata di lui tornerò da te. Intanto, tu non aver paura di nulla. &#8221; Così lo fece entrare nel terzo ripiano dell&#8217;armadio e chiuse lo sportello con il catenaccio; dopo di che andò alla porta di casa, davanti alla quale c&#8217;era il re in persona.<br />
Non appena ella vide il sovrano, baciò la terra davanti a lui e, presolo per mano, lo condusse nella sala e lo fece sedere con grande rispetto sul divano dicendogli: &#8221; In verità, o re, tu mi fai un altissimo onore, tanto che, se io ti offrissi il mondo intero e tutto ciò che esso contiene, tale dono non varrebbe uno solo dei passi che tu hai fatto per venire fin qui. &#8221; Poi, dopo essersi di nuovo inchinata e aver baciato la terra davanti al sovrano, gli disse: &#8221; Concedimi di dire una parola. &#8221; &#8221; Di&#8217; quello che vuoi,,,&#8221; rispose il re, e allora la donna disse: &#8221; 0 mio signore, mettiti a tuo agio e togliti questi abiti e questo turbante. &#8221; Il re, ben lieto di accontentarla, si tolse di dosso gli abiti, che valevano per lo meno mille dinàr, e si mise addosso una vestarella sdrucita che valeva tutt&#8217;al più dieci dirham.<br />
Poi la donna si mise a chiacchierare e a scherzare con lui; e mentre tutto ciò accadeva, gli altri che erano chiusi nell&#8217;armadio sentivano ogni cosa ma non osavano dire una parola.<br />
E dopo un poco che erano lì a scherzare, il re, sentendo l&#8217;imprescindibile urgenza di possedere la giovane, allungò le mani per slacciarle gli abiti; ma quella gli disse: &#8221; Questa cosa avremo tempo di farla quante volte vorremo, ma prima io desidero che tu ti rifocilli e accetti ciò che ho preparato appositamente per te. &#8221;<br />
Ma ecco che, mentre stavano parlando, si sentì picchiare alla porta, e il re chiese alla donna: &#8221; Chi è che bussa? &#8221; &#8221; Mio marito. &#8221;<br />
Allora il re si corrucciò e disse: &#8221; Fa&#8217; che se ne vada con le buone, altrimenti verrò io alla porta e lo costringerò ad andarsene. &#8221; &#8221; Questo non starebbe bene, mio signore, &#8221; rispose la donna; &#8221; abbi pazienza e lascia che sia io a mandarlo via con qualche stratagemma. &#8221; &#8221; Ma intanto io che cosa farò? &#8221; Allora la donna lo prese per mano, lo fece entrare nel quarto ripiano dell&#8217;armadio e chiuse lo sportello con il catenaccio. Poi andò ad aprire la porta di casa ed ecco che entrò il falegname e la salutò.<br />
E come lo vide la donna lo affrontò dicendogli: &#8221; Che razza di armadio mi hai fabbricato? &#8221; &#8221; Cosa c&#8217;è che non va, mia signora? &#8221; s&#8217;informò il falegname. E quella rispose: &#8221; Il ripiano in cima è troppo stretto. &#8221; Rispose il. falegname: &#8221; Questo non può essere. &#8221; E la donna: &#8221; Entra e vieni a vedere con i tuoi occhi; è così stretto che non ci entreresti nemmeno tu. &#8221; Al che il falegname rispose: &#8221; L&#8217;ho fatto tanto grande che ci entrerebbero quattro persone. &#8221; E dicendo ciò si infilò nel quinto ripiano; ed ecco che la donna gli chiuse addosso lo sportello mettendo il catenaccio. Poi prese la lettera del capo della polizia e si recò dall&#8217;intendente, il quale, dopo aver letto il messaggio e averlo baciato, consegnò alla donna il giovane amante. Ella raccontò all&#8217;amico tutto quello che aveva fatto, e questi disse: &#8221; E adesso,. come dovremo comportarci? &#8221; &#8221; Ce ne andremo in un&#8217;altra città, &#8221; rispose la donna, &#8221; perché dopo questa faccenda qui non è più aria per noi. &#8221;<br />
Così i due presero tutti i loro averi, compresi gli abiti preziosi dei personaggi che erano rinchiusi nell&#8217;armadio, e dopo aver caricato ogni cosa sui cammelli partirono per un&#8217;altra città.<br />
Intanto, i cinque chiusi nell&#8217;armadio se ne stavano in silenzio per paura che in casa ci fosse qualcuno e si accorgesse di loro.<br />
E rimasero così per tre giorni e tre notti, senza mangiare, senza bere e senza poter soddisfare i bisogni corporali, fino a che il falegname, che aveva una gran voglia di orinare, non poté più trattenersi e mollò una gran bagnata in testa al re, e il re minse in testa al visir, e il visir orinò in testa al capo della polizia, e il capo della polizia pisciò in testa al cadì, il quale come sentì cadere quella gran pioggia cominciò a gridare:<br />
&#8221; Che razza di porcheria è questa? Non basta che si debba stare chiusi qui dentro, dobbiamo anche sentirci pisciare in testa? &#8221; Allora il capo della polizia riconobbe la voce del cadì e gli gridò: &#8221; Che Allàh ti rimeriti, o cadì! &#8221; E così il cadì seppe che sopra di lui c&#8217;era il capo della polizia. Poi il capo della polizia alzò anch&#8217;egli la voce e disse rivolto a quello del piano di sopra: &#8221; Che razza di porcheria è questa? &#8221; E il visir di rimando: &#8221; Che Allàh ti rimeriti, o capo della polizia! &#8221; Cosi il capo della polizia seppe che sopra di lui c&#8217;era il visir. A sua volta il visir si mise a gridare: &#8221; Che razza di porcheria è questa? &#8221; Ma quando il re udì la voce del suo ministro rimase zitto e non si diede a conoscere. Allora il visir disse: &#8221; Allàh maledica colei che ci ha fatto questo scherzo! Quella dannata femmina è riuscita a chiudere in questo armadio i maggiori dignitari dello stato, fatta eccezione per il re. &#8221; Allora il re non si poté più trattenere ed esclamò: &#8221; Taci, o visir, perché io sono stato il primo a cadere nella rete di questa infame puttana. &#8221;<br />
A questo punto il falegname cominciò a gridare: &#8221; E io in tutto questo che cosa c&#8217;entro? Le ho fabbricato un armadio per quattro dinàr d&#8217;oro, e, quando sono venuto a riscuotere, con un inganno mi ha fatto entrare qui e mi ci ha chiuso dentro. &#8221; Poi tutti e cinque cominciarono a chiacchierare per distrarre il sovrano e per non pensare ai loro guai.<br />
E mentre ciò accadeva ecco che tornò dal suo lungo viaggio il marito della donna e, arrivato davanti alla porta di casa sua, cominciò a bussare. Ma per quanto bussasse nessuno gli veniva ad aprire. Allora si rivolse ai vicini e chiese notizie della moglie, ma questi non ne sapevano nulla ed anzi si meravigliavano moltissimo che nessuno andasse ad aprire perché fino a tre giorni prima avevano visto la donna che entrava ed usciva. Allora, temendo che fosse successa qualche disgrazia, sfondarono la porta ed entrarono tutti in casa con il marito in testa; e quando furono arrivati nella sala videro quel grande armadio, dal quale veniva uno strano rumore di voci. &#8221; Sicuramente, &#8221; disse un vicino, &#8221; questo armadio è abitato da spiriti maligni.<br />
La cosa migliore da fare è di prenderlo e dargli fuoco. &#8221; Quando quelli che stavano dentro sentirono ciò, cominciarono a gridare: &#8221; Non lo fate! Non lo fate! &#8221; Allora il marito e i vicini si dissero l&#8217;un l&#8217;altro: &#8221; Questi sono proprio spiriti maligni, che per farci credere di essere creature mortali parlano con voce di uomini. &#8221; Udendo queste parole, il cadì cominciò a recitare alcuni versetti del Corano acciocché quelli che erano di fuori fossero sicuri che quelli che erano dentro non erano spiriti maligni. Poi disse ai vicini: &#8221; Avvicinatevi all&#8217;armadio in cui siamo rinchiusi. &#8221; E quando quelli furono vicini disse: &#8220;lo sono il cadì, e ho riconosciuto fra voi la voce del tale e del tal altro e sappiate che qui dentro non sono solo. &#8221; &#8221; Ma si può sapere chi vi ha ficcato lì dentro? &#8221; chiese il marito della donna. Allora il cadì raccontò dal principio alla fine tutto quanto era accaduto. Dopo di che mandarono a chiamare un falegname, il quale ruppe i cinque catenacci, apri i cinque sportelli ed ecco che uno dopo l&#8217;altro uscirono dall&#8217;armadio il cadì, il capo della polizia, il visir, il re e il falegname; e poiché erano vestiti con gli strani abbigliamenti che aveva posto loro indosso la donna, guardandosi l&#8217;un l&#8217;altro cominciarono a ridere di quella straordinaria avventura. Alla fine il re, vedendo in un canto il marito della donna, che era l&#8217;unico a non ridere di tutta quella faccenda, per consolarlo lo nominò suo visir della mano sinistra. Poi, dato che le più alte cariche dello stato non potevano comparire al cospetto della gente in quella buffa tenuta, furono mandati a prendere altri vestiti e ognuno assunse così l&#8217;aspetto che competeva alla sua alta posizione, dopo di che ciascuno se ne andò per i fatti suoi.</p>
<h5>Fonte: arab.it</h5>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 168px; width: 1px; height: 1px;"><span style="font-family: Comic Sans MS; font-size: medium;">Mi è venuto in mente, o re felice, che c&#8217;era una volta, nel tempo          andato, in una certa città, una donna, figlia di ricchi mercanti,          la quale aveva un marito che era un gran viaggiatore. Ora accadde che          una volta questo marito partì per visitare paesi lontani e la sua          assenza si prolungò a tal punto che la moglie fu colta da grandissima          noia, e non potendo più sopportare la sua solitudine, tanto più          che era molto bella e nel fiore degli anni, accettò la corte di          un giovanotto figlio di mercanti.<br />
I due si amarono con tanta passione che da quel momento le giornate parvero          alla donna non già lunghe ma brevissime e, poiché il giovane          era instancabile nel dare quanto la donna era insaziabile nel prendere,          così fra il dare e il prendere il tempo cominciò a scorrere          molto lietamente e la donna smise di lagnarsi per la lunga assenza del          marito viaggiatore.<br />
Ora avvenne che un giorno questo giovanotto litigò con un uomo          e lo picchiò e quest&#8217;uomo andò dal capo della polizia a          sporgere denuncia, e il giovanotto venne preso e gettato in carcere.<br />
Quando l&#8217;amante seppe che il giovanotto era stato chiuso in prigione,          si disperò moltissimo e quasi perdette il senno, ma poi ci ripensò          meglio; si vesti con gli abiti più belli e si recò a casa          del capo della polizia. Lo salutò con un grazioso inchino e gli          porse la seguente petizione scritta: &#8221; Colui che tu hai gettato in          carcere è il Tal dei Tali mio fratello, il quale ha litigato con          un certo Tizio; ma la cagione del litigio e il modo in cui si sono svolte          le cose ti sono stati falsamente riferiti da testimoni non degni di fede.          Perciò mio fratello è ora ingiustamente chiuso nelle tue          carceri, e io sono rimasta sola e senza alcuno che provveda a me. Imploro          quindi la tua clemenza affinché egli venga liberato. &#8221;<br />
Quando il capo della polizia ebbe letto la supplica, osservò la          donna, vide che era bella, e subito fu preso dal desiderio di possederla;          perciò le disse: &#8221; Entra un momento nelle mie stanze, fintanto          che io abbia risolto questa faccenda. Dopo, potrai portarti via tuo fratello.          &#8221; &#8221; Signore mio, &#8221; rispose la donna; &#8221; solo Allàh          Onnipotente è il mio protettore; io sono straniera in questa casa          e non posso entrare nelle tue stanze. &#8221; &#8221; Parliamoci chiaro,          &#8221; replicò il capo della polizia, &#8221; se vuoi che tuo fratello          venga liberato, non v&#8217;è altro mezzo se non questo: che tu entri          nelle mie stanze lasciando che io prenda di te tutto il mio piacere. &#8221;          Quando udì queste parole, la donna sospirò e rispose: &#8221;          Se così deve essere né v&#8217;è altro modo di fare uscire          mio fratello dal carcere, sarà meglio che tu venga a casa mia,          dove potrai riposare tutto il giorno senza che alcuno ci disturbi, e il          mio onore sarà salvo. &#8221; &#8221; E dov&#8217;è casa tua? &#8221;          &#8221; Nel tal posto, &#8221; rispose la donna, e gli fissò un appuntamento.          Poi se ne andò lasciandolo pieno di desiderio e impaziente di soddisfarlo.<br />
Visto come si erano messe le cose, la donna pensò di andare dal          giudice della città, al quale disse: &#8221; 0 mio signore, sei          tu il cadì di questa città? &#8221; &#8221; Sì! &#8221;          rispose il cadì. &#8221; Ebbene, mio signore, degnati di considerare          con clemenza il mio caso e l&#8217;altissimo non mancherà di ricompensarti!          &#8221; Allora il cadì disse: &#8221; Quale torto ti è stato          fatto? &#8221; E la donna rispose: &#8221; Signore mio, io ho un fratello          e non ho altri a questo mondo che mi sostenga e mi protegga; ed è          appunto per causa sua che sono venuta da te; infatti, il capo della polizia          lo ha messo in prigione come un delinquente perché certi uomini          hanno fatto contro di lui falsa testimonianza. Ora io ti supplico d&#8217;intercedere          per lui presso il capo della polizia. &#8221;<br />
Udendo queste parole, il cadì si avvicinò alla donna, la          guardò e fu preso da violenta passione per lei, così che          le disse: &#8221; Entra in casa e riposati un momento in compagnia delle          mie schiave mentre io mando al capo della polizia l&#8217;ordine di liberare          tuo fratello. E se ci sarà un&#8217;ammenda da pagare, la pagherò          io di tasca mia, a patto che tu lasci ch&#8217;io sfoghi con te il mio desiderio          perché il tuo bel modo di parlare mi ha reso innamorato di te.&#8221;<br />
Allora la donna disse: &#8221; Se tu, signore mio, fai queste cose, allora          non possiamo più biasimare nessuno. &#8221; E il cadì replicò:          &#8221; Se non entri in casa, puoi pure andartene per i fatti tuoi. &#8221;          La donna sospirò, come se fosse rassegnata, e disse: &#8221; Se,          così deve essere, signore, sarà meglio che questa cosa avvenga          in casa mia, perché qui ci sono schiave, eunuchi e gente che va          e gente che viene, e io sono una donna che non è abituata a simili          faccende, e se lo faccio è perché vi sono costretta. &#8221;          &#8221; E dov&#8217;è casa tua? &#8221; &#8221; Nel tal posto, &#8221; rispose          la donna, e gli diede appuntamento per lo stesso giorno in cui aveva dato          appuntamento al capo della polizia.<br />
Uscita da casa del cadì, si recò nel luogo dove stava il          visir, e dopo avergli presentato la petizione spiegandogli che aveva assolutamente          bisogno dell&#8217;assistenza del fratello, lo supplicò d&#8217;intercedere          in suo favore. Ma anche il visir, dopo avere osservato le forme graziose          della donna, le disse che suo fratello poteva essere liberato solo se          ella acconsentiva a fare subito con lui quella tal cosa.<br />
Allora la donna gli disse: &#8221; Se non è possibile farne a meno,          facciamola almeno a casa mia, un luogo più discreto per me e per          te. Non è distante, e tu sai che noi donne amiamo la pulizia e          gli agi. &#8221; &#8221; E dov&#8217;è casa tua? &#8221; &#8221; Nel tal          posto, &#8221; rispose la donna, e gli fissò lo stesso appuntamento          che aveva dato agli altri due.<br />
Lasciato il &#8216;visir, la donna si recò dal re della città,          che stava seduto in trono, e dopo avere baciato la terra davanti ai suoi          piedi lo supplicò che liberasse dal carcere il fratello. &#8221;          Chi lo ha imprigionato? &#8221; domandò il re. E la donna rispose:          &#8221; E stato il tuo capo della polizia. &#8221; Ma intanto il re, che          l&#8217;aveva sentita parlare e aveva osservato la delicatezza delle sue forme,          si senti bruciare il cuore da violento amore e ordinò alla donna          di entrare con lui nel palazzo, mentre egli avrebbe dato ordine al cadì          di liberare il fratello. &#8221; 0 potente signore, &#8221; rispose la donna,          &#8221; non potrei andare ad aspettare mio fratello a casa mia, o recarmi          io stessa a prenderlo alle carceri? &#8221; &#8221; Questo non può          essere, &#8221; rispose il re, &#8221; perché io sono stato preso          da grande amore per te ed è assolutamente indispensabile che io          soddisfi questa passione. Se io non farò con te ciò che          il marito fa con la moglie, tu non rivedrai mai tuo fratello. &#8221; &#8221;          0 re potentissimo, &#8221; rispose la donna baciando la terra davanti al          sovrano, &#8221; a te nessuno può resistere ed è facile per          te ottenere quello che chiedi, con le buone o con le cattive. Io sono          felice che tu abbia posto gli occhi sopra di me, ma sarò ancor          più felice se tu vorrai onorare con la tua presenza la mia casa,          che è un luogo discreto ed appartato dove nessuno potrà          interromperci. &#8221; E il re rispose: &#8221; In questo non voglio contraddirti.          &#8221;<br />
Allora la donna indicò al re dove fosse la sua casa e gli fissò          lo stesso appuntamento che aveva fissato agli altri tre.<br />
Così la donna uscì dal palazzo reale e si recò da          un tale che faceva il falegname e gli disse: &#8220;Voglio che tu mi faccia          per il tal giorno un armadio molto robusto, a quattro piani. Le misure          devono essere queste e queste e voglio che ogni ripiano abbia un suo sportello          e che questo sportello si chiuda con un solido catenaccio. Ora dimmi qual          è il tuo prezzo, ché io te lo pagherò. &#8221;<br />
Il falegname, che aveva adocchiato la sua cliente mentre costei parlava,          rispose: &#8221; Signora mia, il tempo che tu mi dai per costruire quest&#8217;armadio          è poco e se io dovessi chiederti un prezzo non potrei chiederti          meno di quattro dinàr d&#8217;oro. Ma, se tu vorrai entrare un momento          nel mio retrobottega per chiacchierare un poco, forse potremmo intenderci,          e io ti fabbricherei l&#8217;armadio senza chiederti nemmeno un soldo. &#8221;<br />
La donna rispose: &#8221; Certo, l&#8217;idea di risparmiare quattro dinàr          d&#8217;oro non mi ripugna, ma ti pare che il tuo retrobottega sia il luogo          adatto per fare il genere di discorsi che tu vuoi fare con me? lo credo          che staremo molto più comodi e a nostro agio in casa mia, così,          se tu mi porterai domani questo armadio, fatto come t&#8217;ho detto&#8230; A proposito,          già che ci sei, sarà meglio che tu lo faccia di cinque ripiani          invece che di quattro&#8230; ti prometto che discorreremo con tutta calma          e tanto a lungo finché avrai fiato per discorrere. &#8221; A queste          parole il falegname soddisfatto rispose: &#8221; Sia come tu vuoi, signora.          Domani ti porterò l&#8217;armadio finito di tutto punto. &#8221;<br />
Sistemata anche questa faccenda, la donna si recò a casa sua, prese          quattro vesti da casa del marito e le portò dal tintore ordinandogli          di tingerle in quattro colori diversi. Quindi si occupò a preparare          tutto l&#8217;occorrente in fatto di cibi, bevande, fiori e profumi.<br />
Il giorno dell&#8217;appuntamento, la donna si vesti con il suo abito più          ricco e più bello, si acconciò e si profumò, stese          per terra morbidi e sontuosi tappeti, quindi si sedette in attesa del          primo che sarebbe venuto. Ed ecco che il primo a presentarsi fu il cadì:          quando la donna lo vide, si alzò, gli andò incontro e dopo          aver baciato la terra davanti a lui lo prese per mano e lo fece sedere          su un divano. Poi la donna si sdraiò accanto a lui e cominciò          a scherzare e a fargli mille moine, sì che il cadì senti          agitarsi dentro di sè l&#8217;eredità di suo padre e volle soddisfare          subito il suo desiderio, ma la donna gli disse: &#8221; Signore mio, togliti          codesti abiti e codesto turbante e mettiti indosso questa vestaglia gialla,          e poniti in testa questo fazzoletto mentre io porto cibi e bevande. Dopo          che ci saremo rifocillati, farai quello che vorrai. &#8221;<br />
Così dicendo, gli prese gli abiti e il turbante e gli mise la vestaglia          e il fazzoletto. Ma ecco che si senti bussare alla porta e il cadì          chiese: &#8221; Chi è che bussa alla porta? &#8221; E la donna rispose:          &#8221; Mio marito. &#8221; Allora il cadì disse: &#8221; E ora cosa          si fa? Dove posso andare? &#8221; &#8221; Non aver paura, &#8221; disse la          donna, &#8221; ti nasconderò in questo armadio. &#8221; &#8221; Fa&#8217;          tu come ti sembra meglio. &#8221;<br />
Così la donna lo prese per mano e lo spinse nel ripiano più          basso dell&#8217;armadio. Poi chiuse lo sportello con il catenaccio e andò          alla porta di casa dove trovò il capo della polizia. La donna s&#8217;inchinò          a baciare la terra davanti a lui, poi lo prese per mano e lo condusse          nella sala dove lo fece sedere sul divano e gli disse: &#8221; Mio signore,          questa casa è la tua casa, questa dimora è la tua dimora          ed io sono la tua serva; passeremo insieme una intera giornata, perciò          togliti codesti abiti e indossa questa vestaglia rossa. &#8221; Così          gli tolse gli abiti, gli fece indossare la vestaglia rossa e gli mise          in capo un vecchio fazzoletto che aveva in casa; dopo di che si sedette          accanto a lui sul divano e cominciò a fargli carezze e moine, mentre          il capo della polizia l&#8217;abbracciava e la toccava ed era in un mare di          delizie. A questo punto la donna gli disse: &#8221; Signore, questa giornata          è tutta tua e nessuno la dividerà con te; ma prima usami          il favore e la cortesia di scrivermi un ordine per il rilascio di mio          fratello, così che io possa godere della tua compagnia con animo          più leggero. &#8221; &#8221; Ascolto e obbedisco, &#8221; disse il          capo della polizia; &#8221; per la mia vita e per i miei occhi avrai l&#8217;ordine!          &#8221; E sull&#8217;istante scrisse al suo intendente una lettera del seguente          tenore: &#8221; Appena riceverai questo messaggio, libera senza indugio          il Tal dei Tali e non opporre al latore della presente alcuna difficoltà.          &#8221; Poi appose il sigillo alla lettera e la consegnò alla donna,          la quale, dopo averla riposta accuratamente, si sdraiò di nuovo          sul divano e ricominciò a scherzare con il capo della polizia.          Sennonché, a un certo punto qualcuno bussò alla porta. &#8221;          Chi sarà mai? &#8221; chiese il capo della polizia. E la donna rispose:          &#8221; Mio marito. &#8221; &#8221; E adesso che cosa faccio? &#8221; &#8221;          Entra in questo armadio e restaci finché non lo avrò mandato          via con un pretesto e potrò ritornare da te. &#8221; Ciò          detto, lo ficcò nel secondo ripiano dell&#8217;armadio a cominciare dal          basso e poi chiuse col catenaccio lo sportello; e intanto il cadì,          che era chiuso nel ripiano inferiore, sentiva tutto quello che dicevano.<br />
Poi la donna andò alla porta di casa, la apri, ed ecco che entrò          il visir. Ella si inginocchiò davanti a lui e baciò la terra          e lo ricevette con tutto l&#8217;onore e il rispetto dicendo: &#8221; o mio signore,          tu mi fai un grande onore entrando in questa casa; che Allàh non          ci tolga mai la luce della tua presenza! &#8221;<br />
Quindi lo fece sedere sul divano e gli disse: &#8221; Signore, togliti          questi abiti pesanti e il turbante e indossa questa veste più leggera.          &#8221; Così dicendo, gli tolse gli abiti e il turbante e gli mise          indosso una sorta di tunica azzurra con un alto cappuccio rosso. &#8221;          Gli abiti che avevi erano quelli della tua carica, &#8221; gli disse, &#8221;          ma ogni circostanza vuole il suo abito, e perciò è giusto          che ora tu indossi questa veste leggera, che meglio si addice alle schermaglie          amorose, allo spasso e al sonno. &#8221; Ciò detto, ella si sdraiò          sul divano e cominciò a scherzare con il visir, finché questi          senti che quella tal cosa non poteva più essere rimandata; ma la          donna lo allontanò dicendo: &#8221; Signore mio, perché tanta          fretta? Non ci mancherà certo il tempo. &#8221;<br />
E mentre stavano chiacchierando ecco che si senti bussare alla porta e          il visir le chiese: &#8221; Chi è mai? &#8221; &#8221; Mio marito.          &#8221; &#8221; Che devo fare? &#8221; chiese il visir. &#8221; Entra in questo          armadio, &#8221; disse la donna. &#8221; Non appena mi sarò sbarazzata          di lui tornerò da te. Intanto, tu non aver paura di nulla. &#8221;          Così lo fece entrare nel terzo ripiano dell&#8217;armadio e chiuse lo          sportello con il catenaccio; dopo di che andò alla porta di casa,          davanti alla quale c&#8217;era il re in persona.<br />
Non appena ella vide il sovrano, baciò la terra davanti a lui e,          presolo per mano, lo condusse nella sala e lo fece sedere con grande rispetto          sul divano dicendogli: &#8221; In verità, o re, tu mi fai un altissimo          onore, tanto che, se io ti offrissi il mondo intero e tutto ciò          che esso contiene, tale dono non varrebbe uno solo dei passi che tu hai          fatto per venire fin qui. &#8221; Poi, dopo essersi di nuovo inchinata          e aver baciato la terra davanti al sovrano, gli disse: &#8221; Concedimi          di dire una parola. &#8221; &#8221; Di&#8217; quello che vuoi,,,&#8221; rispose          il re, e allora la donna disse: &#8221; 0 mio signore, mettiti a tuo agio          e togliti questi abiti e questo turbante. &#8221; Il re, ben lieto di accontentarla,          si tolse di dosso gli abiti, che valevano per lo meno mille dinàr,          e si mise addosso una vestarella sdrucita che valeva tutt&#8217;al più          dieci dirham.<br />
Poi la donna si mise a chiacchierare e a scherzare con lui; e mentre tutto          ciò accadeva, gli altri che erano chiusi nell&#8217;armadio sentivano          ogni cosa ma non osavano dire una parola.<br />
E dopo un poco che erano lì a scherzare, il re, sentendo l&#8217;imprescindibile          urgenza di possedere la giovane, allungò le mani per slacciarle          gli abiti; ma quella gli disse: &#8221; Questa cosa avremo tempo di farla          quante volte vorremo, ma prima io desidero che tu ti rifocilli e accetti          ciò che ho preparato appositamente per te. &#8221;<br />
Ma ecco che, mentre stavano parlando, si sentì picchiare alla porta,          e il re chiese alla donna: &#8221; Chi è che bussa? &#8221; &#8221;          Mio marito. &#8221;<br />
Allora il re si corrucciò e disse: &#8221; Fa&#8217; che se ne vada con          le buone, altrimenti verrò io alla porta e lo costringerò          ad andarsene. &#8221; &#8221; Questo non starebbe bene, mio signore, &#8221;          rispose la donna; &#8221; abbi pazienza e lascia che sia io a mandarlo          via con qualche stratagemma. &#8221; &#8221; Ma intanto io che cosa farò?          &#8221; Allora la donna lo prese per mano, lo fece entrare nel quarto ripiano          dell&#8217;armadio e chiuse lo sportello con il catenaccio. Poi andò          ad aprire la porta di casa ed ecco che entrò il falegname e la          salutò.<br />
E come lo vide la donna lo affrontò dicendogli: &#8221; Che razza          di armadio mi hai fabbricato? &#8221; &#8221; Cosa c&#8217;è che non va,          mia signora? &#8221; s&#8217;informò il falegname. E quella rispose: &#8221;          Il ripiano in cima è troppo stretto. &#8221; Rispose il. falegname:          &#8221; Questo non può essere. &#8221; E la donna: &#8221; Entra e          vieni a vedere con i tuoi occhi; è così stretto che non          ci entreresti nemmeno tu. &#8221; Al che il falegname rispose: &#8221; L&#8217;ho          fatto tanto grande che ci entrerebbero quattro persone. &#8221; E dicendo          ciò si infilò nel quinto ripiano; ed ecco che la donna gli          chiuse addosso lo sportello mettendo il catenaccio. Poi prese la lettera          del capo della polizia e si recò dall&#8217;intendente, il quale, dopo          aver letto il messaggio e averlo baciato, consegnò alla donna il          giovane amante. Ella raccontò all&#8217;amico tutto quello che aveva          fatto, e questi disse: &#8221; E adesso,. come dovremo comportarci? &#8221;          &#8221; Ce ne andremo in un&#8217;altra città, &#8221; rispose la donna,          &#8221; perché dopo questa faccenda qui non è più          aria per noi. &#8221;<br />
Così i due presero tutti i loro averi, compresi gli abiti preziosi          dei personaggi che erano rinchiusi nell&#8217;armadio, e dopo aver caricato          ogni cosa sui cammelli partirono per un&#8217;altra città.<br />
Intanto, i cinque chiusi nell&#8217;armadio se ne stavano in silenzio per paura          che in casa ci fosse qualcuno e si accorgesse di loro.<br />
E rimasero così per tre giorni e tre notti, senza mangiare, senza          bere e senza poter soddisfare i bisogni corporali, fino a che il falegname,          che aveva una gran voglia di orinare, non poté più trattenersi          e mollò una gran bagnata in testa al re, e il re minse in testa          al visir, e il visir orinò in testa al capo della polizia, e il          capo della polizia pisciò in testa al cadì, il quale come          sentì cadere quella gran pioggia cominciò a gridare:<br />
&#8221; Che razza di porcheria è questa? Non basta che si debba          stare chiusi qui dentro, dobbiamo anche sentirci pisciare in testa? &#8221;          Allora il capo della polizia riconobbe la voce del cadì e gli gridò:          &#8221; Che Allàh ti rimeriti, o cadì! &#8221; E così          il cadì seppe che sopra di lui c&#8217;era il capo della polizia. Poi          il capo della polizia alzò anch&#8217;egli la voce e disse rivolto a          quello del piano di sopra: &#8221; Che razza di porcheria è questa?          &#8221; E il visir di rimando: &#8221; Che Allàh ti rimeriti, o capo          della polizia! &#8221; Cosi il capo della polizia seppe che sopra di lui          c&#8217;era il visir. A sua volta il visir si mise a gridare: &#8221; Che razza          di porcheria è questa? &#8221; Ma quando il re udì la voce          del suo ministro rimase zitto e non si diede a conoscere. Allora il visir          disse: &#8221; Allàh maledica colei che ci ha fatto questo scherzo!          Quella dannata femmina è riuscita a chiudere in questo armadio          i maggiori dignitari dello stato, fatta eccezione per il re. &#8221; Allora          il re non si poté più trattenere ed esclamò: &#8221;          Taci, o visir, perché io sono stato il primo a cadere nella rete          di questa infame puttana. &#8221;<br />
A questo punto il falegname cominciò a gridare: &#8221; E io in          tutto questo che cosa c&#8217;entro? Le ho fabbricato un armadio per quattro          dinàr d&#8217;oro, e, quando sono venuto a riscuotere, con un inganno          mi ha fatto entrare qui e mi ci ha chiuso dentro. &#8221; Poi tutti e cinque          cominciarono a chiacchierare per distrarre il sovrano e per non pensare          ai loro guai.<br />
E mentre ciò accadeva ecco che tornò dal suo lungo viaggio          il marito della donna e, arrivato davanti alla porta di casa sua, cominciò          a bussare. Ma per quanto bussasse nessuno gli veniva ad aprire. Allora          si rivolse ai vicini e chiese notizie della moglie, ma questi non ne sapevano          nulla ed anzi si meravigliavano moltissimo che nessuno andasse ad aprire          perché fino a tre giorni prima avevano visto la donna che entrava          ed usciva. Allora, temendo che fosse successa qualche disgrazia, sfondarono          la porta ed entrarono tutti in casa con il marito in testa; e quando furono          arrivati nella sala videro quel grande armadio, dal quale veniva uno strano          rumore di voci. &#8221; Sicuramente, &#8221; disse un vicino, &#8221; questo          armadio è abitato da spiriti maligni.<br />
La cosa migliore da fare è di prenderlo e dargli fuoco. &#8221;          Quando quelli che stavano dentro sentirono ciò, cominciarono a          gridare: &#8221; Non lo fate! Non lo fate! &#8221; Allora il marito e i          vicini si dissero l&#8217;un l&#8217;altro: &#8221; Questi sono proprio spiriti maligni,          che per farci credere di essere creature mortali parlano con voce di uomini.          &#8221; Udendo queste parole, il cadì cominciò a recitare          alcuni versetti del Corano acciocché quelli che erano di fuori          fossero sicuri che quelli che erano dentro non erano spiriti maligni.          Poi disse ai vicini: &#8221; Avvicinatevi all&#8217;armadio in cui siamo rinchiusi.          &#8221; E quando quelli furono vicini disse: &#8220;lo sono il cadì,          e ho riconosciuto fra voi la voce del tale e del tal altro e sappiate          che qui dentro non sono solo. &#8221; &#8221; Ma si può sapere chi          vi ha ficcato lì dentro? &#8221; chiese il marito della donna. Allora          il cadì raccontò dal principio alla fine tutto quanto era          accaduto. Dopo di che mandarono a chiamare un falegname, il quale ruppe          i cinque catenacci, apri i cinque sportelli ed ecco che uno dopo l&#8217;altro          uscirono dall&#8217;armadio il cadì, il capo della polizia, il visir,          il re e il falegname; e poiché erano vestiti con gli strani abbigliamenti          che aveva posto loro indosso la donna, guardandosi l&#8217;un l&#8217;altro cominciarono          a ridere di quella straordinaria avventura. Alla fine il re, vedendo in          un canto il marito della donna, che era l&#8217;unico a non ridere di tutta          quella faccenda, per consolarlo lo nominò suo visir della mano          sinistra. Poi, dato che le più alte cariche dello stato non potevano          comparire al cospetto della gente in quella buffa tenuta, furono mandati          a prendere altri vestiti e ognuno assunse così l&#8217;aspetto che competeva          alla sua alta posizione, dopo di che ciascuno se ne andò per i          fatti suoi.</span></div>
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		<title>The Arabian Nights: The Story of the Merchant and the Jinni (nights 1 &#8211; 3)</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 11:10:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nico de Corato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[IT has been related to me, O happy King, said Shahrazad, that there was a certain merchant who had great wealth, and traded extensively with surrounding countries; and one day he mounted his horse, and journeyed to a neighbouring country to collect what was due to him, and, the heat oppressing him, he sat under a tree, in a garden, and put his hand into his saddle-bag, and ate a morsel of bread and a date which were among his provisions. Having eaten the date, he threw aside the stone, and immediately there appeared before him an ‘Efrit, of enormous height, who, holding a drawn sword in his hand, approached him, and said, Rise, that I may kill thee, as thou hast killed my son. the merchant asked him, How have I killed thy son? He answered, When thou atest the date, and threwest aside the stone, it struck my son upon the chest, and, as fate had decreed against him, he instantly died.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>IT has been related to me, O happy King, said Shahrazad, that there was a certain merchant who had great wealth, and traded extensively with surrounding countries; and one day he mounted his horse, and journeyed to a neighbouring country to collect what was due to him, and, the heat oppressing him, he sat under a tree, in a garden, and put his hand into his saddle-bag, and ate a morsel of bread and a date which were among his provisions. Having eaten the date, he threw aside the stone, and immediately there appeared before him an ‘Efrit, of enormous height, who, holding a drawn sword in his hand, approached him, and said, Rise, that I may kill thee, as thou hast killed my son. the merchant asked him, How have I killed thy son? He answered, When thou atest the date, and threwest aside the stone, it struck my son upon the chest, and, as fate had decreed against him, he instantly died.      1<br />
The merchant, on hearing these words, exclaimed, Verily to God we belong, and verily to Him we must return! There is no strength nor power but in God, the High, the Great! If I killed him, I did it not intentionally, but without knowing it; and I trust in thee that thou wilt pardon me.—The Jinni answered, Thy death is indispensable, as thou hast killed my son:—and so saying, he dragged him, and threw him on the ground, and raised his arm to strike him with the sword. The merchant, upon this, wept bitterly, and said to the Jinni, I commit my affair unto God, for no one can avoid what He hath decreed:—and he continued his lamentation, repeating the following verses:—<br />
Time consists of two days; this, bright; and that, gloomy; and life, of two moieties; this, safe; and that, a fearful.<br />
Say to him who hath taunted us on account of misfortunes, Doth fortune oppose any but the eminent?<br />
Dost thou observe that corpses float upon the sea, while the precious pearls remain in its furthest depths?<br />
When the hands of time play with us, misfortune is imparted to us by its protracted kiss.<br />
In the heaven are stars that cannot be numbered; but none is eclipsed save the sun and the moon.<br />
How many green and dry trees are on the earth; but none is assailed with stones save that which beareth fruit!<br />
Thou thoughtest well of the days when they went well with thee, and fearedst not the evil that destiny was bringing.<br />
—When he had finished reciting these verses, the Jinni said to him, Spare thy words, for thy death is unavoidable.      2<br />
Then said the merchant, Know, O ‘Efrit, that I have debts to pay, and I have much property, and children, and a wife, and I have pledges also in my possession: let me, therefore, go back to my house, and give to every one his due, and then I will return to thee: I bind myself by a vow and covenant that I will return to thee, and thou shalt do what thou wilt; and God is witness of what I say.—Upon this, the Jinni accepted his covenant, and liberated him; granting him a respite until the expiration of the year.      3<br />
The merchant, therefore, returned to his town, accomplished all that was upon his mind to do, paid every one what he owed him, and informed his wife and children of the event which had befallen him; upon hearing which, they and all his family and women wept. He appointed a guardian over his children, and remained with his family until the end of the year; when he took his grave-clothes under his arm, bade farewell to his household and neighbours, and all his relations, and went forth, in spite of himself; his family raising cries of lamentation, and shrieking.      4<br />
He proceeded until he arrived at the garden before mentioned; and it was the first day of the new year; and as he sat, weeping for the calamity which he expected soon to befall him, a sheykh, advanced in years, approached him, leading a gazelle with a chain attached to its neck. This sheykh saluted the merchant, wishing him a long life, and said to him, What is the reason of thy sitting alone in this place, seeing that it is a resort of the Jinn? The merchant therefore informed him of what had befallen him with the ‘Efrit, and of the cause of his sitting there; at which the sheykh, the owner of the gazelle, was astonished, and said, By Allah, O my brother, thy faithfulness is great, and thy story is wonderful! if it were engraved upon the intellect, it would be a lesson to him who would be admonished!—And he sat down by his side, and said, By Allah, O my brother, I will not quit this place until I see what will happen unto thee with this ‘Efrit. So he sat down, and conversed with him. And the merchant became almost senseless; fear entered him, and terror, and violent grief, and excessive anxiety. And as the owner of the gazelle sat by his side, lo, a second sheykh approached them, with two black hounds, and inquired of them, after saluting them, the reason of their sitting in that place, seeing that it was a resort of the Jann: and they told him the story from beginning to end. And he had hardly sat down when there approached them a third sheykh, with a dapple mule; and he asked them the same question, which was answered in the same manner.      5<br />
Immediately after, the dust was agitated, and became an enormous revolving pillar, approaching them from the midst of the desert: and this dust subsided, and behold, the Jinni, with a drawn sword in his hand; his eyes casting forth sparks of fire. He came to them, and dragged from them the merchant, and said to him, Rise, that I may kill thee, as thou killedst my son, the vital spirit of my heart. And the merchant wailed and wept: and the three sheykhs also manifested their sorrow by weeping and crying aloud and wailing: but the first sheykh, who was the owner of the gazelle, recovering his self-possession, kissed the hand of the ‘Efrit, and said to him, O thou Jinni, and crown of the kings of the Jann, if I relate to thee the story of myself and this gazelle, and thou find it to be wonderful, and more so than the adventure of this merchant, wilt thou give up to me a third of thy claim to his blood? He answered, Yes, O sheykh; if thou relate to me the story, and I find it to be as thou hast said, I will give up to thee a third of my claim to his blood.</p>
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<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="3" width="601" align="center" bgcolor="#ffffff">
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<tr>
<td>I<span>T</span> has been related to me, O happy King, said Shahrazad, that there was a certain merchant who had great wealth, and traded extensively with surrounding countries; and one day he mounted his horse, and journeyed to a neighbouring country to collect what was due to him, and, the heat oppressing him, he sat under a tree, in a garden, and put his hand into his saddle-bag, and ate a morsel of bread and a date which were among his provisions. Having eaten the date, he threw aside the stone, and immediately there appeared before him an ‘Efrit, of enormous height, who, holding a drawn sword in his hand, approached him, and said, Rise, that I may kill thee, as thou hast killed my son. the merchant asked him, How have I killed thy son? He answered, When thou atest the date, and threwest aside the stone, it struck my son upon the chest, and, as fate had decreed against him, he instantly died.</td>
<td align="right" valign="top"><span><a name="1"><em> 1</em></a></span></td>
</tr>
<tr>
<td>The merchant, on hearing these words, exclaimed, Verily to God we belong, and verily to Him we must return! There is no strength nor power but in God, the High, the Great! If I killed him, I did it not intentionally, but without knowing it; and I trust in thee that thou wilt pardon me.—The Jinni answered, Thy death is indispensable, as thou hast killed my son:—and so saying, he dragged him, and threw him on the ground, and raised his arm to strike him with the sword. The merchant, upon this, wept bitterly, and said to the Jinni, I commit my affair unto God, for no one can avoid what He hath decreed:—and he continued his lamentation, repeating the following verses:—</p>
<table border="0" cellspacing="1" cellpadding="1">
<tbody>
<tr>
<td></td>
<td>Time consists of two days; this, bright; and that, gloomy; and life, of two moieties; this, safe; and that, a fearful.</td>
</tr>
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<td></td>
<td>Say to him who hath taunted us on account of misfortunes, Doth fortune oppose any but the eminent?</td>
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<td></td>
<td>Dost thou observe that corpses float upon the sea, while the precious pearls remain in its furthest depths?</td>
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<td></td>
<td>When the hands of time play with us, misfortune is imparted to us by its protracted kiss.</td>
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<td></td>
<td>In the heaven are stars that cannot be numbered; but none is eclipsed save the sun and the moon.</td>
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<td></td>
<td>How many green and dry trees are on the earth; but none is assailed with stones save that which beareth fruit!</td>
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<td></td>
<td>Thou thoughtest well of the days when they went well with thee, and fearedst not the evil that destiny was bringing.</td>
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<p>—When he had finished reciting these verses, the Jinni said to him, Spare thy words, for thy death is unavoidable.</td>
<td align="right" valign="top"><span><a name="2"><em> 2</em></a></span></td>
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<td>Then said the merchant, Know, O ‘Efrit, that I have debts to pay, and I have much property, and children, and a wife, and I have pledges also in my possession: let me, therefore, go back to my house, and give to every one his due, and then I will return to thee: I bind myself by a vow and covenant that I will return to thee, and thou shalt do what thou wilt; and God is witness of what I say.—Upon this, the Jinni accepted his covenant, and liberated him; granting him a respite until the expiration of the year.</td>
<td align="right" valign="top"><span><a name="3"><em> 3</em></a></span></td>
</tr>
<tr>
<td>The merchant, therefore, returned to his town, accomplished all that was upon his mind to do, paid every one what he owed him, and informed his wife and children of the event which had befallen him; upon hearing which, they and all his family and women wept. He appointed a guardian over his children, and remained with his family until the end of the year; when he took his grave-clothes under his arm, bade farewell to his household and neighbours, and all his relations, and went forth, in spite of himself; his family raising cries of lamentation, and shrieking.</td>
<td align="right" valign="top"><span><a name="4"><em> 4</em></a></span></td>
</tr>
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<td>He proceeded until he arrived at the garden before mentioned; and it was the first day of the new year; and as he sat, weeping for the calamity which he expected soon to befall him, a sheykh, advanced in years, approached him, leading a gazelle with a chain attached to its neck. This sheykh saluted the merchant, wishing him a long life, and said to him, What is the reason of thy sitting alone in this place, seeing that it is a resort of the Jinn? The merchant therefore informed him of what had befallen him with the ‘Efrit, and of the cause of his sitting there; at which the sheykh, the owner of the gazelle, was astonished, and said, By Allah, O my brother, thy faithfulness is great, and thy story is wonderful! if it were engraved upon the intellect, it would be a lesson to him who would be admonished!—And he sat down by his side, and said, By Allah, O my brother, I will not quit this place until I see what will happen unto thee with this ‘Efrit. So he sat down, and conversed with him. And the merchant became almost senseless; fear entered him, and terror, and violent grief, and excessive anxiety. And as the owner of the gazelle sat by his side, lo, a second sheykh approached them, with two black hounds, and inquired of them, after saluting them, the reason of their sitting in that place, seeing that it was a resort of the Jann: and they told him the story from beginning to end. And he had hardly sat down when there approached them a third sheykh, with a dapple mule; and he asked them the same question, which was answered in the same manner.</td>
<td align="right" valign="top"><span><a name="5"><em> 5</em></a></span></td>
</tr>
<tr>
<td>Immediately after, the dust was agitated, and became an enormous revolving pillar, approaching them from the midst of the desert: and this dust subsided, and behold, the Jinni, with a drawn sword in his hand; his eyes casting forth sparks of fire. He came to them, and dragged from them the merchant, and said to him, Rise, that I may kill thee, as thou killedst my son, the vital spirit of my heart. And the merchant wailed and wept: and the three sheykhs also manifested their sorrow by weeping and crying aloud and wailing: but the first sheykh, who was the owner of the gazelle, recovering his self-possession, kissed the hand of the ‘Efrit, and said to him, O thou Jinni, and crown of the kings of the Jann, if I relate to thee the story of myself and this gazelle, and thou find it to be wonderful, and more so than the adventure of this merchant, wilt thou give up to me a third of thy claim to his blood? He answered, Yes, O sheykh; if thou relate to me the story, and I find it to be as thou hast said, I will give up to thee a third of my claim to his blood.</td>
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		<title>Dalle Mille e una notte: Ali Babà e i 40 ladroni</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Nov 2009 21:35:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>follyx</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img class="aligncenter size-full wp-image-1457" title="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights" src="http://www.dubaiblog.it/wp-content/uploads/2009/11/fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights.jpg" alt="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights" width="620" height="280" />

Mi è venuto in mente, o re felice, che nel tempo dei tempi, in una città della Persia, vivevano due fratelli, che si chiamavano uno Qassim e l'altro Alì Babà. Quando il padre di costoro, che era un uomo di modeste risorse, fu passato nella misericordia del Signore, i due fratelli procedettero a dividersi equamente i magri beni lasciati dal genitore. Certo l'eredità non migliorò di molto la condizione dei due fratelli, perché i beni lasciati dal padre erano ben poca cosa. Ma Qassim ebbe la fortuna di conoscere un giorno una mezzana, la quale, dopo avere sperimentato su di se e con piena soddisfazione le gagliarde virtù di copulatore del giovanotto, gli combinò un matrimonio con una ragazza piacevole di aspetto e per giunta - benedetto sia Colui che distribuisce! - provvista di beni di fortuna e padrona di una bottega fornita di ogni mercanzia, così che Qassim diventò dall'oggi al domani un uomo agiato, anzi, uno dei più ricchi mercanti della città e poté fare a meno di preoccuparsi dell'avvenire. Lo stesso non si poteva dire dell'altro fratello, Alì Babà..]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1457" title="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights" src="http://www.dubaiblog.it/wp-content/uploads/2009/11/fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights.jpg" alt="fiabe-arabe-notti-d-oriente-1001-notti-arabian-nights" width="620" height="280" /></p>
<p><em>Mi è venuto in mente, o re felice, che nel tempo dei tempi, in una città della Persia, vivevano due fratelli, che si chiamavano uno Qassim e l&#8217;altro Alì Babà. Quando il padre di costoro, che era un uomo di modeste risorse, fu passato nella misericordia del Signore, i due fratelli procedettero a dividersi equamente i magri beni lasciati dal genitore. Certo l&#8217;eredità non migliorò di molto la condizione dei due fratelli, perché i beni lasciati dal padre erano ben poca cosa. Ma Qassim ebbe la fortuna di conoscere un giorno una mezzana, la quale, dopo avere sperimentato su di se e con piena soddisfazione le gagliarde virtù di copulatore del giovanotto, gli combinò un matrimonio con una ragazza piacevole di aspetto e per giunta &#8211; benedetto sia Colui che distribuisce! &#8211; provvista di beni di fortuna e padrona di una bottega fornita di ogni mercanzia, così che Qassim diventò dall&#8217;oggi al domani un uomo agiato, anzi, uno dei più ricchi mercanti della città e poté fare a meno di preoccuparsi dell&#8217;avvenire. Lo stesso non si poteva dire dell&#8217;altro fratello, Alì Babà, il quale aveva sposato una donna povera come lui, viveva in una povera casa e possedeva quale unica ricchezza tre somari che gli servivano per trasportare in città la legna che andava a tagliare nei boschi e con la vendita della quale tirava avanti &#8216;alla meno peggio.<br />
Ora avvenne che un giorno, mentre Alì Babà si trovava nel bosco a tagliare legna come al solito, senti in lontananza un rumore sordo che si avvicinava sempre più e alla fine, prestando orecchio, Alì Babà fu certo che si trattasse del trepestio di parecchi cavalli che correvano al galoppo. Poiché quel luogo era lontano da ogni via di passaggio e molto solitario, Alì Babà pensò dovesse trattarsi di qualche banda di ladri e ritenne prudente rimettersi in salvo fino a che non avesse potuto vedere chi erano i cavalieri che arrivavano così di carriera. Perciò si arrampicò su un grande albero che sorgeva in cima a una rupe isolata e si nascose fra i rami in modo da poter vedere senza essere veduto. E fu una saggia decisione la sua, perché di lì a poco vide arrivare al gran galoppo una masnada di cavalieri, grandi e grossi, armati fino ai denti e dalle facce feroci. Alì Babà capì allora di non essersi sbagliato e fu certo che quegli uomini dal fiero aspetto erano dei banditi di strada.<br />
A un cenno del loro capo, smontarono da cavallo, legarono le bestie agli alberi, quindi tolsero dalle selle delle bisacce e se le caricarono sulle spalle. Curvi sotto il peso delle bisacce, s&#8217;incamminarono in fila indiana sfilando sotto l&#8217;albero dove si trovava Alì Babà il quale poté così contarli comodamente e vide che erano in tutto quaranta, né uno di più né uno di meno. Colui che marciava in testa alla fila e che doveva essere il capo dei banditi, arrivato davanti a una grande roccia seminascosta da un folto di cespugli, si fermò, depositò la propria bisaccia a terra e, con voce squillante, gridò: &#8221; Sesamo, apriti! &#8221; Non appena ebbe detto queste parole, ecco che la roccia girò su se stessa, come una porta sui cardini, rivelando una vasta apertura.<br />
I banditi uno dopo l&#8217;altro e da ultimo il capo, dopo essersi ricaricata sulle spalle la bisaccia, entrò anche lui; dopo di che la roccia girò di nuovo su se stessa bloccando l&#8217;apertura e per quanto Alì Babà, che pure non era lontano, aguzzasse la vista, non gli fu possibile scorgere né un segno né una fenditura che rivelasse l&#8217;ingresso di una grotta. Alì Babà, che aveva assistito stupefatto allo spettacolo che si era svolto sotto i suoi occhi, non sapeva che partito prendere. Dapprima pensò di scendere dall&#8217;albero, impadronirsi di un paio di cavalli e fuggire con quelli in città. Ma riflettendoci bene temette che i banditi uscissero dalla grotta mentre lui cercava di squagliarsela, e in tal caso nessuno avrebbe potuto salvarlo da una fine miserevole. Decise perciò che la cosa migliore era di rimanere dove si trovava, anche perché era incuriosito di vedere che cosa sarebbe successo. Dopo un bel po&#8217; che stava lì sull&#8217;albero e si sentiva già le gambe fonnicolare per la scomoda posizione, Alì Babà vide che la roccia tornava a girare su se stessa, ed ecco che dall&#8217;antro uscirono di nuovo in fila indiana i banditi recando in mano le bisacce, ma questa volta vuote. Da ultimo uscì il capo il quale assicuratosi che nessuno fosse rimasto nella grotta, si voltò verso la roccia e con la solita voce squillante gridò: &#8221; Sesamo, chiuditi! &#8221;<br />
Dopo di che i banditi tornarono tutti ai cavalli, legarono le bisacce alle selle, montarono in groppa e spronarono via par Alì Babà sarebbe stato tentato di scendere subito dall&#8217;albero, ma la prudenza di cui Allà lo aveva fornito gli consigliò di rimanere dove si trovava, in quanto pensò che forse i ladroni potevano aver dimenticato qualche cosa e sarebbero tornati indietro a prenderla e così lo avrebbero sorpreso. Cercò di seguire con l&#8217;occhio per quanto poté i cavalieri e quando li vide scomparire nel folto degli alberi si mise a spiare la nuvola di polvere, che sollevavano le loro cavalcature.<br />
Quando alla fine la nuvola di polvere, che si rimpiccioliva sempre più, scomparve del tutto ai suoi occhi, allora Alì Babà, sentendosi abbastanza sicuro, scese dall&#8217;albero e si avvicinò incuriosito alla roccia cominciando a guardare bene da tutte le parti. Ma per quanto guardasse e smuovesse cespugli, non gli fu possibile vedere alcuna anfrattuosità, alcuna fessura, non gli fu possibile insomma scoprire alcun indizio che quella roccia si fosse mai mossa dal suo posto fin da quando, nella notte dei tempi, il Signore l&#8217;aveva collocata in quel luogo. Siccome, però, egli ricordava la formula pronunciata dal capo dei ladroni, fu spinto dalla curiosità di constatare se quelle parole avevano lo stesso potere magico anche in bocca a lui. Si piantò quindi davanti alla roccia e ad alta voce gridò: &#8221; Sesamo, apriti! &#8221; E sebbene la sua voce avesse tremato un poco per l&#8217;emozione, tuttavia la roccia cominciò a girare su se stessa rivelando una vasta apertura.<br />
Alì Babà fu preso da un indicibile spavento, senti che le gambe gli tremavano e fu sul punto di fuggire; se non che, gettando un&#8217;occhiata verso l&#8217;interno dell&#8217;apertura, invece della grotta buia e spaventosa che si era immaginata, vide una galleria di pietra ben levigata, spaziosa e bene illuminata da un fiotto di luce che,pioveva dall&#8217;alto. Quella vista lo rincuorò alquanto, e se la paura lo tirava indietro la curiosità lo spingeva avanti, e così un passo dietro l&#8217;altro cominciò ad inoltrarsi nella galleria, senza dimenticarsi d&#8217;invocare prima il nome di Allàh clemente e misericordioso. Fatti pochi passi, senti che la roccia girava di nuovo sui cardini e richiudeva l&#8217;apertura. Lì per lì fu preso da un indicibile spavento, ma poi pensò che la formula magica, così come aveva funzionato per farlo entrare, avrebbe funzionato per farlo uscire. Tranquillizzato da questo pensiero, cominciò ad ispezionare il luogo in cui si trovava e, passando di meraviglia in meraviglia, vide che la galleria era piena zeppa di balle di stoffa preziosa, di tappeti finissimi e, cosa ancor più sorprendente, di sacchi e di cofani traboccanti di monete d&#8217;oro, di gioielli e di pietre preziose. E il povero Alì Babà, che in vita sua non aveva mai veduto nemmeno una parte infinitesima di tante ricchezze, sbarrava gli occhi e a malapena osava toccare con la punta delle dita quell&#8217;oro, quei diamanti, quelle gemme, e andava dicendosi che quella grotta doveva essere servita di rifugio non solo a quei quaranta ladroni, ma anche agli antenati di quelli e agli antenati degli antenati, e ad intere generazioni di ladroni fin dall&#8217;origine dei secoli. Passati i primi istanti di stupore e di sbigottimento, Alì Babà si disse: &#8221; Per Allàh, nulla accade che il Signore non voglia! Se tu, o Alì Babà, povero legnaiolo, sei riuscito a entrare in questo luogo e a mettere le mani su tante ricchezze, è evidente che questa è la volontà di Colui che dà e prende. Non v&#8217;è dubbio su quale sia la volontà del Signore: Egli certamente desidera che quest&#8217;oro, frutto di tante ruberie e rapine, -sia usato a fin di bene, acciocché tu ne faccia elemosine e viva con la tua famiglia al riparo dal bisogno e dalle ristrettezze. &#8221; E dopo essersi messo in pace la coscienza con questo ragionamento, il povero Alì Babà prese un sacco pieno di monete d&#8217;oro e lo trascinò fino all&#8217;imboccatura della galleria. Poi fece lo stesso con un secondo sacco e con un terzo, e tanti ne preparò quanti pensava che i suoi somari potessero trasportarne.<br />
Quando ebbe ultimato il suo lavoro, si mise davanti all&#8217;imboccatura della caverna e ad alta voce disse: &#8221; Sesamo, apriti! &#8221; E subito la roccia girò su se stessa e Alì Babà trascinò all&#8217;aperto i sacchi colmi d&#8217;oro che aveva preparato. Poi, voltatosi verso l&#8217;apertura della grotta, disse ad alta voce: &#8221; Sesamo, chiuditi! &#8221; e la roccia tornò a girare,su se stessa e si chiuse. Alì Babà attaccò i sacchi al basto dei somari e per evitare la curiosità della gente ebbe cura di nasconderli sotto le fascine di legna.<br />
Ciò fatto riprese il cammino della città e arrivato a casa sua condusse gli asini in una piccola corte interna, dove nessuno poteva vederlo, e cominciò a scaricare i sacchi. Ed ecco che arrivò la moglie di Alì Babà, la quale vedendo il marito indaffarato a scaricare sacchi così pesanti quali non se ne erano mai visti in quella casa, cominciò a chiedergli che cosa fosse quella roba, e dove l&#8217;avesse trovata e chi gliel&#8217;avesse data, e insomma a fare mille domande come sogliono le femmine. &#8221; 0 donna, &#8221; le rispose Alì Babà, &#8221; contentati di sapere che questi sacchi sono un dono di Allàh. E ora, invece di star lì a farmi tante domande, aiutami a portarli in casa. &#8221; E allora la donna si mise ad aiutare il marito a trasportare i sacchi in casa, ma poiché palpandoli li sentiva come fossero pieni di monete, la sua curiosità non fece che aumentare. Sicché, quando ebbero terminato di trasportare tutti i sacchi in casa, la donna volle subito aprirne uno e, vistolo colmo di pezzi d&#8217;oro, cominciò a battere le palme delle mani l&#8217;una contro l&#8217;altra, e a strapparsi i capelli, e a lacerarsi il petto gridando: &#8221; 0 sventura! sventura su di noi e sui nostri figli! 0 Alì Babà, come hai potuto, infelice&#8230; &#8221; Alì Babà, sentendo la donna gridare in quel modo e temendo che richiamasse l&#8217;attenzione dei vicini, cominciò a saltare, per la rabbia, a destra e a sinistra e alla fine le pose una mano sulla bocca dicendole: &#8221; Che Allàh ti privi delle sue benedizioni, sciagurata! Che cos&#8217;hai da gridare in questo modo? Vuoi forse svergognarmi davanti a tutti i vicini? E poi, è questa la buona opinione che hai di tuo marito? Se io ho tutto questo denaro, perché pensi che me lo sia procurato in modo illecito? E&#8217; Allàh che ha voluto concederci questa benedizione, e invece di strapparti i capelli faresti meglio a gettarti a terra e a ringraziare il Signore. &#8221; E raccontò alla moglie tutto quello che gli era accaduto e quando la donna seppe come stavano le cose di colpo le passò lo spavento e si mise a lodare il Signore per la benedizione che aveva inviato loro. Ciò fatto se ne andò dove erano i sacchi e sedutasi per terra sui talloni cominciò a contare le monete d&#8217;oro. Ma Alì Babà, vedutala intenta a quell&#8217;operazione, cominciò a darle sulla voce, dicendole: &#8221; Che fai, disgraziata? Ti ci vorranno giorni e giorni per poter contare tutte quelle monete. Non sai che la cosa più saggia che possa fare un poveretto, quando gli capita una fortuna di questo genere, è quella di nascondere appunto la sua fortuna? Invece di star lì a contare il denaro, aiutami a scavare una buca nella quale nasconderemo questi sacchi acciocché non si levi contro di noi la cupidigia e l&#8217;invidia dei vicini. &#8221; &#8221; Marito mio, &#8221; rispose la donna, &#8221; non ho certo intenzione di contare a una a una tutte queste monete. Però, prima di sotterrarle, voglio sapere a quanto ammonta la nostra fortuna. Perciò andrò a farmi prestare una misura di legno da qualche vicina mentre tu scaverai la fossa. Così sapremo quanto potremo spendere per il necessario e per il superfluo, e potremo regolare convenientemente la nostra vita. &#8221; Alì Babà pensò che il ragionamento della moglie non fosse sbagliato e le disse: &#8221; E va bene! Va&#8217; pure! Ma fa&#8217; presto, e soprattutto bada di non rivelare ad anima viva il nostro segreto. &#8220;La moglie di Alì Babà si mise il velo sul volto e uscì per andare in cerca della misura di legno che le occorreva, e, strada facendo, pensò che la cosa migliore fosse quella di andarla a chiedere alla cognata, la moglie di Qassim, il fratello ricco di suo marito.<br />
Così fece; e recatasi a casa di Qassim chiese alla cognata se poteva prestarle una misura di legno, e la cognata le rispose: &#8221; Volentieri, cognata mia, e che Allà ti accresca le sue benedizioni! Perché, se vieni a chiedermi una misura, vuol dire che ti serve per misurare qualcosa, e se hai qualcosa da misurare vuol dire che Allà ha fatto entrare la prosperità in casa tua. &#8221; E poiché la moglie di Ali Babà non rispondeva né sì né no, l&#8217;altra, piccata nella sua curiosità, andò a prendere la misura di legno, ma siccome moriva dalla voglia di sapere che specie di granaglie dovesse misurarvi la cognata, ne spalmò il fondo all&#8217;esterno con un po&#8217; di sego. Ciò fatto tornò dalla cognata e le consegnò la misura. La donna la ringraziò e, dopo averle rivolto i complimenti d&#8217;uso, se ne tornò a casa; quivi giunta, si sedette per terra accanto ai sacchi e affondando la misura nelle monete d&#8217;oro cominciò a contare tutto quel denaro, facendo, per ogni misura che passava, un segno col carbone sul muro. Quando ebbe finito di passare l&#8217;oro, chiamò Alì Babà e gli mostrò i segni che aveva fatto sul muro e che quasi riempivano una intera parete. Poi, quando lei e il marito ebbero deposto i sacchi nella buca che Ali Babà aveva scavato e li ebbero ricoperti ben bene con la terra, la donna prese la misura si velò, e andò a restituirla alla cognata, ringraziandola per il servigio che le aveva reso. Non appena la moglie di Alì Babà fu uscita, la cognata rivoltò la misura e, con suo grande stupore, vide che attaccata sul fondo unto di grasso c&#8217;era una moneta d&#8217;oro. Prese in mano la moneta e constatò che era di oro buono e subito si sentì il cuore attanagliato dall&#8217;invidia ed esclamò: &#8221; Ma come? Quel pezzente di Alì Babà ha tanto denaro da doverlo contare a misure? E come avrà fatto a procurare? &#8221; E andò avanti per tutto il giorno a rimuginare questi pensieri. La sera, quando il marito, Qassim tornò a casa, la moglie andò subito incontro e gli disse: &#8221; 0 Qassim, chi pensi che sia più ricco fra te e tuo fratello;&#8217; &#8221; Qassim la guardò sbalordito e le disse: &#8221; Che discorsi sono questi, o donna? Sai benissimo che mio fratello è un poveraccio buono a nulla. Che significa questa domanda? &#8221; &#8221; Perciò, o Qassim, &#8221; insiste la donna, &#8221; tu sei convinto di essere molto più ricco di tuo fratello; &#8221; &#8221; Smettila di rompermi il capo con queste ciance, o donna, &#8221; rispose Qassiin. &#8221; Sai benissimo che le cose stanno proprio così. &#8221; &#8221; E allora sappi, o Qassim, &#8221; gli disse la moglie, &#8221; che ti sbagli di grosso, perché tuo fratello Alì Babà è infinitamente più ricco di te, e in effetti è tanto ricco che per contare il suo denaro ha bisogno di una misura da grano. &#8221; E allo sbalordito Qassim raccontò tutto quello che le era capitato con la moglie di Alì Babà e concluse il suo discorso mostrandogli la moneta d&#8217;oro che era rimasta attaccata sul fondo della misura di legno. Quando Qassim ebbe udito il racconto della moglie ed ebbe visto la moneta d&#8217;oro, non seppe darsi pace, e per tutta la notte non fece che rigirarsi nel letto, pensando a come potesse essere capitata tanta ricchezza fra le mani del fratello. La mattina seguente, dopo aver passato una intera nottata a rodersi il fegato, Qassim uscì di buon&#8217;ora, si recò difilato dal fratello e senza nemmeno salutarlo e informarsi della sua salute gli disse: &#8221; Che cosa sono tutti questi segreti? Ti sembra bello ingannare la gente in questo modo? Ma come? Te ne vai in giro come un pezzente a piangere miseria e poi misuri le monete d&#8217;oro a staia? E nemmeno a me, che sono tuo fratello, dici nulla dei tuoi affari né mi metti al corrente dì quello che ti capita. &#8221; Alì Babà rimase interdetto, sentendo questo sproloquio, non tanto perché fosse avaro di natura, ma perché temeva l&#8217;invidia e la gelosia del fratello e della cognata. Così rispose: &#8221; Fratello mio, perché ti lamenti se è questa la prima volta, in tanti anni, che metti piede nella mia casa? E come avrei potuto informarti dei casi miei se tu non ti sei mai interessato di conoscerli né mai hai chiesto, non dico a me ma almeno ai vicini, se io e i miei figli avevano da mangiare o no? Se io fossi venuto da te a raccontarti le mie miserie, avresti pensato che lo facevo per spillarti denaro. &#8221; &#8221; Adesso non si tratta di questo, Alì Babà, &#8221; rispose impaziente Qassim, &#8221; ma si tratta dei fatto che tu inganni la gente dabbene fingendoti povero quando non lo sei, dato che non ho mai visto un povero contare il denaro con una misura da grano. &#8221; Quando Alì Babà ebbe inteso queste parole, capì che il fratello era al corrente di tutto e che sarebbe stato inutile cercare di fingere. Perciò, facendo buon viso a cattivo gioco, gli raccontò tutto quanto gli era capitato nel bosco e concluse dicendo: &#8221; Sia glorificato Allàh che ci ha inviato questa benedizione! Ma poiché noi siamo dello stesso sangue, penso non sia giusto che io tenga per me questa ricchezza che non ho fatto nulla per guadagnare. Perciò, fratello mio, ti prego di volere accettare metà dell&#8217;oro che ho portato fuori da quella grotta. &#8221; Qassim, nel quale il racconto del fratello aveva risvegliato la cupidigia e con la cupidigia la tracotanza e la malizia, rispose: &#8221; Su questo non si discute nemmeno, o Alì Babà! Se il Signore ti ha fatto scoprire questo tesoro, è evidente che lo ha fatto perché tu ne rendessi partecipe anche me che sono tuo fratello. E qui ci sarebbe da discorrere molto, perché se io non fossi venuto a casa tua tu ti saresti goduto quest&#8217;oro da solo senza farmi sapere nulla. Piuttosto, hai dimenticato di dirmi quali sono le parole magiche che aprono la roccia. Prima di mettere le mani su quest&#8217;oro, voglio essere sicuro che quello che mi hai raccontato sia vero, perché io sono un mercante rispettabile e non mi piacerebbe di trovarmi coinvolto in qualche pasticcio. Avanti dunque: dimmi quali sono queste parole e bada bene di non imbrogliarmi, perché altrimenti andrò dal capo della polizia e ti denuncerò come complice dei ladroni. E non so se questo ti converrebbe. &#8221; Alì Babà, spinto non tanto dalle minacce quanto dal suo animo onesto e privo di malizie, disse al fratello quali erano le parole magiche che servivano per fare aprire la roccia, e quando Qassim le ebbe udite se ne andò senza nemmeno ringraziare Alì Babà. La mattina dopo, di buon&#8217;ora, Qassim fece mettere il basto a dieci muli e su ogni basto fece attaccare due robuste casse. Poi si avviò verso il bosco, nel luogo indicato dal fratello. Trovò subito l&#8217;albero, al quale legò i muli, e, regolandosi su quello, non ebbe difficoltà a individuare la roccia, tanto esatta e precisa era stata la descrizione di Alì Babà. Postosi dunque davanti alla roccia, pronunciò ad alta voce le parole:&#8221; Sesamo, apriti! &#8221; E subito la roccia cominciò a girare su se stessa rivelando l&#8217;apertura della grotta. Qassim precipitò dentro, ma fatti alcuni passi rimase impietrito dallo stupore perché gli era bastata una sola occhiata per rendersi conto delle immense ricchezze che si trovavano nascoste in quel luogo; infatti, l&#8217;oro che il fratello aveva portato fuori non era che una minima parte di ciò che conteneva quella grotta. Riavutosi dal primo stupore, Qassim cominciò, con il fiato mozzo dall&#8217;entusiasmo, a fare il giro della grotta, palpando e toccando le cose preziose che vi erano contenute e gettando esclamazioni di meraviglia davanti ai cofani traboccanti di pietre preziose e di monili, davanti alle cataste di argenteria cesellata, davanti ai sacchi pieni di monete d&#8217;oro, davanti alle balle di stoffe preziosissime. Con la bava alla bocca e gli occhi accesi di cupidigia, per un pezzo non fece che andare da un sacco all&#8217;altro e da un cofano all&#8217;altro valutando in cuor suo quelle ricchezze e accarezzandole con le sue mani da mercante come se già fossero roba sua. Pensò che per portar via quel tesoro ci sarebbe voluta una carovana di cammelli grande come quelle che giungono in Persia dalle lontane contrade della Cina. Allora gli venne fatto di pensare ai dieci muli che aveva lasciato fuori accanto all&#8217;albero e decise di andarli a prendere, per caricare intanto quelli con quanta più roba gli fosse stato possibile. Così, fece per uscire dalla grotta, ma trovò che l&#8217;imboccatura era chiusa perché, non appena egli era entrato, la roccia, come al solito, aveva di nuovo girato su se stessa e Qassim non se ne era accorto, tutto preso dall&#8217;entusiasmo per quel che vedeva. Volle allora pronunciare le parole magiche per far riaprire la roccia, ma la vista di tutti quei tesori gli aveva stravolto il cervello a tal punto ch&#8217;egli aveva dimenticato completamente quali fossero quelle parole. Così si piantò davanti alla roccia e gridò: &#8221; Orzo, apriti! &#8221; e poiché la roccia non si muoveva, ripete ancora due o tre volte ad alta voce &#8221; Orzo, apriti! &#8221; Ma la roccia continuò a rimanere ferma. Allora Qassim cominciò a pensare che la parola, magica dovesse essere un&#8217;altra. e gli parve proprio di ricordare che quella parola dovesse essere segala. Perciò, con quanto fiato aveva in corpo, gridò: &#8221; Segala, apriti! &#8221; Ma naturalmente non accadde nulla. Dopo aver ripetuto più volte queste parole, Qassim cominciò a spazientirsi, e poi ad inquietarsi, e senza prender fiato si mise a ripetere la formula usando i nomi di tutte le semenze e di tutti i cereali che gli venivano in mente. Tutti li nominò tranne quello giusto, perché il Profeta, sia benedetto ed esaltato il suo nome, ha detto, parlando dei malvagi: &#8221; Allàh toglierà loro il dono della luce, ed essi andranno vagolando nelle tenebre e, ciechi, sordi e muti, saranno incapaci di tornare sui loro passi. &#8221; Quando Qassim ebbe provato inutilmente tutti i nomi che gli venivano alla memoria, fu preso dal terrore di non poter più uscire dalla grotta. Allora non gli importò più niente di tutte quelle ricchezze e desiderò una sola cosa. uscire di nuovo alla luce del sole. Come un forsennato, si mise a correre a dritta e a manca cercando un&#8217;apertura o un appiglio che gli permettesse di arrampicarsi fino alla volta della galleria da dove pioveva il fiotto di luce. Ma le pareti erano tutte di marmo liscio e levigato, unite e compatte, e non solo non vi erano appigli, ma non vi era nemmeno l&#8217;ombra di un&#8217;apertura. Come un animale feroce preso in trappola, Qassim in preda alla disperazione andava correndo di qua e di là, picchiando il capo nel muro e ferendosi le mani, ma tutto era inutile. Alla fine si gettò a terra stremato di forze e rimase lì a piangere e ad ansimare per un pezzo, quand&#8217;ecco d&#8217;un tratto sentire fuori della grotta un rumore di cavalli al galoppo. In effetti proprio quel giorno i quaranta ladroni avevano deciso di tornare nella grotta per nascondervi dell&#8217;altro bottino.<br />
Ma quando furono arrivati nei pressi della roccia videro i muli con le casse, legati all&#8217;albero, e allora, sguainate le spade, scesero subito da cavallo e cominciarono a frugare tutt&#8217;intorno e fra i cespugli per scovare il padrone di quei muli e ucciderlo. Ma per quanto cercassero dappertutto, non riuscirono a trovare anima viva. Allora il capo dei banditi, dopo essersi consultato con i suoi, si piazzò davanti alla roccia e gridò: &#8221; Sesamo, apriti! &#8221; e la roccia girò su se stessa aprendosi. Qassim, che dall&#8217;interno della grotta aveva udito le imprecazioni e le grida di rabbia dei banditi, temendo fortemente per la sua vita, si era nascosto in un angolo, appiattito fra due sacchi di monete d&#8217;oro. Quando però vide che la roccia inaspettatamente si apriva non ebbe altro pensiero che quello di correre a mettersi in salvo. Si precipitò dunque a testa bassa, come un caprone, verso l&#8217;apertura, ma era scritto che dovesse andare a cozzare proprio contro il capo dei banditi, così che entrambi caddero distesi per terra, e prima che Qassim potesse rialzarsi e fuggire gli altri briganti gli furono addosso e lo fecero a pezzi con le loro spade, perché questo era il destino che Allàh il Giusto, il Distributore, gli aveva riservato. Quanto ai ladroni, dopo che ebbero ucciso Qassim, entrarono nella grotta e videro ammucchiati da una parte i sacchi e i cofani che Qassim aveva preparato per caricarli sui muli. Allora si sedettero in circolo e tennero consiglio chiedendosi come mai quell&#8217;uomo fosse riuscito a entrare nella loro grotta. Alla fine, poiché non trovarono una spiegazione soddisfacente a quel fatto strano, e poiché d&#8217;altra parte erano convinti d&#8217;essere i soli a possedere la formula magica che faceva aprire la roccia, e visto che l&#8217;intruso era morto e non avrebbe più potuto parlare con nessuno, rivelando l&#8217;esistenza del loro nascondiglio, decisero di vuotare le bisacce e di tornarsene al loro mestiere di razziatori, perché erano gente attiva, cui piaceva di più fare i fatti che star seduta a discorrere. Tuttavia, prima di andarsene, pensarono bene di squartare il cadavere di Qasssim e di disporne i pezzi all&#8217;ingresso della grotta affinché chiunque per caso fosse riuscito a varcarne la soglia rimasesse terrorizzato da quello spettacolo e fuggisse via senza più farvi ritorno. Questo per quanto riguarda Qassim e i quaranta ladroni. Intanto la moglie di Qassim, vedendo che il marito non tornava, cominciò a preoccuparsi e quando scese la sera e Qassim non si era fatto vedere, in preda a una grande agitazione, si mise il velo sul volto e uscì per recarsi a casa del cognato. Quando Alì Babà la vide si stupì grandemente, perché la donna non aveva mai voluto mettere piede nella sua casa e aveva sempre disdegnato di frequentare il cognato a cagione della povertà di costui. Comunque Alì Babà l&#8217;accolse con cortesia e le chiese che cosa la conducesse da lui, a quell&#8217;ora. La moglie di Qassim gli disse che era preoccupata per il marito, il quale era uscito di casa.la mattina molto presto e ancora non era tornato &#8216; sebbene fosse già notte. Aggiunse che sarebbe stato bene che Alì Babà fosse andato a cercare il fratello perché sicuramente doveva essergli capitata una disgrazia. Alì Babà, il quale sospettava che il fratello si fosse recato alla grotta e pensava che per mantenere segreta la faccenda del tesoro non avrebbe voluto che fosse fatto scalpore intorno alla sua assenza. Cercò di calmare la donna invitandola a passare la notte in casa sua e dicendole che col buio le ricerche sarebbero state inutili, ma che l&#8217;indomani mattina, appena fatto giorno, egli stesso sarebbe andato in cerca di Qassim. E così fece. La mattina dopo, alle prime luci dell&#8217;alba, quel brav&#8217;uomo di Alì Babà era già nel cortile di casa sua, intento a mettere il basto ai somari. Dopo aver raccomandato alla moglie di aver cura della cognata e di non farle mancare nulla, si mise in cammino e in breve arrivò nel bosco. Giunto che fu davanti alla roccia, cominciò a guardarsi in giro, ma non vide alcuna traccia del fratello e cominciò a preoccuparsi. Comunque sia, pronunciò le due parole magiche, la roccia girò su se stessa ed egli entrò nella grotta. Ma aveva fatto appena pochi passi, quand&#8217;ecco si trovò davanti i miseri resti squartati del fratello; allora impallidì,le gambe gli tremarono e sentì che stava per venire meno. Come Dio volle si riprese e il primo pensiero che gli attraversò la mente fu quello di dare onorata sepoltura alle povere membra di quello sciagurato, il quale, dopo tutto, era un musulmano come lui ed era figlio del suo stesso padre e della sua stessa madre. Cosi Alì Babà entrò nella grotta, prese due sacchi, li vuotò delle monete d&#8217;oro che- contenevano e vi mise dentro il tronco e le membra amputate del fratello. Poi, già che si trovava lì, pensò che sarebbe stato sciocco far tornare a casa gli asini con i basti vuoti, cosi prese qualche altro sacco di monete e dopo aver pronunciato le parole magiche trasportò fuori ogni cosa.<br />
Caricò sui somari i sacchi con l&#8217;oro e quelli con le spoglie del fratello ricoprì il tutto con fascine di legna, acciocché i passanti non fossero messi in curiosità, e tornò di buon passo a casa. Appena, entrato nel cortiletto, chiamò la schiava Margiana perché lo aiutasse a scaricare gli asini. Ora bisogna sapere che questa Margiana era una giovane schiava che, Alì Babà e sua moglie avevano preso quando era ancora bambina e l&#8217;avevano allevata in casa non come una schiava ma quasi come una loro figlia. E la fanciulla era cresciuta bella, buona, brava e soprattutto assai sveglia di cervello, così che Alì Babà, quando doveva risolvere qualche questione difficile, di altri non si fidava se non del senno e del giudizio di Margiana. Quando Margiana arrivò al suo richiamo, Alì Babà le disse: &#8221; Figliola mia, questo è il giorno in cui ti chiedo di darmi una prova della tua scaltrezza, della tua discrezione e della tua devozione! &#8221; &#8221; Ascolto e obbedisco &#8221; rispose Margiana. Allora Alì Babà le raccontò ogni cosa per filo e per segno, quindi, accennando ai due sacchi che contenevano il cadavere del fratello: &#8221; Ora &#8221; disse, &#8221; bisogna che tu pensi al modo di seppellirlo come se fosse morto di morte naturale, così che nessuno possa sospettare la verità sull&#8217;accaduto. &#8221; Ciò detto, Alì Babà se ne andò dalla cognata a darle la triste notizia, lasciando Margiana a riflettere sul da farsi. Quando Alì Babà comparve davanti alla cognata, questa capì subito, guardandolo in faccia, che a Qassim doveva essere accaduta una grave disgrazia e prima ancora che Alì Babà potesse parlare cominciò a battere le palme delle mani, a graffiarsi le guance, a strapparsi i capelli, a gemere e ad ululare. Alì Babà, temendo che i vicini potessero udire quello strepito e venirne a chiedere la cagione, le disse subito: &#8221; Il Signore, nella sua- generosità, mi ha dato più ricchezze di quanto mene, servano; perciò, se nella disgrazia che ti ha colpita c&#8217;è ancora qualcosa capace di consolarti, io ti offro di entrare nella mia casa come seconda moglie. Tu troverai nella madre dei miei figli una sorella affettuosa, e così potremo vivere in pace ricordando la memoria dell&#8217;estinto! &#8221; Davanti a tanta generosità, la vedova di Qassim si sentì sciogliere il cuore, fino allora indurito dall&#8217;invidia e dalla cupidigia, e Allàh illuminò il suo animo perché egli è l&#8217;Onnipotente e a lui tutto è possibile! Così la vedova di Qassim si sciolse in lacrime, ma questa volta di commozione, per la bontà di Alì Babà e accettò, di diventare la sua seconda moglie. E da allora fu una donna onesta e dabbene e di nobili sentimenti. Intanto Margiana, dopo avere pensato per un po&#8217; sul modo migliore di cavarsi da quell&#8217;impiccio, se ne uscì di casa e andò nella bottega di uno speziale che era lì accanto e gli chiese di venderle una certa medicina che si usava per curare le malattie mortali. Lo speziale gliela diede, ma naturalmente le chiese chi fosse ammalato nella casa del suo padrone, e Margiana, con un gran sospiro, gli rispose: &#8221; Ahimè che disgrazia! Ahimè che sventura! Il povero fratello del mio padrone Alì Babà, che era venuto in visita da noi, è stato colto all&#8217;improvviso da un gran malore, è caduto per terra ed è rimasto lì tutto rattrappito: la faccia gli è diventata gialla e non vuol parlare né mangiare. Speriamo o sceicco degli speziali, che questa tua medicina gli faccia bene! &#8221; Tornata a casa, Margiana mise al corrente del suo piano il padrone e questi non poté fare a meno di compiacersi con lei per la sua grande ingegnosità. Cosi la mattina dopo Margiana tornò di nuovo dallo speziale e con il volto bagnato di lacrime, singhiozzando e sospirando, gli chiese di darle una certa medicina che veniva usata come estremo rimedio per i moribondi. Presa la medicina, che lo speziale si affrettò a darle, se ne uscì dalla bottega dicendo: &#8221; Poveri noi! Poveri noi!&#8217; Se questo farmaco non avrà effetto, non vi è più speranza! &#8221; E strada facendo ebbe cura di far sapere a tutto il vicinato della grave malattia che aveva colpito Qassim, fratello del suo padrone Alì Babà. Perciò, quando, l&#8217;indomani all&#8217;alba i vicini furono svegliati da grida, pianti e gemiti di donne, capirono subito, che il fratello di Alì Babà doveva essere morto e nessuno, se ne meravigliò. Nel, frattempo. però, Margiana, che continuava a mettere in atto diligentemente il suo piano, si era detta: &#8221; Ragazza mia,-non basta far credere alla gente che il fratello del tuo padrone sia morto di morte naturale,bisogna anche che tu pensi a un altro pericolo: devi fare in modo, cioè, che nessuno si accorga che il cadavere dei fratello del tuo padrone non è tutto d&#8217;un pezzo ma è squartato. &#8220;.<br />
Così senza por tempo in mezzo, Margiana se ne andò subito da un vecchio ciabattino, un certo Mustafà, che aveva bottega dall&#8217;altra parte della città e che, non la conosceva e, messogli in mano un dinàr d&#8217;oro, gli disse: &#8221; o sceicco dei ciabattini, in casa del mio padrone hanno bisogno subito della tua opera. &#8221; Mustafà che era un brav&#8217;uomo sempre di buon umore si rallegrò molto vedendo il dinàr d&#8217;oro e disse a Margiana: &#8221; Sia benedetta la tua venuta, ragazza mia, e che Allàh ti mandi più spesso nella mia bottega! Parla, padrona, e dimmi cosa posso fare per te! &#8221; &#8221; Carissimo zio, &#8221; gli rispose Margiana, &#8221; devi solo alzarti e venire con me; ma prima prendi tutto quello che ti serve per cucire il cuoio. &#8221; E quando il vecchio ciabattino ebbe preso tutto il necessario, Margiana gli bendò gli occhi dicendogli &#8221; Scusami, o sceicco, ma questa è una condizione indispensabile se vuoi guadagnarti un&#8217;altra moneta d&#8217;oro come quella che ti ho dato poc&#8217;anzi. &#8221; Così dicendo, gli mise in mano un&#8217;altra moneta d&#8217;oro e il ciabattino si lasciò persuadere da queste buone ragioni a seguirla senza far tante storie. Così Margiana prese per mano il vecchio ciabattino e lo condusse, sempre con gli occhi bendati, nella cantina della casa di Alì Babà. Quando furono arrivati, gli tolse la benda dagli occhi e mostrandogli i pezzi del cadavere di Qassim che ella aveva ricomposti, gli disse: &#8221; Questo è quello che vogliamo da te: che tu ricucia insieme i pezzi di questo cadavere! &#8221; Quando il ciabattino vide quell&#8217;orrendo spettacolo, si tirò indietro tutto spaventato, ma Margiana gli mise in mano una terza moneta d&#8217;oro premettendogliene ancora una quarta se il lavoro fosse stato fatto presto e bene. Davanti a questi argomenti, a Mustafà passò la paura e così, senza più indugiare,, si mise all&#8217;opera. Quando il vecchio ebbe terminato di ricucire insieme i pezzi del cadavere di Qassim, Margiana gli diede la moneta d&#8217;oro promessa, gli bendò nuovamente gli occhi e, tenendolo per mano, lo ricondusse fino alla sua bottega. Poi, dopo averlo salutato e avere invocato sul suo capo le benedizioni di Allàh, se ne tornò a casa, avendo cura però di voltarsi ogni tanto per vedere se il ciabattino non stesse per caso seguendola. Appena tornata a casa, Margiana fece scaldare dell&#8217;acqua, lavò il cadavere ricucito di Qassim, lo profumò di aromi e d&#8217;incenso, quindi lo depose nella bara che nel frattempo Alì Babà aveva avuto cura di ordinare dal falegname. Per evitare poi che qualcuno si accorgesse delle cuciture, ricopri il cadavere con scialli e stoffe preziose. Aveva appena terminato, che ecco arrivò l&#8217;imam con i suoi assistenti e vennero anche i vicini, i quali si misero la bara sulle spalle e aprirono il corteo, in testa al quale camminavano la vedova di Qassim e il fratello del defunto, Alì Babà, e la prima moglie di costui con i figli e Margiana: e tutti piangevano riempiendo le strade di pietosi lamenti. Così, grazie all&#8217;ingegnosità di Margiana, nessuno sospettò la verità circa la morte di Qassim e i funerali si svolsero nel modo più commovente e dignitoso. Questo per quanto riguarda Alì Babà e la sua famiglia. Ma torniamo ai quaranta ladroni, i quali, tornati alla grotta, rimasero di sasso constatando che il cadavere di Qassim era scomparso. Ma il loro sbigottimento non doveva conoscere limiti quando, insospettiti dalla cosa, si diedero a controllare il loro tesoro e dovettero concludere, ahi loro! che qualcuno aveva portato via una quantità notevole di monete d&#8217;oro. Allora si sedettero per terra in circolo e il capo così parlò: &#8221; Miei prodi! Il nostro segreto, non so come, è stato scoperto, e se noi non escogitiamo qualche espediente per porre rimedio a questa faccenda ci vedremo sparire sotto il naso il tesoro accumulato in tanti anni di fatiche da noi e dai nostri antenati. Ormai non v&#8217;è più dubbio che il ladro da noi sorpreso nella grotta aveva un complice, ed è perciò indispensabile che noi scopriamo questo complice e l&#8217;uccidiamo, acciocché il nostro segreto torni ad essere tale e i frutti delle nostre fatiche siano di nuovo al riparo dalla cupidigia dei mariuoli. Io propongo perciò che uno di noi si travesta da derviscio straniero, si rechi in città e, girando di strada in strada e di bottega in bottega veda di scoprire il nome di colui che cerchiamo. Ma è necessario che l&#8217;indagine sia condotta con astuzia e prudenza, perché il più piccolo sbaglio potrebbe compromettere la riuscita dell&#8217;impresa. Perciò io propongo che colui il quale si assumerà l&#8217;incarico debba accettare di essere punito con la morte se commetterà qualche leggerezza o qualche errore. &#8221; Allora uno dei ladroni si alzò e disse: &#8221; Mi offro io di condurre in porto l&#8217;impresa e accetto la condizione che avete posto. &#8221; Il capo e gli altri suoi compagni si felicitarono con lui, gli augurarono buona fortuna e quello, dopo essersi travestito da derviscio, se ne andò. Arrivò in città che era molto presto e giunto nel suk vide che tutte le botteghe erano chiuse, fatta eccezione di quella del vecchio ciabattino Mustafà, il quale aveva l&#8217;abitudine di mettersi al lavoro al primo canto del gallo. Il derviscio si fermò a osservare il vecchio ciabattino, che lavorava abilmente di lesina e trincetto, e non poté fare a meno di esprimergli la sua meraviglia per il fatto che a quella età aveva ancora dita così agili e forti e occhi così buoni. Mustafà che, come è stato detto, era un brav&#8217;uomo semplice e cordiale, al quale piaceva chiacchierare con la gente, si senti tutto lusingato dal complimento e rispose: &#8221; Per Allàh, o derviscio, quello che vedi è niente: sono ancora capace d&#8217;infilare un ago al primo colpo e sono stato capace di ricucire un cadavere, fatto a pezzi, in fondo a una cantina senza luce. &#8221; Quando il derviscio senti queste parole, ci mancò poco che si mettesse a ballare dalla gioia, ma seppe trattenersi e si limitò a benedire la sorte che lo aveva guidato, appena entrato in città, dalla persona giusta. &#8221; 0 venerando ciabattino! &#8221; gli disse. &#8221; Che cos&#8217;è questa storia di ricucire un morto? Forse che nel tuo paese si ha l&#8217;abitudine di tagliare a pezzi i morti e poi di ricucirli? &#8221; &#8221; Per Allàh, &#8221; rispose il ciabattino, &#8221; questa non è certo una abitudine del nostro paese! Ma è inutile che tu m&#8217;interroghi, perché io so solo quello che voglio dire, e se la mia memoria è lunga la mia lingua è corta. &#8221; Allora il derviscio, per non insospettire Mustafà, si mise a ridere di cuore a questa uscita e, avvicinatogli si, gli fece scivolare in mano una moneta d&#8217;oro e gli disse: &#8221; 0 sceicco dei ciabattini, non credere che io voglia impicciarmi dei fatti degli altri, ma siccome sono uno straniero e viaggio per conoscere gli usi e i costumi della gente sono curioso di conoscere le ragioni per cui è stato compiuto questo strano rito. Perciò, se tu vorrai guidarmi nella casa dove il rito è avvenuto, ti darò un&#8217;altra moneta d&#8217;oro. &#8221; Allora Mustafà rispose: &#8221; E come potrei indicarti dove si trova quella casa, se vi fui condotto con gli occhi bendati? &#8221; Poi, dopo un attimo, aggiunse: &#8221; E&#8217; vero che l&#8217;uomo non vede solo con gli occhi ma con tutti i suoi sensi e che se dovessi rifare quella strada, bendato, son certo che da alcuni segni che notai tastando con le mani i muri e dagli odori che sentii saprei ritrovare la casa in cui fui condotto. &#8221; &#8221; Se è così,&#8221; gli disse il derviscio porgendogli un&#8217;altra moneta d&#8217;oro, &#8221; ti prego di accettare questa moneta d&#8217;oro per il tuo disturbo e di venire con me, bendato, rifacendo il cammino percorso fino a quando non sarai sicuro di essere arrivato alla casa di cui mi hai parlato. Ti prego, o sceicco dei ciabattini, di non dirmi di no e di voler soddisfare la curiosità di uno straniero. &#8220;Allora il ciabattino Mustafà, non vedendo nulla di male nella richiesta di quel derviscio straniero, si lasciò bendare gli occhi e un po&#8217; facendosi guidare e un po&#8217; guidando rifece il cammino già percorso con Margiana fino a che, arrivato davanti alla casa di Alì Babà, si fermò dicendo: &#8220;Ecco, questo deve essere il posto: sono sicuro di non essere andato oltre perché il mio piede riconosce questa pietra sporgente nella quale inciampai prima di entrare nella casa. &#8220;. Il derviscio-ladrone si guardò intorno e vide che all&#8217;altezza del punto dove si era fermato il ciabattino vi era una sola porta; quella di Alì Babà. Tolse la benda dagli occhi del ciabattino e gli chiese se sapesse di chi era quella casa; ma il vecchio gli rispose d&#8217;ignorarlo perché egli era di un altro quartiere e non conosceva gli abitanti di quella strada. Allora il derviscio ringraziò il ciabattino, gli regalò un&#8217;altra moneta d&#8217;oro per il disturbo e lo mandò con Dio. Poi rimase lì perplesso, domandandosi come avrebbe fatto a riconoscere e a far riconoscere ai suoi compagni quella porta, dato che le porte che si aprivano su quella strada si somigliavano tutte. Alla fine vide un pezzo di gesso per terra, lo prese, fece un segno sulla porta e s&#8217;e ne andò tutto soddisfatto tornando verso la foresta dove lo, aspettavano i suoi compagni.Ma non sapeva, il meschino, che Allàh avrebbe tramutato in pianto la sua soddisfazione. Infatti di lì a poco Margiana uscì di casa per andare a fare la spesa al suk e quando tornò notò sulla porta di casa quello strano segno fatto col gesso.Allora si disse: &#8221; Chi può aver fatto questo segno sulla porta del mio padrone? Certo non può essere stata una mano amica perché le mani, amiche bussano alle porte e non vi fanno sopra segni col gesso. Aguzza l&#8217;ingegno, Margiana, perché qui sotto c&#8217;è sicuramente qualche imbroglio che bisogna sventare! &#8221; Ciò detto, si munì di un pezzo di gesso e segnò nello stesso modo tutte le porte della strada,così da confondere le idee ai malintenzionati.Ma torniamo ai ladroni. Non appena il loro compagno li ebbe raggiunti nella foresta e li ebbe informati di tutto quello che aveva fatto, essi si alzarono e s&#8217;incamminarono verso la città, dove entrarono a due a due per non destare sospetti nella gente. Arrivati però nella strada indicata dal loro compagno, rimasero di sasso vedendo che tutte le porte recavano il medesimo segno fatto col gesso. Allora a un cenno del capo tornarono nella foresta e riunitisi a consiglio decisero che colui che aveva sbagliato doveva essere punito con la morte, come era stato convenuto. E senza porre tempo in mezzo presero il colpevole e gli mozzarono il capo. D&#8217;altra parte, poiché diventava sempre più urgente sbarazzarsi di un nemico così astuto, un altro ladrone si offrì di andare in città a compiere la missione che il primo aveva fallito. Costui tornò in città, andò difilato dal ciabattino Mustafà, si fece indicare la strada e la casa del cadavere ricucito, e dopo aver licenziato il ciabattino fece sulla porta un segno rosso in un luogo poco visibile. Dopo di che se ne tornò, sicuro del fatto suo, verso la foresta. Il meschino però non sapeva che quando Allàh ha deciso che la testa di un uomo debba cadere non v&#8217;è astuzia né accortezza che possa impedire. ciò che è stabilito dall&#8217;Onnipotente. Infatti, quando i ladroni tornarono a due a due in città e arrivarono nella strada dove abitava Alì Babà, rimasero ancora più stupefatti della prima volta constatando che tutte le porte di quella strada avevano lo stesso segno rosso nello stesso posto. E questo era avvenuto perché l&#8217;astuta Margiana, messa in sospetto da quel primo segno fatto col gesso, aveva tenuto gli occhi aperti e non aveva tardato a scoprire il segno rosso fatto dal secondo ladrone. Cosi aveva ripetuto il segno su tutte le porte della strada confondendo le idee ai nemici del suo padrone. Quando i ladroni furono ritornati nella foresta, anche il secondo esploratore subì la stessa sorte del primo, perché così era scritto, anche se egli non lo sapeva. E il risultato di tutto questo affare fu che la banda si trovò menomata di due uomini fra i più coraggiosi. A questo punto il capo dei ladroni, dopo aver riflettuto sulla situazione,si disse: &#8221; Ormai mi fiderò solo di me stesso! &#8221; Ciò detto si alzò e si recò in città facendosi indicare dal ciabattino Mustafà la casa del cadavere ricucito. Ma egli non fece come gli altri, non perse tempo a segnare la porta della casa di bianco o di rosso, ma rimase lì un bel pezzo ad osservarla per fissarsi nella mente qualche particolare che lo aiutasse a distinguerla dalle altre perché, come già si è detto, le case di quella strada, viste dal di fuori, erano tutte uguali. Quando fu ben sicuro che, tornando, non avrebbe potuto sbagliare, riprese la via della foresta e appena arrivato radunò intorno a se i trentasette ladroni che rimanevano e disse loro: &#8221; Miei prodi, finalmente la casa del nostro nemico è scoperta! A noi non rimane altro che infliggergli la punizione che si merita. Ed ora ascoltatemi bene: procuratevi al più presto trentotto giare, molto grandi e capaci e con l&#8217;imboccatura larga tanto che possa passarvi un uomo. Trentasette di queste giare le porterete qui vuote. La trentottesima dovrà essere piena di olio di oliva. E mi raccomando, badate bene che siano robuste e senza crepe. E adesso andate e tornate al più presto. &#8220;Quando i ladroni tornarono con le giare attaccate alle selle dei cavalli, il capo disse loro di togliersi gli abiti, conservando solo il turbante, le babbucce e le armi, poi ordinò a ciascun uomo di infilarsi in una giara. Quando vide che tutti erano a posto, chiuse l&#8217;imboccatura delle giare con fibre di palma affinché i curiosi non potessero guardarvi dentro e colui che vi era nascosto potesse respirare liberamente. Prese quindi un po&#8217; d&#8217;olio e unse l&#8217;esterno delle giare, così che nessuno potesse dubitare che quelle giare contenevano una merce diversa dall&#8217;olio. Infine, anch&#8217;egli depose i suoi abiti, si travestì da mercante d&#8217;olio e, spingendo davanti a sè la fila dei cavalli, sì avviò verso la città. Arrivò nella strada dove abitava Ali Babà che già annottava ed ebbe la fortuna di trovare sulla porta di casa lo stesso Alì Babà che prendeva il fresco prima della preghiera della sera. Allora il capo dei ladroni fece fermare i cavalli, si avvicinò ad Alì Babà e dopo averlo salutato gli disse: &#8220;.Signore, come vedi io sono un mercante d&#8217;olio e sono venuto da molto lontano a vendere la mia merce in questa città. Purtroppo il viaggio è stato più lungo del previsto e sono entrato in città così tardi che non mi riesce più di trovare un luogo dove alloggiare. Ora, nel nome di Allàh, ti pregherei di volermi ospitare per questa notte, perché altrimenti non saprei dove andare. E che il Clemente, il Misericordioso possa ricompensare la tua generosità. &#8221; Ali Babà,che era un brav&#8217;uomo sempre disposto ad aiutare il prossimo subito si alzò in piedi e cosi rispose al capo dei ladri &#8221; 0 mercante d&#8217;olio, che la mia dimora possa essere per te confortevole e accogliente. Entra. Tu sei il benvenuto! &#8221; E detto questo prese per mano l&#8217;ospite e fece entrare i cavalli nel cortile; poi chiamò Margiana, alla quale ordinò di preparare la cena anche per l&#8217;ospite, e a un suo schiavo, di nome Abdallàh, disse di aiutare il forestiero a scaricate le giare e a dar da mangiare alle bestie. Quando tutto fu in ordine, Alì Babà prese per mano l&#8217;ospite e lo fece entrare in casa, lo fece sedere accanto a sè e poi ordinò che venisse servita la cena. Così mangiarono e bevvero in abbondanza ringraziando il Signore per i suoi benefici. Finita la cena Alì Babà, per non mettere in imbarazzo l&#8217;ospite, si alzò e, dopo avergli augurato la buona notte, si congedò dicendogli: &#8221; Signore, la mia casa è la tua casa e tutto quello che essa contiene è tuo. &#8221; Al che il mercante rispose: &#8221; La tua,generosità, o mio ospite, è degna del migliore dei musulmani. Tuttavia, ti prego di mostrare verso il mio intestino la stessa ospitalità che mostri a me e di dirmi dove potrei andare ad alleggerirmi il ventre. &#8221; Alì Babà gli indicò allora il gabinetto, che si trovava nel cortile proprio dove erano state deposte le giare, quindi gli rinnovò la buona notte e si ritirò.Rimasto solo, il capo dei ladroni, con la scusa di andare a fare i suoi bisogni, scese nel cortile e, avvicinatosi all&#8217;imboccatura della prima giara, disse sottovoce: &#8221; 0 tu che sei nascosto lì dentro, quando sentirai un sasso colpire la tua giara, esci subito con le armi in pugno e corri da me. &#8221; E la stessa cosa ripeté all&#8217;imboccatura di tutte e trentasette le giare. Dopo di che, tornò in camera, spense la lucerna e si stese sul letto, contando di svegliarsi quando la notte fosse ormai fonda e tutto in casa fosse tranquillo. Mentre ciò accadeva, Margiana era intenta a riordinare la cucina, ed ecco che ad un tratto la lampada che aveva con sè si spense per mancanza d&#8217;olio. Allora Margiana chiamò lo schiavo Abdallàh e gli disse: &#8221; Guarda che guaio mi è capitato: si è spenta la lampada e in casa non c&#8217;è più nemmeno una goccia d&#8217;olio, né saprei a quest&#8217;ora dove procurarmene un po&#8217;. &#8221; Sentendo questo, Abdallàh si mise a ridere e le disse prendendola in giro: &#8221; Sono tutte qui le tue risorse, o Margiana? Perché dici che in casa non c&#8217;è una goccia d&#8217;olio, quando in cortile sono allineate in bell&#8217;ordine trentotto giare colme d&#8217;olio? &#8221; &#8221; Per Allàh! &#8221; rispose Margiana. &#8221; Hai proprio ragione! Come mai non ci ho pensato prima? &#8221; Ciò detto, prese un recipiente e scese in cortile. Si avvicinò a una giara, ne tolse il coperchio e vi ficcò dentro il recipiente, ma sentì che questo non si tuffava nell&#8217;olio, bensì urtava contro qualcosa di duro, mentre dall&#8217;interno della giara usciva una voce: &#8221; Per Allàh, il capo m&#8217;aveva detto che avrebbe tirato una pietra, ma questo è un vero e proprio masso! Avanti, usciamo di qui, è arrivato il momento! &#8221; E Margiana, con gli occhi sbarrati dal terrore, vide sbucare dall&#8217;imboccatura della giara la testa di un uomo. Chiunque altro si sarebbe messo a gridare e a chiamare aiuto, ma non Margiana. la quale, riacquistata subito la presenza di spirito, si avvicinò a quella testa che cercava di uscire dalla giara e le disse: &#8221; Non muoverti ancora, o mio prode. Il capo sta dormendo. Il momento non è giunto. &#8221; Dopo di che richiuse l&#8217;imboccatura della giara e passò in rassegna tutte le altre giare constatando che in ciascuna di esse si nascondeva un uomo, tranne che nell&#8217;ultima, la quale era veramente piena di olio. Allora Margiana prese il calderone che le serviva per fare il bucato e lo mise sul fuoco; poi, servendosi del recipiente che aveva portato con sè travasò tutto l&#8217;olio della trentottesima giara nel calderone ed aspettò fino &#8216;a che l&#8217;olio non fu bollente. Quando vide che era arrivato al punto giusto di calore, prese un grosso secchio, lo riempì d&#8217;olio e, avvicinatasi alla prima giara, tolse il coperchio di fibra di palma e con un colpo solo vi rovesciò dentro l&#8217;olio bollente, si che colui il quale vi era nascosto dentro non ebbe nemmeno il tempo di gridare, ma si ritrovò morto senza accorgersene. Una dopo l&#8217;altra, Margiana ripeté la stessa operazione con tutte le altre giare, liberando così; il suo padrone da quei trentasette ladroni. Quando ebbe terminato, rimise in ordine ogni cosa, chiuse di nuovo le giare con il coperchio di fibre di palma e si nascose in un angolo per vedere che cosa sarebbe accaduto.Ed ecco che verso la metà della notte il falso mercante d&#8217;olio si svegliò, si affacciò alla finestra della stanza che dava sul cortile e, sentendo che in casa tutto era quieto e silenzioso, prese una manciata di sassolini che si era portata appresso e cominciò; a tirarli uno a uno contro le giare che erano allineate dabbasso; e siccome era un ottimo tiratore non sbagliò nemmeno un colpo. Ma se si aspettava di vedere i suoi ladroni balzare fuori dalle giare, dovette rimanere deluso, perché nulla si mosse: né una testa, né una punta di pugnale apparve all&#8217;imboccatura di una giara. Allora, imprecando contro quei buoni a niente che dormivano, incuranti del suo segnale, scese dabbasso e fece per precipitarsi verso le giare, ma si fermò di colpo sentendo un orribile puzzo di carne bruciata. Tappandosi il naso, si avvicinò a una giara, la scoperchiò e v&#8217;introdusse una mano e senti che le pareti scottavano come quelle di un forno. Allora, accostata la lampada all&#8217;imboccatura della giara, guardò dentro e vide che c&#8217;era uno dei suoi uomini, morto bruciato. Scoperchiò ad una ad una tutte le trentasette giare e ogni volta lo spettacolo che vide fu lo stesso. Allora il capo dei ladroni capì che il suo trucco era stato scoperto e fu preso da una tale paura che, con un solo salto, scavalcò il muro del cortile e spari nella notte correndo a precipizio.Quando Margiana fu sicura che il capo dei banditi era fuggito e che in casa tutto era tranquillo, spense la lampada e se ne andò a dormire come se niente fosse. La mattina di buon&#8217;ora si alzò e andò a svegliare il suo padrone Alì Babà e, presolo per mano, lo condusse nel cortile. &#8221; Che significa questo, o Margiana? &#8221; le chiese Alì Babà. &#8221; Perché mi hai svegliato così presto? Il bagno non è ancora aperto. &#8221; &#8221; Non è per il bagno, padrone, &#8220;, rispose Margiana, &#8221; ma per mostrarti qualcosa che t&#8217;interesserà. &#8221; Ciò detto Margiana si avvicinò a una giara, ne tolse il coperchio di fibre di palma e: &#8221; Ti prego, &#8221; disse al padrone, &#8221; da&#8217; un&#8217;occhiata qui dentro. &#8221; Alì Babà si avvicinò all&#8217;imboccatura della giara, guardò dentro e subito si ritrasse pieno di stupore e di raccapriccio. &#8221; Che significa questo, o Margiana? Chi è quest&#8217;uomo? E come avviene che si trovi qui dentro? &#8221; &#8221; Con un po&#8217; di pazienza, &#8221; rispose Margiana sorridendo, &#8221; ti racconterò come va questa storia. Ma prima guarda anche dentro le altre giare. &#8221; E quando Ali Babà, passando di stupore in stupore e di raccapriccio in raccapriccio, ebbe constatato che trentasette giare contenevano altrettanti uomini morti, Margiana lo prese per mano e fattolo sedere in un angolo del cortile gli raccontò per filo e per segno tutto quello che era accaduto e di cui fino a quel momento non aveva fatto parola con nessuno. E cominciò proprio dall&#8217;inizio, dal giorno, cioè, in cui aveva scoperto sulla porta di casa il segno fatto col gesso. Quando ebbe terminato il racconto, Alì Babà scoppiò a piangere per la commozione, quindi, stringendosi al petto della fanciulla, la baciò e le disse: &#8221; Figliola cara sia benedetto il giorno in chi tu sei entrata in questa casa! Hai fatto di più tu per noi che noi tutti per te. Io voglio che d&#8217;ora in poi tu sia come mia figlia e figlia della madre dei miei figli e che tu sia preposta al governo della casa e che i miei figli ti amino e ti rispettino come la loro sorella maggiore!. Dopo di che Alì Babà, aiutato da Margiana e dallo schiavo Abdallàh, scavò una gran fossa in giardino e vi seppellì le giare con i trentasette ladroni. E la sepoltura avvenne senza alcun onore, ma furono buttati nella fossa alla rinfusa, come si fa per i cani e per le carogne, che in effetti quegli uomini non erano buoni musulmani, ma bestie feroci.<br />
Quindi Alì Babà raccontò a tutti in casa ciò che Margiana aveva fatto per scongiurare i pericoli che pendevano sul loro capo, e tutti si rallegrarono e presero ad amarla e la consideravano come una persona della famiglia.<br />
Ora avvenne che un giorno il figlio maggiore di Alì Babà, che si occupava di mandare avanti la bottega dello zio Qassim, tornato a casa dal suk, disse al padre: &#8211; Padre mio, sono alquanto imbarazzato a causa del mercante Hussein, il mio vicino, che da qualche giorno ha aperto bottega nel nostro suk. Egli è così gentile e generoso che mi colma di favori; e non v&#8217;è giorno che non mi inviti a dividere il pranzo con lui senza permettere assolutamente che io paghi la mia parte. Ora io non so più come fare per sdebitarmi e vorrei, se tu lo permetti, invitarlo una sera a cena da noi. Infatti l&#8217;indomani, dopo la preghiera della sera, il figlio di Alì Babà si recò dal mercante Hussein e gli disse: Signore, ho parlato con mio padre della tua generosità ed egli ti è molto grato e ti manda a dire che sarebbe felice se tu volessi onorare la nostra casa con la tua presenza. Il mercante Hussein accettò, ringraziando, e tutti e due s&#8217;incamminarono verso la casa del giovane; e appena giunti ecco che subito Alì Babà andò loro incontro e, salutato l&#8217;ospite, gli disse: &#8221; Nobile sceicco, la mia casa non è degna di ricevere una persona generosa come te! Ma se tu potrai sopportare il fastidio che ti procurerà il varcare questa soglia, io vorrei pregarti di accettare questa sera il pane e il sale della nostra ospitalità! &#8221; Al che il mercante Hussein inchinandosi gli rispose: &#8221; Io non ho fatto nulla per essere ammesso nella tua degna dimora! E per quel che riguarda la cena, devo dirti purtroppo che ho fatto voto da anni di non toccare cibi conditi con sale. Vedi bene, dunque, che questa difficoltà m&#8217;impedisce di accettare il cibo da te. &#8221; &#8221; Se è solo per questo, &#8221; rispose subito Alì Babà, &#8221; non c&#8217;è alcuna difficoltà. Mi basta dare un ordine in cucina, e verranno preparati per te cibi senza sale, cotti come tu desideri. &#8221; Ciò detto, Alì Babà fece accomodare lo straniero, poi corse in cucina e ordinò alla schiava Margiana di far preparare alla cuoca dei cibi senza sale per il loro ospite. Margiana si meravigliò molto di quella richiesta e cominciò a riflettere sulla causa di una così strana abitudine. E, spinta dalla curiosità, non perse occasione durante tutta la cena di osservare attentamente quell&#8217;ospite dai gusti inconsueti.<br />
Quando Alì Babà, il figlio e l&#8217;ospite ebbero finito di mangiare, Margiana portò via i vassoi con le vivande, ma riapparve di lì a poco, vestita, con grande sorpresa di Alì Babà, da ballerina. Gli occhi, che ella aveva già grandi e luminosi, erano resi ancor più grandi dal kuhl, i capelli annodato in lunghe trecce erano profumati con essenza di gelsomino, una cintura di maglia d&#8217;oro le serrava i fianchi mettendo in risalto l&#8217;ondeggiare delle anche e l&#8217;opulenza delle natiche, e i veli che le avvolgevano la persona, anziché nascondere, mettevano in valore l&#8217;avvenenza del suo giovane corpo. Al fianco portava un pugnale d&#8217;onore, col manico d&#8217;oro tempestato di gemme.<br />
Tanto Alì Babà quanto il figlio, abituati com&#8217;erano a vederla tutti i giorni con gli abiti da lavoro, rimasero abbacinati da tanta bellezza, e Alì Babà prese a guardarla con l&#8217;occhio orgoglioso e soddisfatto di un padre che contempla le bellezze della propria figlia, mentre il figlio l&#8217;ammirava anch&#8217;egli, ma con occhio ben diverso. Quanto all&#8217;ospite, era evidente che solo la buona educazione gli impediva di dimostrare tutto l&#8217;entusiasmo che provava per quella bellissima creatura, la quale, dopo aver rivolto un inchino ai tre commensali, accompagnata dallo schiavo Abdallàh che sonava il tamburello, cominciò a danzare, con l&#8217;abilità di una ballerina di professione, danze persiane e beduine, danze ebraiche e greche. E danzò così bene, con movenze così raffinate e seducenti, che l&#8217;ospite ne rimase incantato, né riusciva a staccarle gli occhi di dosso, tutto pieno di desiderio e di bramosia. Quando ebbe terminato di ballare, Margiana si fece dare da Abdallàh il tamburello e, tenendolo a mo&#8217; di vassoio, si avvicino al capo di casa acciocché vi deponesse una moneta. Lo stesso fece con il figlio di Alì Babà. Infine si fermò davanti all&#8217;ospite e, porgendo il tamburello con la mano sinistra, mentre quello era indaffarato a frugarsi nelle tasche in cerca della borsa dei denari, Margiana, rapida come un leopardo, sfoderò il pugnale che teneva alla cintola e glielo conficcò nel cuore. Il mercante Hussein strabuzzò gli occhi, gettò un sospiro e cadde riverso al suolo. Alì Babà e il figlio, che avevano assistito sbigottiti a quella scena, balzarono in piedi e fecero per slanciarsi su Margiana credendo che fosse diventata pazza. Ma la fanciulla, riponendo con calma il pugnale nel fodero, dopo averlo nettato del sangue, disse con voce tranquilla: &#8221; Sia lode ad Allàh, o padrone, che ha dato al braccio di una fanciulla la forza necessaria per liberarti del tuo ultimo e capitale nemico! &#8221; A queste parole, Alì Babà, che non capiva nulla di quanto stava accadendo, rimase più stupefatto e interdetto che mai. &#8221; L&#8217;uomo che tu vedi disteso a terra e che si faceva chiamare mercante Hussein, non è altri che il falso mercante di olio e il vero capo dei ladroni.<br />
Quando chiese di poter mangiare solo cibi insipidi, io mi sono messa a riflettere su questa strana richiesta. Allàh mi ha illuminato e ho capito tutta la verità: costui si era introdotto in casa tua con l&#8217;intento di nuocerti, e per questo non volle mangiare il sale della tua ospitalità! &#8221; Ciò detto, tolse al mercante Hussein gli abiti e il turbante e Alì Babà, osservandolo in volto più dappresso, riconobbe senza ombra di dubbi che quello era il capo dei ladroni. Allora Alì Babà, con le lacrime agli occhi, si strinse al seno Margiana dicendole: &#8221; Figlia mia, quello che tu hai fatto per me, nemmeno una figlia lo avrebbe fatto per il proprio padre! Ora, se tu vuoi completare la mia felicità, ti prego di acconsentire a diventare la moglie di questo mio figlio maggiore. &#8221; E Margiana rispose: &#8221; Per la mia testa e per i miei occhi, o padrone, farò quello che tu vuoi! &#8221; Così l&#8217;indomani stesso davanti al cadì e ai testimoni furono celebrate le nozze e il figlio di Alì Babà, al colmo della gioia, entrò da Margiana e gustò le dolcezze del suo corpo trovandola quale perla non forata e quale giumenta non cavalcata.<br />
E quando furono terminati i festeggiamenti delle nozze, Alì Babà si recò con il figlio e Margiana nel luogo dove era la grotta dei ladroni. E dopo che Margiana, osservando attentamente il terreno, si fu assicurata che nessuno aveva più messo piede da quelle parti, Alì Babà pronunciò la formula magica e tutti e tre entrarono nella grotta, dove raccolsero gran quantità di pietre preziose e oro e monili che Alì Babà diede a Margiana quale dono di nozze.<br />
Poi tornarono in città lodando la generosità del Signore, di Colui che distribuisce a ricchi e a poveri. E vissero a lungo felici e contenti, fino a che non giunse Colei che rende vane le ricchezze, che spopola i palazzi e popola le tombe. Sia lode ad Allàh che dona generosamente ai poveri e agli umili.</em></p>
<p><em>Testo tratto dal sito <a href="http://www.arab.it" target="_blank">Arab.it</a><br />
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<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 230px; width: 1px; height: 1px;"><span style="font-family: Comic Sans MS; font-size: medium;">Mi è venuto in mente, o re felice, che nel tempo dei tempi, in          una città della Persia, vivevano due fratelli, che si chiamavano          uno Qassim e l&#8217;altro Alì Babà. Quando il padre di costoro,          che era un uomo di modeste risorse, fu passato nella misericordia del          Signore, i due fratelli procedettero a dividersi equamente i magri beni          lasciati dal genitore. Certo l&#8217;eredità non migliorò di molto          la condizione dei due fratelli, perché i beni lasciati dal padre          erano ben poca cosa. Ma Qassim ebbe la fortuna di conoscere un giorno          una mezzana, la quale, dopo avere sperimentato su di se e con piena soddisfazione          le gagliarde virtù di copulatore del giovanotto, gli combinò          un matrimonio con una ragazza piacevole di aspetto e per giunta &#8211; benedetto          sia Colui che distribuisce! &#8211; provvista di beni di fortuna e padrona di          una bottega fornita di ogni mercanzia, così che Qassim diventò          dall&#8217;oggi al domani un uomo agiato, anzi, uno dei più ricchi mercanti          della città e poté fare a meno di preoccuparsi dell&#8217;avvenire.Lo          stesso non si poteva dire dell&#8217;altro fratello, Alì Babà,          il quale aveva sposato una donna povera come lui, viveva in una povera          casa e possedeva quale unica ricchezza tre somari che gli servivano per          trasportare in città la legna che andava a tagliare nei boschi          e con la vendita della quale tirava avanti &#8216;alla meno peggio.<br />
Ora avvenne che un giorno, mentre Alì Babà si trovava nel          bosco a tagliare legna come al solito, senti in lontananza un rumore sordo          che si avvicinava sempre più e alla fine, prestando orecchio, Alì          Babà fu certo che si trattasse del trepestio di parecchi cavalli          che correvano al galoppo. Poiché quel luogo era lontano da ogni          via di passaggio e molto solitario, Alì Babà pensò          dovesse trattarsi di qualche banda di ladri e ritenne prudente rimettersi          in salvo fino a che non avesse potuto vedere chi erano i cavalieri che          arrivavano così di carriera. Perciò si arrampicò          su un grande albero che sorgeva in cima a una rupe isolata e si nascose          fra i rami in modo da poter vedere senza essere veduto. E fu una saggia          decisione la sua, perché di lì a poco vide arrivare al gran          galoppo una masnada di cavalieri, grandi e grossi, armati fino ai denti          e dalle facce feroci. Alì Babà capì allora di non          essersi sbagliato e fu certo che quegli uomini dal fiero aspetto erano          dei banditi di strada.<br />
A un cenno del loro capo, smontarono da cavallo, legarono le bestie agli          alberi, quindi tolsero dalle selle delle bisacce e se le caricarono sulle          spalle. Curvi sotto il peso delle bisacce, s&#8217;incamminarono in fila indiana          sfilando sotto l&#8217;albero dove si trovava Alì Babà il quale          poté così contarli comodamente e vide che erano in tutto          quaranta, né uno di più né uno di meno. Colui che          marciava in testa alla fila e che doveva essere il capo dei banditi, arrivato          davanti a una grande roccia seminascosta da un folto di cespugli, si fermò,          depositò la propria bisaccia a terra e, con voce squillante, gridò:          &#8221; Sesamo, apriti! &#8221; Non appena ebbe detto queste parole, ecco          che la roccia girò su se stessa, come una porta sui cardini, rivelando          una vasta apertura.<br />
I banditi uno dopo l&#8217;altro e da ultimo il capo, dopo essersi ricaricata          sulle spalle la bisaccia, entrò anche lui; dopo di che la roccia          girò di nuovo su se stessa bloccando l&#8217;apertura e per quanto Alì          Babà, che pure non era lontano, aguzzasse la vista, non gli fu          possibile scorgere né un segno né una fenditura che rivelasse          l&#8217;ingresso di una grotta. Alì Babà, che aveva assistito          stupefatto allo spettacolo che si era svolto sotto i suoi occhi, non sapeva          che partito prendere. Dapprima pensò di scendere dall&#8217;albero, impadronirsi          di un paio di cavalli e fuggire con quelli in città. Ma riflettendoci          bene temette che i banditi uscissero dalla grotta mentre lui cercava di          squagliarsela, e in tal caso nessuno avrebbe potuto salvarlo da una fine          miserevole. Decise perciò che la cosa migliore era di rimanere          dove si trovava, anche perché era incuriosito di vedere che cosa          sarebbe successo. Dopo un bel po&#8217; che stava lì sull&#8217;albero e si          sentiva già le gambe fonnicolare per la scomoda posizione, Alì          Babà vide che la roccia tornava a girare su se stessa, ed ecco          che dall&#8217;antro uscirono di nuovo in fila indiana i banditi recando in          mano le bisacce, ma questa volta vuote. Da ultimo uscì il capo          il quale assicuratosi che nessuno fosse rimasto nella grotta, si voltò          verso la roccia e con la solita voce squillante gridò: &#8221; Sesamo,          chiuditi! &#8221;<br />
Dopo di che i banditi tornarono tutti ai cavalli, legarono le bisacce          alle selle, montarono in groppa e spronarono via par Alì Babà          sarebbe stato tentato di scendere subito dall&#8217;albero, ma la prudenza di          cui Allà lo aveva fornito gli consigliò di rimanere dove          si trovava, in quanto pensò che forse i ladroni potevano aver dimenticato          qualche cosa e sarebbero tornati indietro a prenderla e così lo          avrebbero sorpreso. Cercò di seguire con l&#8217;occhio per quanto poté          i cavalieri e quando li vide scomparire nel folto degli alberi si mise          a spiare la nuvola di polvere, che sollevavano le loro cavalcature.<br />
Quando alla fine la nuvola di polvere, che si rimpiccioliva sempre più,          scomparve del tutto ai suoi occhi, allora Alì Babà, sentendosi          abbastanza sicuro, scese dall&#8217;albero e si avvicinò incuriosito          alla roccia cominciando a guardare bene da tutte le parti. Ma per quanto          guardasse e smuovesse cespugli, non gli fu possibile vedere alcuna anfrattuosità,          alcuna fessura, non gli fu possibile insomma scoprire alcun indizio che          quella roccia si fosse mai mossa dal suo posto fin da quando, nella notte          dei tempi, il Signore l&#8217;aveva collocata in quel luogo. Siccome, però,          egli ricordava la formula pronunciata dal capo dei ladroni, fu spinto          dalla curiosità di constatare se quelle parole avevano lo stesso          potere magico anche in bocca a lui. Si piantò quindi davanti alla          roccia e ad alta voce gridò: &#8221; Sesamo, apriti! &#8221; E sebbene          la sua voce avesse tremato un poco per l&#8217;emozione, tuttavia la roccia          cominciò a girare su se stessa rivelando una vasta apertura.<br />
Alì Babà fu preso da un indicibile spavento, senti che le          gambe gli tremavano e fu sul punto di fuggire; se non che, gettando un&#8217;occhiata          verso l&#8217;interno dell&#8217;apertura, invece della grotta buia e spaventosa che          si era immaginata, vide una galleria di pietra ben levigata, spaziosa          e bene illuminata da un fiotto di luce che,pioveva dall&#8217;alto. Quella vista          lo rincuorò alquanto, e se la paura lo tirava indietro la curiosità          lo spingeva avanti, e così un passo dietro l&#8217;altro cominciò          ad inoltrarsi nella galleria, senza dimenticarsi d&#8217;invocare prima il nome          di Allàh clemente e misericordioso. Fatti pochi passi, senti che          la roccia girava di nuovo sui cardini e richiudeva l&#8217;apertura. Lì          per lì fu preso da un indicibile spavento, ma poi pensò          che la formula magica, così come aveva funzionato per farlo entrare,          avrebbe funzionato per farlo uscire. Tranquillizzato da questo pensiero,          cominciò ad ispezionare il luogo in cui si trovava e, passando          di meraviglia in meraviglia, vide che la galleria era piena zeppa di balle          di stoffa preziosa, di tappeti finissimi e, cosa ancor più sorprendente,          di sacchi e di cofani traboccanti di monete d&#8217;oro, di gioielli e di pietre          preziose. E il povero Alì Babà, che in vita sua non aveva          mai veduto nemmeno una parte infinitesima di tante ricchezze, sbarrava          gli occhi e a malapena osava toccare con la punta delle dita quell&#8217;oro,          quei diamanti, quelle gemme, e andava dicendosi che quella grotta doveva          essere servita di rifugio non solo a quei quaranta ladroni, ma anche agli          antenati di quelli e agli antenati degli antenati, e ad intere generazioni          di ladroni fin dall&#8217;origine dei secoli. Passati i primi istanti di stupore          e di sbigottimento, Alì Babà si disse: &#8221; Per Allàh,          nulla accade che il Signore non voglia! Se tu, o Alì Babà,          povero legnaiolo, sei riuscito a entrare in questo luogo e a mettere le          mani su tante ricchezze, è evidente che questa è la volontà          di Colui che dà e prende. Non v&#8217;è dubbio su quale sia la          volontà del Signore: Egli certamente desidera che quest&#8217;oro, frutto          di tante ruberie e rapine, -sia usato a fin di bene, acciocché          tu ne faccia elemosine e viva con la tua famiglia al riparo dal bisogno          e dalle ristrettezze. &#8221; E dopo essersi messo in pace la coscienza          con questo ragionamento, il povero Alì Babà prese un sacco          pieno di monete d&#8217;oro e lo trascinò fino all&#8217;imboccatura della          galleria. Poi fece lo stesso con un secondo sacco e con un terzo, e tanti          ne preparò quanti pensava che i suoi somari potessero trasportarne.<br />
Quando ebbe ultimato il suo lavoro, si mise davanti all&#8217;imboccatura della          caverna e ad alta voce disse: &#8221; Sesamo, apriti! &#8221; E subito la          roccia girò su se stessa e Alì Babà trascinò          all&#8217;aperto i sacchi colmi d&#8217;oro che aveva preparato. Poi, voltatosi verso          l&#8217;apertura della grotta, disse ad alta voce: &#8221; Sesamo, chiuditi!          &#8221; e la roccia tornò a girare,su se stessa e si chiuse. Alì          Babà attaccò i sacchi al basto dei somari e per evitare          la curiosità della gente ebbe cura di nasconderli sotto le fascine          di legna.<br />
Ciò fatto riprese il cammino della città e arrivato a casa          sua condusse gli asini in una piccola corte interna, dove nessuno poteva          vederlo, e cominciò a scaricare i sacchi. Ed ecco che arrivò          la moglie di Alì Babà, la quale vedendo il marito indaffarato          a scaricare sacchi così pesanti quali non se ne erano mai visti          in quella casa, cominciò a chiedergli che cosa fosse quella roba,          e dove l&#8217;avesse trovata e chi gliel&#8217;avesse data, e insomma a fare mille          domande come sogliono le femmine. &#8221; 0 donna, &#8221; le rispose Alì          Babà, &#8221; contentati di sapere che questi sacchi sono un dono          di Allàh. E ora, invece di star lì a farmi tante domande,          aiutami a portarli in casa. &#8221; E allora la donna si mise ad aiutare          il marito a trasportare i sacchi in casa, ma poiché palpandoli          li sentiva come fossero pieni di monete, la sua curiosità non fece          che aumentare. Sicché, quando ebbero terminato di trasportare tutti          i sacchi in casa, la donna volle subito aprirne uno e, vistolo colmo di          pezzi d&#8217;oro, cominciò a battere le palme delle mani l&#8217;una contro          l&#8217;altra, e a strapparsi i capelli, e a lacerarsi il petto gridando: &#8221;          0 sventura! sventura su di noi e sui nostri figli! 0 Alì Babà,          come hai potuto, infelice&#8230; &#8221; Alì Babà, sentendo la          donna gridare in quel modo e temendo che richiamasse l&#8217;attenzione dei          vicini, cominciò a saltare, per la rabbia, a destra e a sinistra          e alla fine le pose una mano sulla bocca dicendole: &#8221; Che Allàh          ti privi delle sue benedizioni, sciagurata! Che cos&#8217;hai da gridare in          questo modo? Vuoi forse svergognarmi davanti a tutti i vicini? E poi,          è questa la buona opinione che hai di tuo marito? Se io ho tutto          questo denaro, perché pensi che me lo sia procurato in modo illecito?          E&#8217; Allàh che ha voluto concederci questa benedizione, e invece          di strapparti i capelli faresti meglio a gettarti a terra e a ringraziare          il Signore. &#8221; E raccontò alla moglie tutto quello che gli          era accaduto e quando la donna seppe come stavano le cose di colpo le          passò lo spavento e si mise a lodare il Signore per la benedizione          che aveva inviato loro. Ciò fatto se ne andò dove erano          i sacchi e sedutasi per terra sui talloni cominciò a contare le          monete d&#8217;oro. Ma Alì Babà, vedutala intenta a quell&#8217;operazione,          cominciò a darle sulla voce, dicendole: &#8221; Che fai, disgraziata?          Ti ci vorranno giorni e giorni per poter contare tutte quelle monete.          Non sai che la cosa più saggia che possa fare un poveretto, quando          gli capita una fortuna di questo genere, è quella di nascondere          appunto la sua fortuna? Invece di star lì a contare il denaro,          aiutami a scavare una buca nella quale nasconderemo questi sacchi acciocché          non si levi contro di noi la cupidigia e l&#8217;invidia dei vicini. &#8221;          &#8221; Marito mio, &#8221; rispose la donna, &#8221; non ho certo intenzione          di contare a una a una tutte queste monete. Però, prima di sotterrarle,          voglio sapere a quanto ammonta la nostra fortuna. Perciò andrò          a farmi prestare una misura di legno da qualche vicina mentre tu scaverai          la fossa. Così sapremo quanto potremo spendere per il necessario          e per il superfluo, e potremo regolare convenientemente la nostra vita.          &#8221; Alì Babà pensò che il ragionamento della moglie          non fosse sbagliato e le disse: &#8221; E va bene! Va&#8217; pure! Ma fa&#8217; presto,          e soprattutto bada di non rivelare ad anima viva il nostro segreto. &#8220;La          moglie di Alì Babà si mise il velo sul volto e uscì          per andare in cerca della misura di legno che le occorreva, e, strada          facendo, pensò che la cosa migliore fosse quella di andarla a chiedere          alla cognata, la moglie di Qassim, il fratello ricco di suo marito.<br />
Così fece; e recatasi a casa di Qassim chiese alla cognata se poteva          prestarle una misura di legno, e la cognata le rispose: &#8221; Volentieri,          cognata mia, e che Allà ti accresca le sue benedizioni! Perché,          se vieni a chiedermi una misura, vuol dire che ti serve per misurare qualcosa,          e se hai qualcosa da misurare vuol dire che Allà ha fatto entrare          la prosperità in casa tua. &#8221; E poiché la moglie di          Ali Babà non rispondeva né sì né no, l&#8217;altra,          piccata nella sua curiosità, andò a prendere la misura di          legno, ma siccome moriva dalla voglia di sapere che specie di granaglie          dovesse misurarvi la cognata, ne spalmò il fondo all&#8217;esterno con          un po&#8217; di sego. Ciò fatto tornò dalla cognata e le consegnò          la misura. La donna la ringraziò e, dopo averle rivolto i complimenti          d&#8217;uso, se ne tornò a casa; quivi giunta, si sedette per terra accanto          ai sacchi e affondando la misura nelle monete d&#8217;oro cominciò a          contare tutto quel denaro, facendo, per ogni misura che passava, un segno          col carbone sul muro. Quando ebbe finito di passare l&#8217;oro, chiamò          Alì Babà e gli mostrò i segni che aveva fatto sul          muro e che quasi riempivano una intera parete. Poi, quando lei e il marito          ebbero deposto i sacchi nella buca che Ali Babà aveva scavato e          li ebbero ricoperti ben bene con la terra, la donna prese la misura si          velò, e andò a restituirla alla cognata, ringraziandola          per il servigio che le aveva reso. Non appena la moglie di Alì          Babà fu uscita, la cognata rivoltò la misura e, con suo          grande stupore, vide che attaccata sul fondo unto di grasso c&#8217;era una          moneta d&#8217;oro. Prese in mano la moneta e constatò che era di oro          buono e subito si sentì il cuore attanagliato dall&#8217;invidia ed esclamò:          &#8221; Ma come? Quel pezzente di Alì Babà ha tanto denaro          da doverlo contare a misure? E come avrà fatto a procurare? &#8221;          E andò avanti per tutto il giorno a rimuginare questi pensieri.          La sera, quando il marito, Qassim tornò a casa, la moglie andò          subito incontro e gli disse: &#8221; 0 Qassim, chi pensi che sia più          ricco fra te e tuo fratello;&#8217; &#8221; Qassim la guardò sbalordito          e le disse: &#8221; Che discorsi sono questi, o donna? Sai benissimo che          mio fratello è un poveraccio buono a nulla. Che significa questa          domanda? &#8221; &#8221; Perciò, o Qassim, &#8221; insiste la donna,          &#8221; tu sei convinto di essere molto più ricco di tuo fratello;          &#8221; &#8221; Smettila di rompermi il capo con queste ciance, o donna,          &#8221; rispose Qassiin. &#8221; Sai benissimo che le cose stanno proprio          così. &#8221; &#8221; E allora sappi, o Qassim, &#8221; gli disse          la moglie, &#8221; che ti sbagli di grosso, perché tuo fratello          Alì Babà è infinitamente più ricco di te,          e in effetti è tanto ricco che per contare il suo denaro ha bisogno          di una misura da grano. &#8221; E allo sbalordito Qassim raccontò          tutto quello che le era capitato con la moglie di Alì Babà          e concluse il suo discorso mostrandogli la moneta d&#8217;oro che era rimasta          attaccata sul fondo della misura di legno. Quando Qassim ebbe udito il          racconto della moglie ed ebbe visto la moneta d&#8217;oro, non seppe darsi pace,          e per tutta la notte non fece che rigirarsi nel letto, pensando a come          potesse essere capitata tanta ricchezza fra le mani del fratello. La mattina          seguente, dopo aver passato una intera nottata a rodersi il fegato, Qassim          uscì di buon&#8217;ora, si recò difilato dal fratello e senza          nemmeno salutarlo e informarsi della sua salute gli disse: &#8221; Che          cosa sono tutti questi segreti? Ti sembra bello ingannare la gente in          questo modo? Ma come? Te ne vai in giro come un pezzente a piangere miseria          e poi misuri le monete d&#8217;oro a staia? E nemmeno a me, che sono tuo fratello,          dici nulla dei tuoi affari né mi metti al corrente dì quello          che ti capita. &#8221; Alì Babà rimase interdetto, sentendo          questo sproloquio, non tanto perché fosse avaro di natura, ma perché          temeva l&#8217;invidia e la gelosia del fratello e della cognata. Così          rispose: &#8221; Fratello mio, perché ti lamenti se è questa          la prima volta, in tanti anni, che metti piede nella mia casa? E come          avrei potuto informarti dei casi miei se tu non ti sei mai interessato          di conoscerli né mai hai chiesto, non dico a me ma almeno ai vicini,          se io e i miei figli avevano da mangiare o no? Se io fossi venuto da te          a raccontarti le mie miserie, avresti pensato che lo facevo per spillarti          denaro. &#8221; &#8221; Adesso non si tratta di questo, Alì Babà,          &#8221; rispose impaziente Qassim, &#8221; ma si tratta dei fatto che tu          inganni la gente dabbene fingendoti povero quando non lo sei, dato che          non ho mai visto un povero contare il denaro con una misura da grano.          &#8221; Quando Alì Babà ebbe inteso queste parole, capì          che il fratello era al corrente di tutto e che sarebbe stato inutile cercare          di fingere. Perciò, facendo buon viso a cattivo gioco, gli raccontò          tutto quanto gli era capitato nel bosco e concluse dicendo: &#8221; Sia          glorificato Allàh che ci ha inviato questa benedizione! Ma poiché          noi siamo dello stesso sangue, penso non sia giusto che io tenga per me          questa ricchezza che non ho fatto nulla per guadagnare. Perciò,          fratello mio, ti prego di volere accettare metà dell&#8217;oro che ho          portato fuori da quella grotta. &#8221; Qassim, nel quale il racconto del          fratello aveva risvegliato la cupidigia e con la cupidigia la tracotanza          e la malizia, rispose: &#8221; Su questo non si discute nemmeno, o Alì          Babà! Se il Signore ti ha fatto scoprire questo tesoro, è          evidente che lo ha fatto perché tu ne rendessi partecipe anche          me che sono tuo fratello. E qui ci sarebbe da discorrere molto, perché          se io non fossi venuto a casa tua tu ti saresti goduto quest&#8217;oro da solo          senza farmi sapere nulla. Piuttosto, hai dimenticato di dirmi quali sono          le parole magiche che aprono la roccia. Prima di mettere le mani su quest&#8217;oro,          voglio essere sicuro che quello che mi hai raccontato sia vero, perché          io sono un mercante rispettabile e non mi piacerebbe di trovarmi coinvolto          in qualche pasticcio. Avanti dunque: dimmi quali sono queste parole e          bada bene di non imbrogliarmi, perché altrimenti andrò dal          capo della polizia e ti denuncerò come complice dei ladroni. E          non so se questo ti converrebbe. &#8221; Alì Babà, spinto          non tanto dalle minacce quanto dal suo animo onesto e privo di malizie,          disse al fratello quali erano le parole magiche che servivano per fare          aprire la roccia, e quando Qassim le ebbe udite se ne andò senza          nemmeno ringraziare Alì Babà. La mattina dopo, di buon&#8217;ora,          Qassim fece mettere il basto a dieci muli e su ogni basto fece attaccare          due robuste casse. Poi si avviò verso il bosco, nel luogo indicato          dal fratello. Trovò subito l&#8217;albero, al quale legò i muli,          e, regolandosi su quello, non ebbe difficoltà a individuare la          roccia, tanto esatta e precisa era stata la descrizione di Alì          Babà. Postosi dunque davanti alla roccia, pronunciò ad alta          voce le parole:&#8221; Sesamo, apriti! &#8221; E subito la roccia cominciò          a girare su se stessa rivelando l&#8217;apertura della grotta. Qassim precipitò          dentro, ma fatti alcuni passi rimase impietrito dallo stupore perché          gli era bastata una sola occhiata per rendersi conto delle immense ricchezze          che si trovavano nascoste in quel luogo; infatti, l&#8217;oro che il fratello          aveva portato fuori non era che una minima parte di ciò che conteneva          quella grotta. Riavutosi dal primo stupore, Qassim cominciò, con          il fiato mozzo dall&#8217;entusiasmo, a fare il giro della grotta, palpando          e toccando le cose preziose che vi erano contenute e gettando esclamazioni          di meraviglia davanti ai cofani traboccanti di pietre preziose e di monili,          davanti alle cataste di argenteria cesellata, davanti ai sacchi pieni          di monete d&#8217;oro, davanti alle balle di stoffe preziosissime. Con la bava          alla bocca e gli occhi accesi di cupidigia, per un pezzo non fece che          andare da un sacco all&#8217;altro e da un cofano all&#8217;altro valutando in cuor          suo quelle ricchezze e accarezzandole con le sue mani da mercante come          se già fossero roba sua. Pensò che per portar via quel tesoro          ci sarebbe voluta una carovana di cammelli grande come quelle che giungono          in Persia dalle lontane contrade della Cina. Allora gli venne fatto di          pensare ai dieci muli che aveva lasciato fuori accanto all&#8217;albero e decise          di andarli a prendere, per caricare intanto quelli con quanta più          roba gli fosse stato possibile. Così, fece per uscire dalla grotta,          ma trovò che l&#8217;imboccatura era chiusa perché, non appena          egli era entrato, la roccia, come al solito, aveva di nuovo girato su          se stessa e Qassim non se ne era accorto, tutto preso dall&#8217;entusiasmo          per quel che vedeva. Volle allora pronunciare le parole magiche per far          riaprire la roccia, ma la vista di tutti quei tesori gli aveva stravolto          il cervello a tal punto ch&#8217;egli aveva dimenticato completamente quali          fossero quelle parole. Così si piantò davanti alla roccia          e gridò: &#8221; Orzo, apriti! &#8221; e poiché la roccia          non si muoveva, ripete ancora due o tre volte ad alta voce &#8221; Orzo,          apriti! &#8221; Ma la roccia continuò a rimanere ferma. Allora Qassim          cominciò a pensare che la parola, magica dovesse essere un&#8217;altra.          e gli parve proprio di ricordare che quella parola dovesse essere segala.          Perciò, con quanto fiato aveva in corpo, gridò: &#8221; Segala,          apriti! &#8221; Ma naturalmente non accadde nulla. Dopo aver ripetuto più          volte queste parole, Qassim cominciò a spazientirsi, e poi ad inquietarsi,          e senza prender fiato si mise a ripetere la formula usando i nomi di tutte          le semenze e di tutti i cereali che gli venivano in mente. Tutti li nominò          tranne quello giusto, perché il Profeta, sia benedetto ed esaltato          il suo nome, ha detto, parlando dei malvagi: &#8221; Allàh toglierà          loro il dono della luce, ed essi andranno vagolando nelle tenebre e, ciechi,          sordi e muti, saranno incapaci di tornare sui loro passi. &#8221; Quando          Qassim ebbe provato inutilmente tutti i nomi che gli venivano alla memoria,          fu preso dal terrore di non poter più uscire dalla grotta. Allora          non gli importò più niente di tutte quelle ricchezze e desiderò          una sola cosa. uscire di nuovo alla luce del sole. Come un forsennato,          si mise a correre a dritta e a manca cercando un&#8217;apertura o un appiglio          che gli permettesse di arrampicarsi fino alla volta della galleria da          dove pioveva il fiotto di luce. Ma le pareti erano tutte di marmo liscio          e levigato, unite e compatte, e non solo non vi erano appigli, ma non          vi era nemmeno l&#8217;ombra di un&#8217;apertura. Come un animale feroce preso in          trappola, Qassim in preda alla disperazione andava correndo di qua e di          là, picchiando il capo nel muro e ferendosi le mani, ma tutto era          inutile. Alla fine si gettò a terra stremato di forze e rimase          lì a piangere e ad ansimare per un pezzo, quand&#8217;ecco d&#8217;un tratto          sentire fuori della grotta un rumore di cavalli al galoppo. In effetti          proprio quel giorno i quaranta ladroni avevano deciso di tornare nella          grotta per nascondervi dell&#8217;altro bottino.<br />
Ma quando furono arrivati nei pressi della roccia videro i muli con le          casse, legati all&#8217;albero, e allora, sguainate le spade, scesero subito          da cavallo e cominciarono a frugare tutt&#8217;intorno e fra i cespugli per          scovare il padrone di quei muli e ucciderlo. Ma per quanto cercassero          dappertutto, non riuscirono a trovare anima viva. Allora il capo dei banditi,          dopo essersi consultato con i suoi, si piazzò davanti alla roccia          e gridò: &#8221; Sesamo, apriti! &#8221; e la roccia girò          su se stessa aprendosi. Qassim, che dall&#8217;interno della grotta aveva udito          le imprecazioni e le grida di rabbia dei banditi, temendo fortemente per          la sua vita, si era nascosto in un angolo, appiattito fra due sacchi di          monete d&#8217;oro. Quando però vide che la roccia inaspettatamente si          apriva non ebbe altro pensiero che quello di correre a mettersi in salvo.          Si precipitò dunque a testa bassa, come un caprone, verso l&#8217;apertura,          ma era scritto che dovesse andare a cozzare proprio contro il capo dei          banditi, così che entrambi caddero distesi per terra, e prima che          Qassim potesse rialzarsi e fuggire gli altri briganti gli furono addosso          e lo fecero a pezzi con le loro spade, perché questo era il destino          che Allàh il Giusto, il Distributore, gli aveva riservato. Quanto          ai ladroni, dopo che ebbero ucciso Qassim, entrarono nella grotta e videro          ammucchiati da una parte i sacchi e i cofani che Qassim aveva preparato          per caricarli sui muli. Allora si sedettero in circolo e tennero consiglio          chiedendosi come mai quell&#8217;uomo fosse riuscito a entrare nella loro grotta.          Alla fine, poiché non trovarono una spiegazione soddisfacente a          quel fatto strano, e poiché d&#8217;altra parte erano convinti d&#8217;essere          i soli a possedere la formula magica che faceva aprire la roccia, e visto          che l&#8217;intruso era morto e non avrebbe più potuto parlare con nessuno,          rivelando l&#8217;esistenza del loro nascondiglio, decisero di vuotare le bisacce          e di tornarsene al loro mestiere di razziatori, perché erano gente          attiva, cui piaceva di più fare i fatti che star seduta a discorrere.          Tuttavia, prima di andarsene, pensarono bene di squartare il cadavere          di Qasssim e di disporne i pezzi all&#8217;ingresso della grotta affinché          chiunque per caso fosse riuscito a varcarne la soglia rimasesse terrorizzato          da quello spettacolo e fuggisse via senza più farvi ritorno. Questo          per quanto riguarda Qassim e i quaranta ladroni. Intanto la moglie di          Qassim, vedendo che il marito non tornava, cominciò a preoccuparsi          e quando scese la sera e Qassim non si era fatto vedere, in preda a una          grande agitazione, si mise il velo sul volto e uscì per recarsi          a casa del cognato. Quando Alì Babà la vide si stupì          grandemente, perché la donna non aveva mai voluto mettere piede          nella sua casa e aveva sempre disdegnato di frequentare il cognato a cagione          della povertà di costui. Comunque Alì Babà l&#8217;accolse          con cortesia e le chiese che cosa la conducesse da lui, a quell&#8217;ora. La          moglie di Qassim gli disse che era preoccupata per il marito, il quale          era uscito di casa.la mattina molto presto e ancora non era tornato &#8216;          sebbene fosse già notte. Aggiunse che sarebbe stato bene che Alì          Babà fosse andato a cercare il fratello perché sicuramente          doveva essergli capitata una disgrazia. Alì Babà, il quale          sospettava che il fratello si fosse recato alla grotta e pensava che per          mantenere segreta la faccenda del tesoro non avrebbe voluto che fosse          fatto scalpore intorno alla sua assenza. Cercò di calmare la donna          invitandola a passare la notte in casa sua e dicendole che col buio le          ricerche sarebbero state inutili, ma che l&#8217;indomani mattina, appena fatto          giorno, egli stesso sarebbe andato in cerca di Qassim. E così fece.          La mattina dopo, alle prime luci dell&#8217;alba, quel brav&#8217;uomo di Alì          Babà era già nel cortile di casa sua, intento a mettere          il basto ai somari. Dopo aver raccomandato alla moglie di aver cura della          cognata e di non farle mancare nulla, si mise in cammino e in breve arrivò          nel bosco. Giunto che fu davanti alla roccia, cominciò a guardarsi          in giro, ma non vide alcuna traccia del fratello e cominciò a preoccuparsi.          Comunque sia, pronunciò le due parole magiche, la roccia girò          su se stessa ed egli entrò nella grotta. Ma aveva fatto appena          pochi passi, quand&#8217;ecco si trovò davanti i miseri resti squartati          del fratello; allora impallidì,le gambe gli tremarono e sentì          che stava per venire meno. Come Dio volle si riprese e il primo pensiero          che gli attraversò la mente fu quello di dare onorata sepoltura          alle povere membra di quello sciagurato, il quale, dopo tutto, era un          musulmano come lui ed era figlio del suo stesso padre e della sua stessa          madre. Cosi Alì Babà entrò nella grotta, prese due          sacchi, li vuotò delle monete d&#8217;oro che- contenevano e vi mise          dentro il tronco e le membra amputate del fratello. Poi, già che          si trovava lì, pensò che sarebbe stato sciocco far tornare          a casa gli asini con i basti vuoti, cosi prese qualche altro sacco di          monete e dopo aver pronunciato le parole magiche trasportò fuori          ogni cosa.<br />
Caricò sui somari i sacchi con l&#8217;oro e quelli con le spoglie del          fratello ricoprì il tutto con fascine di legna, acciocché          i passanti non fossero messi in curiosità, e tornò di buon          passo a casa. Appena, entrato nel cortiletto, chiamò la schiava          Margiana perché lo aiutasse a scaricare gli asini. Ora bisogna          sapere che questa Margiana era una giovane schiava che, Alì Babà          e sua moglie avevano preso quando era ancora bambina e l&#8217;avevano allevata          in casa non come una schiava ma quasi come una loro figlia. E la fanciulla          era cresciuta bella, buona, brava e soprattutto assai sveglia di cervello,          così che Alì Babà, quando doveva risolvere qualche          questione difficile, di altri non si fidava se non del senno e del giudizio          di Margiana. Quando Margiana arrivò al suo richiamo, Alì          Babà le disse: &#8221; Figliola mia, questo è il giorno in          cui ti chiedo di darmi una prova della tua scaltrezza, della tua discrezione          e della tua devozione! &#8221; &#8221; Ascolto e obbedisco &#8221; rispose          Margiana. Allora Alì Babà le raccontò ogni cosa per          filo e per segno, quindi, accennando ai due sacchi che contenevano il          cadavere del fratello: &#8221; Ora &#8221; disse, &#8221; bisogna che tu          pensi al modo di seppellirlo come se fosse morto di morte naturale, così          che nessuno possa sospettare la verità sull&#8217;accaduto. &#8221; Ciò          detto, Alì Babà se ne andò dalla cognata a darle          la triste notizia, lasciando Margiana a riflettere sul da farsi. Quando          Alì Babà comparve davanti alla cognata, questa capì          subito, guardandolo in faccia, che a Qassim doveva essere accaduta una          grave disgrazia e prima ancora che Alì Babà potesse parlare          cominciò a battere le palme delle mani, a graffiarsi le guance,          a strapparsi i capelli, a gemere e ad ululare. Alì Babà,          temendo che i vicini potessero udire quello strepito e venirne a chiedere          la cagione, le disse subito: &#8221; Il Signore, nella sua- generosità,          mi ha dato più ricchezze di quanto mene, servano; perciò,          se nella disgrazia che ti ha colpita c&#8217;è ancora qualcosa capace          di consolarti, io ti offro di entrare nella mia casa come seconda moglie.          Tu troverai nella madre dei miei figli una sorella affettuosa, e così          potremo vivere in pace ricordando la memoria dell&#8217;estinto! &#8221; Davanti          a tanta generosità, la vedova di Qassim si sentì sciogliere          il cuore, fino allora indurito dall&#8217;invidia e dalla cupidigia, e Allàh          illuminò il suo animo perché egli è l&#8217;Onnipotente          e a lui tutto è possibile! Così la vedova di Qassim si sciolse          in lacrime, ma questa volta di commozione, per la bontà di Alì          Babà e accettò, di diventare la sua seconda moglie. E da          allora fu una donna onesta e dabbene e di nobili sentimenti. Intanto Margiana,          dopo avere pensato per un po&#8217; sul modo migliore di cavarsi da quell&#8217;impiccio,          se ne uscì di casa e andò nella bottega di uno speziale          che era lì accanto e gli chiese di venderle una certa medicina          che si usava per curare le malattie mortali. Lo speziale gliela diede,          ma naturalmente le chiese chi fosse ammalato nella casa del suo padrone,          e Margiana, con un gran sospiro, gli rispose: &#8221; Ahimè che          disgrazia! Ahimè che sventura! Il povero fratello del mio padrone          Alì Babà, che era venuto in visita da noi, è stato          colto all&#8217;improvviso da un gran malore, è caduto per terra ed è          rimasto lì tutto rattrappito: la faccia gli è diventata          gialla e non vuol parlare né mangiare. Speriamo o sceicco degli          speziali, che questa tua medicina gli faccia bene! &#8221; Tornata a casa,          Margiana mise al corrente del suo piano il padrone e questi non poté          fare a meno di compiacersi con lei per la sua grande ingegnosità.          Cosi la mattina dopo Margiana tornò di nuovo dallo speziale e con          il volto bagnato di lacrime, singhiozzando e sospirando, gli chiese di          darle una certa medicina che veniva usata come estremo rimedio per i moribondi.          Presa la medicina, che lo speziale si affrettò a darle, se ne uscì          dalla bottega dicendo: &#8221; Poveri noi! Poveri noi!&#8217; Se questo farmaco          non avrà effetto, non vi è più speranza! &#8221; E          strada facendo ebbe cura di far sapere a tutto il vicinato della grave          malattia che aveva colpito Qassim, fratello del suo padrone Alì          Babà. Perciò, quando, l&#8217;indomani all&#8217;alba i vicini furono          svegliati da grida, pianti e gemiti di donne, capirono subito, che il          fratello di Alì Babà doveva essere morto e nessuno, se ne          meravigliò. Nel, frattempo. però, Margiana, che continuava          a mettere in atto diligentemente il suo piano, si era detta: &#8221; Ragazza          mia,-non basta far credere alla gente che il fratello del tuo padrone          sia morto di morte naturale,bisogna anche che tu pensi a un altro pericolo:          devi fare in modo, cioè, che nessuno si accorga che il cadavere          dei fratello del tuo padrone non è tutto d&#8217;un pezzo ma è          squartato. &#8220;.<br />
Così senza por tempo in mezzo, Margiana se ne andò subito          da un vecchio ciabattino, un certo Mustafà, che aveva bottega dall&#8217;altra          parte della città e che, non la conosceva e, messogli in mano un          dinàr d&#8217;oro, gli disse: &#8221; o sceicco dei ciabattini, in casa          del mio padrone hanno bisogno subito della tua opera. &#8221; Mustafà          che era un brav&#8217;uomo sempre di buon umore si rallegrò molto vedendo          il dinàr d&#8217;oro e disse a Margiana: &#8221; Sia benedetta la tua          venuta, ragazza mia, e che Allàh ti mandi più spesso nella          mia bottega! Parla, padrona, e dimmi cosa posso fare per te! &#8221; &#8221;          Carissimo zio, &#8221; gli rispose Margiana, &#8221; devi solo alzarti e          venire con me; ma prima prendi tutto quello che ti serve per cucire il          cuoio. &#8221; E quando il vecchio ciabattino ebbe preso tutto il necessario,          Margiana gli bendò gli occhi dicendogli &#8221; Scusami, o sceicco,          ma questa è una condizione indispensabile se vuoi guadagnarti un&#8217;altra          moneta d&#8217;oro come quella che ti ho dato poc&#8217;anzi. &#8221; Così dicendo,          gli mise in mano un&#8217;altra moneta d&#8217;oro e il ciabattino si lasciò          persuadere da queste buone ragioni a seguirla senza far tante storie.          Così Margiana prese per mano il vecchio ciabattino e lo condusse,          sempre con gli occhi bendati, nella cantina della casa di Alì Babà.          Quando furono arrivati, gli tolse la benda dagli occhi e mostrandogli          i pezzi del cadavere di Qassim che ella aveva ricomposti, gli disse: &#8221;          Questo è quello che vogliamo da te: che tu ricucia insieme i pezzi          di questo cadavere! &#8221; Quando il ciabattino vide quell&#8217;orrendo spettacolo,          si tirò indietro tutto spaventato, ma Margiana gli mise in mano          una terza moneta d&#8217;oro premettendogliene ancora una quarta se il lavoro          fosse stato fatto presto e bene. Davanti a questi argomenti, a Mustafà          passò la paura e così, senza più indugiare,, si mise          all&#8217;opera. Quando il vecchio ebbe terminato di ricucire insieme i pezzi          del cadavere di Qassim, Margiana gli diede la moneta d&#8217;oro promessa, gli          bendò nuovamente gli occhi e, tenendolo per mano, lo ricondusse          fino alla sua bottega. Poi, dopo averlo salutato e avere invocato sul          suo capo le benedizioni di Allàh, se ne tornò a casa, avendo          cura però di voltarsi ogni tanto per vedere se il ciabattino non          stesse per caso seguendola. Appena tornata a casa, Margiana fece scaldare          dell&#8217;acqua, lavò il cadavere ricucito di Qassim, lo profumò          di aromi e d&#8217;incenso, quindi lo depose nella bara che nel frattempo Alì          Babà aveva avuto cura di ordinare dal falegname. Per evitare poi          che qualcuno si accorgesse delle cuciture, ricopri il cadavere con scialli          e stoffe preziose. Aveva appena terminato, che ecco arrivò l&#8217;imam          con i suoi assistenti e vennero anche i vicini, i quali si misero la bara          sulle spalle e aprirono il corteo, in testa al quale camminavano la vedova          di Qassim e il fratello del defunto, Alì Babà, e la prima          moglie di costui con i figli e Margiana: e tutti piangevano riempiendo          le strade di pietosi lamenti. Così, grazie all&#8217;ingegnosità          di Margiana, nessuno sospettò la verità circa la morte di          Qassim e i funerali si svolsero nel modo più commovente e dignitoso.          Questo per quanto riguarda Alì Babà e la sua famiglia. Ma          torniamo ai quaranta ladroni, i quali, tornati alla grotta, rimasero di          sasso constatando che il cadavere di Qassim era scomparso. Ma il loro          sbigottimento non doveva conoscere limiti quando, insospettiti dalla cosa,          si diedero a controllare il loro tesoro e dovettero concludere, ahi loro!          che qualcuno aveva portato via una quantità notevole di monete          d&#8217;oro. Allora si sedettero per terra in circolo e il capo così          parlò: &#8221; Miei prodi! Il nostro segreto, non so come, è          stato scoperto, e se noi non escogitiamo qualche espediente per porre          rimedio a questa faccenda ci vedremo sparire sotto il naso il tesoro accumulato          in tanti anni di fatiche da noi e dai nostri antenati. Ormai non v&#8217;è          più dubbio che il ladro da noi sorpreso nella grotta aveva un complice,          ed è perciò indispensabile che noi scopriamo questo complice          e l&#8217;uccidiamo, acciocché il nostro segreto torni ad essere tale          e i frutti delle nostre fatiche siano di nuovo al riparo dalla cupidigia          dei mariuoli. Io propongo perciò che uno di noi si travesta da          derviscio straniero, si rechi in città e, girando di strada in          strada e di bottega in bottega veda di scoprire il nome di colui che cerchiamo.          Ma è necessario che l&#8217;indagine sia condotta con astuzia e prudenza,          perché il più piccolo sbaglio potrebbe compromettere la          riuscita dell&#8217;impresa. Perciò io propongo che colui il quale si          assumerà l&#8217;incarico debba accettare di essere punito con la morte          se commetterà qualche leggerezza o qualche errore. &#8221; Allora          uno dei ladroni si alzò e disse: &#8221; Mi offro io di condurre          in porto l&#8217;impresa e accetto la condizione che avete posto. &#8221; Il          capo e gli altri suoi compagni si felicitarono con lui, gli augurarono          buona fortuna e quello, dopo essersi travestito da derviscio, se ne andò.          Arrivò in città che era molto presto e giunto nel suk vide          che tutte le botteghe erano chiuse, fatta eccezione di quella del vecchio          ciabattino Mustafà, il quale aveva l&#8217;abitudine di mettersi al lavoro          al primo canto del gallo. Il derviscio si fermò a osservare il          vecchio ciabattino, che lavorava abilmente di lesina e trincetto, e non          poté fare a meno di esprimergli la sua meraviglia per il fatto          che a quella età aveva ancora dita così agili e forti e          occhi così buoni. Mustafà che, come è stato detto,          era un brav&#8217;uomo semplice e cordiale, al quale piaceva chiacchierare con          la gente, si senti tutto lusingato dal complimento e rispose: &#8221; Per          Allàh, o derviscio, quello che vedi è niente: sono ancora          capace d&#8217;infilare un ago al primo colpo e sono stato capace di ricucire          un cadavere, fatto a pezzi, in fondo a una cantina senza luce. &#8221;          Quando il derviscio senti queste parole, ci mancò poco che si mettesse          a ballare dalla gioia, ma seppe trattenersi e si limitò a benedire          la sorte che lo aveva guidato, appena entrato in città, dalla persona          giusta. &#8221; 0 venerando ciabattino! &#8221; gli disse. &#8221; Che cos&#8217;è          questa storia di ricucire un morto? Forse che nel tuo paese si ha l&#8217;abitudine          di tagliare a pezzi i morti e poi di ricucirli? &#8221; &#8221; Per Allàh,          &#8221; rispose il ciabattino, &#8221; questa non è certo una abitudine          del nostro paese! Ma è inutile che tu m&#8217;interroghi, perché          io so solo quello che voglio dire, e se la mia memoria è lunga          la mia lingua è corta. &#8221; Allora il derviscio, per non insospettire          Mustafà, si mise a ridere di cuore a questa uscita e, avvicinatogli          si, gli fece scivolare in mano una moneta d&#8217;oro e gli disse: &#8221; 0          sceicco dei ciabattini, non credere che io voglia impicciarmi dei fatti          degli altri, ma siccome sono uno straniero e viaggio per conoscere gli          usi e i costumi della gente sono curioso di conoscere le ragioni per cui          è stato compiuto questo strano rito. Perciò, se tu vorrai          guidarmi nella casa dove il rito è avvenuto, ti darò un&#8217;altra          moneta d&#8217;oro. &#8221; Allora Mustafà rispose: &#8221; E come potrei          indicarti dove si trova quella casa, se vi fui condotto con gli occhi          bendati? &#8221; Poi, dopo un attimo, aggiunse: &#8221; E&#8217; vero che l&#8217;uomo          non vede solo con gli occhi ma con tutti i suoi sensi e che se dovessi          rifare quella strada, bendato, son certo che da alcuni segni che notai          tastando con le mani i muri e dagli odori che sentii saprei ritrovare          la casa in cui fui condotto. &#8221; &#8221; Se è così,&#8221;          gli disse il derviscio porgendogli un&#8217;altra moneta d&#8217;oro, &#8221; ti prego          di accettare questa moneta d&#8217;oro per il tuo disturbo e di venire con me,          bendato, rifacendo il cammino percorso fino a quando non sarai sicuro          di essere arrivato alla casa di cui mi hai parlato. Ti prego, o sceicco          dei ciabattini, di non dirmi di no e di voler soddisfare la curiosità          di uno straniero. &#8220;Allora il ciabattino Mustafà, non vedendo          nulla di male nella richiesta di quel derviscio straniero, si lasciò          bendare gli occhi e un po&#8217; facendosi guidare e un po&#8217; guidando rifece          il cammino già percorso con Margiana fino a che, arrivato davanti          alla casa di Alì Babà, si fermò dicendo: &#8220;Ecco,          questo deve essere il posto: sono sicuro di non essere andato oltre perché          il mio piede riconosce questa pietra sporgente nella quale inciampai prima          di entrare nella casa. &#8220;. Il derviscio-ladrone si guardò intorno          e vide che all&#8217;altezza del punto dove si era fermato il ciabattino vi          era una sola porta; quella di Alì Babà. Tolse la benda dagli          occhi del ciabattino e gli chiese se sapesse di chi era quella casa; ma          il vecchio gli rispose d&#8217;ignorarlo perché egli era di un altro          quartiere e non conosceva gli abitanti di quella strada. Allora il derviscio          ringraziò il ciabattino, gli regalò un&#8217;altra moneta d&#8217;oro          per il disturbo e lo mandò con Dio. Poi rimase lì perplesso,          domandandosi come avrebbe fatto a riconoscere e a far riconoscere ai suoi          compagni quella porta, dato che le porte che si aprivano su quella strada          si somigliavano tutte. Alla fine vide un pezzo di gesso per terra, lo          prese, fece un segno sulla porta e s&#8217;e ne andò tutto soddisfatto          tornando verso la foresta dove lo, aspettavano i suoi compagni.Ma non          sapeva, il meschino, che Allàh avrebbe tramutato in pianto la sua          soddisfazione. Infatti di lì a poco Margiana uscì di casa          per andare a fare la spesa al suk e quando tornò notò sulla          porta di casa quello strano segno fatto col gesso.Allora si disse: &#8221;          Chi può aver fatto questo segno sulla porta del mio padrone? Certo          non può essere stata una mano amica perché le mani, amiche          bussano alle porte e non vi fanno sopra segni col gesso. Aguzza l&#8217;ingegno,          Margiana, perché qui sotto c&#8217;è sicuramente qualche imbroglio          che bisogna sventare! &#8221; Ciò detto, si munì di un pezzo          di gesso e segnò nello stesso modo tutte le porte della strada,così          da confondere le idee ai malintenzionati.Ma torniamo ai ladroni. Non appena          il loro compagno li ebbe raggiunti nella foresta e li ebbe informati di          tutto quello che aveva fatto, essi si alzarono e s&#8217;incamminarono verso          la città, dove entrarono a due a due per non destare sospetti nella          gente. Arrivati però nella strada indicata dal loro compagno, rimasero          di sasso vedendo che tutte le porte recavano il medesimo segno fatto col          gesso. Allora a un cenno del capo tornarono nella foresta e riunitisi          a consiglio decisero che colui che aveva sbagliato doveva essere punito          con la morte, come era stato convenuto. E senza porre tempo in mezzo presero          il colpevole e gli mozzarono il capo. D&#8217;altra parte, poiché diventava          sempre più urgente sbarazzarsi di un nemico così astuto,          un altro ladrone si offrì di andare in città a compiere          la missione che il primo aveva fallito. Costui tornò in città,          andò difilato dal ciabattino Mustafà, si fece indicare la          strada e la casa del cadavere ricucito, e dopo aver licenziato il ciabattino          fece sulla porta un segno rosso in un luogo poco visibile. Dopo di che          se ne tornò, sicuro del fatto suo, verso la foresta. Il meschino          però non sapeva che quando Allàh ha deciso che la testa          di un uomo debba cadere non v&#8217;è astuzia né accortezza che          possa impedire. ciò che è stabilito dall&#8217;Onnipotente. Infatti,          quando i ladroni tornarono a due a due in città e arrivarono nella          strada dove abitava Alì Babà, rimasero ancora più          stupefatti della prima volta constatando che tutte le porte di quella          strada avevano lo stesso segno rosso nello stesso posto. E questo era          avvenuto perché l&#8217;astuta Margiana, messa in sospetto da quel primo          segno fatto col gesso, aveva tenuto gli occhi aperti e non aveva tardato          a scoprire il segno rosso fatto dal secondo ladrone. Cosi aveva ripetuto          il segno su tutte le porte della strada confondendo le idee ai nemici          del suo padrone. Quando i ladroni furono ritornati nella foresta, anche          il secondo esploratore subì la stessa sorte del primo, perché          così era scritto, anche se egli non lo sapeva. E il risultato di          tutto questo affare fu che la banda si trovò menomata di due uomini          fra i più coraggiosi. A questo punto il capo dei ladroni, dopo          aver riflettuto sulla situazione,si disse: &#8221; Ormai mi fiderò          solo di me stesso! &#8221; Ciò detto si alzò e si recò          in città facendosi indicare dal ciabattino Mustafà la casa          del cadavere ricucito. Ma egli non fece come gli altri, non perse tempo          a segnare la porta della casa di bianco o di rosso, ma rimase lì          un bel pezzo ad osservarla per fissarsi nella mente qualche particolare          che lo aiutasse a distinguerla dalle altre perché, come già          si è detto, le case di quella strada, viste dal di fuori, erano          tutte uguali. Quando fu ben sicuro che, tornando, non avrebbe potuto sbagliare,          riprese la via della foresta e appena arrivato radunò intorno a          se i trentasette ladroni che rimanevano e disse loro: &#8221; Miei prodi,          finalmente la casa del nostro nemico è scoperta! A noi non rimane          altro che infliggergli la punizione che si merita. Ed ora ascoltatemi          bene: procuratevi al più presto trentotto giare, molto grandi e          capaci e con l&#8217;imboccatura larga tanto che possa passarvi un uomo. Trentasette          di queste giare le porterete qui vuote. La trentottesima dovrà          essere piena di olio di oliva. E mi raccomando, badate bene che siano          robuste e senza crepe. E adesso andate e tornate al più presto.          &#8220;Quando i ladroni tornarono con le giare attaccate alle selle dei          cavalli, il capo disse loro di togliersi gli abiti, conservando solo il          turbante, le babbucce e le armi, poi ordinò a ciascun uomo di infilarsi          in una giara. Quando vide che tutti erano a posto, chiuse l&#8217;imboccatura          delle giare con fibre di palma affinché i curiosi non potessero          guardarvi dentro e colui che vi era nascosto potesse respirare liberamente.          Prese quindi un po&#8217; d&#8217;olio e unse l&#8217;esterno delle giare, così che          nessuno potesse dubitare che quelle giare contenevano una merce diversa          dall&#8217;olio. Infine, anch&#8217;egli depose i suoi abiti, si travestì da          mercante d&#8217;olio e, spingendo davanti a sè la fila dei cavalli,          sì avviò verso la città. Arrivò nella strada          dove abitava Ali Babà che già annottava ed ebbe la fortuna          di trovare sulla porta di casa lo stesso Alì Babà che prendeva          il fresco prima della preghiera della sera. Allora il capo dei ladroni          fece fermare i cavalli, si avvicinò ad Alì Babà e          dopo averlo salutato gli disse: &#8220;.Signore, come vedi io sono un mercante          d&#8217;olio e sono venuto da molto lontano a vendere la mia merce in questa          città. Purtroppo il viaggio è stato più lungo del          previsto e sono entrato in città così tardi che non mi riesce          più di trovare un luogo dove alloggiare. Ora, nel nome di Allàh,          ti pregherei di volermi ospitare per questa notte, perché altrimenti          non saprei dove andare. E che il Clemente, il Misericordioso possa ricompensare          la tua generosità. &#8221; Ali Babà,che era un brav&#8217;uomo          sempre disposto ad aiutare il prossimo subito si alzò in piedi          e cosi rispose al capo dei ladri &#8221; 0 mercante d&#8217;olio, che la mia          dimora possa essere per te confortevole e accogliente. Entra. Tu sei il          benvenuto! &#8221; E detto questo prese per mano l&#8217;ospite e fece entrare          i cavalli nel cortile; poi chiamò Margiana, alla quale ordinò          di preparare la cena anche per l&#8217;ospite, e a un suo schiavo, di nome Abdallàh,          disse di aiutare il forestiero a scaricate le giare e a dar da mangiare          alle bestie. Quando tutto fu in ordine, Alì Babà prese per          mano l&#8217;ospite e lo fece entrare in casa, lo fece sedere accanto a sè          e poi ordinò che venisse servita la cena. Così mangiarono          e bevvero in abbondanza ringraziando il Signore per i suoi benefici. Finita          la cena Alì Babà, per non mettere in imbarazzo l&#8217;ospite,          si alzò e, dopo avergli augurato la buona notte, si congedò          dicendogli: &#8221; Signore, la mia casa è la tua casa e tutto quello          che essa contiene è tuo. &#8221; Al che il mercante rispose: &#8221;          La tua,generosità, o mio ospite, è degna del migliore dei          musulmani. Tuttavia, ti prego di mostrare verso il mio intestino la stessa          ospitalità che mostri a me e di dirmi dove potrei andare ad alleggerirmi          il ventre. &#8221; Alì Babà gli indicò allora il gabinetto,          che si trovava nel cortile proprio dove erano state deposte le giare,          quindi gli rinnovò la buona notte e si ritirò.Rimasto solo,          il capo dei ladroni, con la scusa di andare a fare i suoi bisogni, scese          nel cortile e, avvicinatosi all&#8217;imboccatura della prima giara, disse sottovoce:          &#8221; 0 tu che sei nascosto lì dentro, quando sentirai un sasso          colpire la tua giara, esci subito con le armi in pugno e corri da me.          &#8221; E la stessa cosa ripeté all&#8217;imboccatura di tutte e trentasette          le giare. Dopo di che, tornò in camera, spense la lucerna e si          stese sul letto, contando di svegliarsi quando la notte fosse ormai fonda          e tutto in casa fosse tranquillo. Mentre ciò accadeva, Margiana          era intenta a riordinare la cucina, ed ecco che ad un tratto la lampada          che aveva con sè si spense per mancanza d&#8217;olio. Allora Margiana          chiamò lo schiavo Abdallàh e gli disse: &#8221; Guarda che          guaio mi è capitato: si è spenta la lampada e in casa non          c&#8217;è più nemmeno una goccia d&#8217;olio, né saprei a quest&#8217;ora          dove procurarmene un po&#8217;. &#8221; Sentendo questo, Abdallàh si mise          a ridere e le disse prendendola in giro: &#8221; Sono tutte qui le tue          risorse, o Margiana? Perché dici che in casa non c&#8217;è una          goccia d&#8217;olio, quando in cortile sono allineate in bell&#8217;ordine trentotto          giare colme d&#8217;olio? &#8221; &#8221; Per Allàh! &#8221; rispose Margiana.          &#8221; Hai proprio ragione! Come mai non ci ho pensato prima? &#8221; Ciò          detto, prese un recipiente e scese in cortile. Si avvicinò a una          giara, ne tolse il coperchio e vi ficcò dentro il recipiente, ma          sentì che questo non si tuffava nell&#8217;olio, bensì urtava          contro qualcosa di duro, mentre dall&#8217;interno della giara usciva una voce:          &#8221; Per Allàh, il capo m&#8217;aveva detto che avrebbe tirato una          pietra, ma questo è un vero e proprio masso! Avanti, usciamo di          qui, è arrivato il momento! &#8221; E Margiana, con gli occhi sbarrati          dal terrore, vide sbucare dall&#8217;imboccatura della giara la testa di un          uomo. Chiunque altro si sarebbe messo a gridare e a chiamare aiuto, ma          non Margiana. la quale, riacquistata subito la presenza di spirito, si          avvicinò a quella testa che cercava di uscire dalla giara e le          disse: &#8221; Non muoverti ancora, o mio prode. Il capo sta dormendo.          Il momento non è giunto. &#8221; Dopo di che richiuse l&#8217;imboccatura          della giara e passò in rassegna tutte le altre giare constatando          che in ciascuna di esse si nascondeva un uomo, tranne che nell&#8217;ultima,          la quale era veramente piena di olio. Allora Margiana prese il calderone          che le serviva per fare il bucato e lo mise sul fuoco; poi, servendosi          del recipiente che aveva portato con sè travasò tutto l&#8217;olio          della trentottesima giara nel calderone ed aspettò fino &#8216;a che          l&#8217;olio non fu bollente. Quando vide che era arrivato al punto giusto di          calore, prese un grosso secchio, lo riempì d&#8217;olio e, avvicinatasi          alla prima giara, tolse il coperchio di fibra di palma e con un colpo          solo vi rovesciò dentro l&#8217;olio bollente, si che colui il quale          vi era nascosto dentro non ebbe nemmeno il tempo di gridare, ma si ritrovò          morto senza accorgersene. Una dopo l&#8217;altra, Margiana ripeté la          stessa operazione con tutte le altre giare, liberando così; il          suo padrone da quei trentasette ladroni. Quando ebbe terminato, rimise          in ordine ogni cosa, chiuse di nuovo le giare con il coperchio di fibre          di palma e si nascose in un angolo per vedere che cosa sarebbe accaduto.Ed          ecco che verso la metà della notte il falso mercante d&#8217;olio si          svegliò, si affacciò alla finestra della stanza che dava          sul cortile e, sentendo che in casa tutto era quieto e silenzioso, prese          una manciata di sassolini che si era portata appresso e cominciò;          a tirarli uno a uno contro le giare che erano allineate dabbasso; e siccome          era un ottimo tiratore non sbagliò nemmeno un colpo. Ma se si aspettava          di vedere i suoi ladroni balzare fuori dalle giare, dovette rimanere deluso,          perché nulla si mosse: né una testa, né una punta          di pugnale apparve all&#8217;imboccatura di una giara. Allora, imprecando contro          quei buoni a niente che dormivano, incuranti del suo segnale, scese dabbasso          e fece per precipitarsi verso le giare, ma si fermò di colpo sentendo          un orribile puzzo di carne bruciata. Tappandosi il naso, si avvicinò          a una giara, la scoperchiò e v&#8217;introdusse una mano e senti che          le pareti scottavano come quelle di un forno. Allora, accostata la lampada          all&#8217;imboccatura della giara, guardò dentro e vide che c&#8217;era uno          dei suoi uomini, morto bruciato. Scoperchiò ad una ad una tutte          le trentasette giare e ogni volta lo spettacolo che vide fu lo stesso.          Allora il capo dei ladroni capì che il suo trucco era stato scoperto          e fu preso da una tale paura che, con un solo salto, scavalcò il          muro del cortile e spari nella notte correndo a precipizio.Quando Margiana          fu sicura che il capo dei banditi era fuggito e che in casa tutto era          tranquillo, spense la lampada e se ne andò a dormire come se niente          fosse. La mattina di buon&#8217;ora si alzò e andò a svegliare          il suo padrone Alì Babà e, presolo per mano, lo condusse          nel cortile. &#8221; Che significa questo, o Margiana? &#8221; le chiese          Alì Babà. &#8221; Perché mi hai svegliato così          presto? Il bagno non è ancora aperto. &#8221; &#8221; Non è          per il bagno, padrone, &#8220;, rispose Margiana, &#8221; ma per mostrarti          qualcosa che t&#8217;interesserà. &#8221; Ciò detto Margiana si          avvicinò a una giara, ne tolse il coperchio di fibre di palma e:          &#8221; Ti prego, &#8221; disse al padrone, &#8221; da&#8217; un&#8217;occhiata qui dentro.          &#8221; Alì Babà si avvicinò all&#8217;imboccatura della          giara, guardò dentro e subito si ritrasse pieno di stupore e di          raccapriccio. &#8221; Che significa questo, o Margiana? Chi è quest&#8217;uomo?          E come avviene che si trovi qui dentro? &#8221; &#8221; Con un po&#8217; di pazienza,          &#8221; rispose Margiana sorridendo, &#8221; ti racconterò come va          questa storia. Ma prima guarda anche dentro le altre giare. &#8221; E quando          Ali Babà, passando di stupore in stupore e di raccapriccio in raccapriccio,          ebbe constatato che trentasette giare contenevano altrettanti uomini morti,          Margiana lo prese per mano e fattolo sedere in un angolo del cortile gli          raccontò per filo e per segno tutto quello che era accaduto e di          cui fino a quel momento non aveva fatto parola con nessuno. E cominciò          proprio dall&#8217;inizio, dal giorno, cioè, in cui aveva scoperto sulla          porta di casa il segno fatto col gesso. Quando ebbe terminato il racconto,          Alì Babà scoppiò a piangere per la commozione, quindi,          stringendosi al petto della fanciulla, la baciò e le disse: &#8221;          Figliola cara sia benedetto il giorno in chi tu sei entrata in questa          casa! Hai fatto di più tu per noi che noi tutti per te. Io voglio          che d&#8217;ora in poi tu sia come mia figlia e figlia della madre dei miei          figli e che tu sia preposta al governo della casa e che i miei figli ti          amino e ti rispettino come la loro sorella maggiore!. Dopo di che Alì          Babà, aiutato da Margiana e dallo schiavo Abdallàh, scavò          una gran fossa in giardino e vi seppellì le giare con i trentasette          ladroni. E la sepoltura avvenne senza alcun onore, ma furono buttati nella          fossa alla rinfusa, come si fa per i cani e per le carogne, che in effetti          quegli uomini non erano buoni musulmani, ma bestie feroci.<br />
Quindi Alì Babà raccontò a tutti in casa ciò          che Margiana aveva fatto per scongiurare i pericoli che pendevano sul          loro capo, e tutti si rallegrarono e presero ad amarla e la consideravano          come una persona della famiglia.<br />
Ora avvenne che un giorno il figlio maggiore di Alì Babà,          che si occupava di mandare avanti la bottega dello zio Qassim, tornato          a casa dal suk, disse al padre: &#8211; Padre mio, sono alquanto imbarazzato          a causa del mercante Hussein, il mio vicino, che da qualche giorno ha          aperto bottega nel nostro suk. Egli è così gentile e generoso          che mi colma di favori; e non v&#8217;è giorno che non mi inviti a dividere          il pranzo con lui senza permettere assolutamente che io paghi la mia parte.          Ora io non so più come fare per sdebitarmi e vorrei, se tu lo permetti,          invitarlo una sera a cena da noi. Infatti l&#8217;indomani, dopo la preghiera          della sera, il figlio di Alì Babà si recò dal mercante          Hussein e gli disse: Signore, ho parlato con mio padre della tua generosità          ed egli ti è molto grato e ti manda a dire che sarebbe felice se          tu volessi onorare la nostra casa con la tua presenza. Il mercante Hussein          accettò, ringraziando, e tutti e due s&#8217;incamminarono verso la casa          del giovane; e appena giunti ecco che subito Alì Babà andò          loro incontro e, salutato l&#8217;ospite, gli disse: &#8221; Nobile sceicco,          la mia casa non è degna di ricevere una persona generosa come te!          Ma se tu potrai sopportare il fastidio che ti procurerà il varcare          questa soglia, io vorrei pregarti di accettare questa sera il pane e il          sale della nostra ospitalità! &#8221; Al che il mercante Hussein          inchinandosi gli rispose: &#8221; Io non ho fatto nulla per essere ammesso          nella tua degna dimora! E per quel che riguarda la cena, devo dirti purtroppo          che ho fatto voto da anni di non toccare cibi conditi con sale. Vedi bene,          dunque, che questa difficoltà m&#8217;impedisce di accettare il cibo          da te. &#8221; &#8221; Se è solo per questo, &#8221; rispose subito          Alì Babà, &#8221; non c&#8217;è alcuna difficoltà.          Mi basta dare un ordine in cucina, e verranno preparati per te cibi senza          sale, cotti come tu desideri. &#8221; Ciò detto, Alì Babà          fece accomodare lo straniero, poi corse in cucina e ordinò alla          schiava Margiana di far preparare alla cuoca dei cibi senza sale per il          loro ospite. Margiana si meravigliò molto di quella richiesta e          cominciò a riflettere sulla causa di una così strana abitudine.          E, spinta dalla curiosità, non perse occasione durante tutta la          cena di osservare attentamente quell&#8217;ospite dai gusti inconsueti.<br />
Quando Alì Babà, il figlio e l&#8217;ospite ebbero finito di mangiare,          Margiana portò via i vassoi con le vivande, ma riapparve di lì          a poco, vestita, con grande sorpresa di Alì Babà, da ballerina.          Gli occhi, che ella aveva già grandi e luminosi, erano resi ancor          più grandi dal kuhl, i capelli annodato in lunghe trecce erano          profumati con essenza di gelsomino, una cintura di maglia d&#8217;oro le serrava          i fianchi mettendo in risalto l&#8217;ondeggiare delle anche e l&#8217;opulenza delle          natiche, e i veli che le avvolgevano la persona, anziché nascondere,          mettevano in valore l&#8217;avvenenza del suo giovane corpo. Al fianco portava          un pugnale d&#8217;onore, col manico d&#8217;oro tempestato di gemme.<br />
Tanto Alì Babà quanto il figlio, abituati com&#8217;erano a vederla          tutti i giorni con gli abiti da lavoro, rimasero abbacinati da tanta bellezza,          e Alì Babà prese a guardarla con l&#8217;occhio orgoglioso e soddisfatto          di un padre che contempla le bellezze della propria figlia, mentre il          figlio l&#8217;ammirava anch&#8217;egli, ma con occhio ben diverso. Quanto all&#8217;ospite,          era evidente che solo la buona educazione gli impediva di dimostrare tutto          l&#8217;entusiasmo che provava per quella bellissima creatura, la quale, dopo          aver rivolto un inchino ai tre commensali, accompagnata dallo schiavo          Abdallàh che sonava il tamburello, cominciò a danzare, con          l&#8217;abilità di una ballerina di professione, danze persiane e beduine,          danze ebraiche e greche. E danzò così bene, con movenze          così raffinate e seducenti, che l&#8217;ospite ne rimase incantato, né          riusciva a staccarle gli occhi di dosso, tutto pieno di desiderio e di          bramosia. Quando ebbe terminato di ballare, Margiana si fece dare da Abdallàh          il tamburello e, tenendolo a mo&#8217; di vassoio, si avvicino al capo di casa          acciocché vi deponesse una moneta. Lo stesso fece con il figlio          di Alì Babà. Infine si fermò davanti all&#8217;ospite e,          porgendo il tamburello con la mano sinistra, mentre quello era indaffarato          a frugarsi nelle tasche in cerca della borsa dei denari, Margiana, rapida          come un leopardo, sfoderò il pugnale che teneva alla cintola e          glielo conficcò nel cuore. Il mercante Hussein strabuzzò          gli occhi, gettò un sospiro e cadde riverso al suolo. Alì          Babà e il figlio, che avevano assistito sbigottiti a quella scena,          balzarono in piedi e fecero per slanciarsi su Margiana credendo che fosse          diventata pazza. Ma la fanciulla, riponendo con calma il pugnale nel fodero,          dopo averlo nettato del sangue, disse con voce tranquilla: &#8221; Sia          lode ad Allàh, o padrone, che ha dato al braccio di una fanciulla          la forza necessaria per liberarti del tuo ultimo e capitale nemico! &#8221;          A queste parole, Alì Babà, che non capiva nulla di quanto          stava accadendo, rimase più stupefatto e interdetto che mai. &#8221;          L&#8217;uomo che tu vedi disteso a terra e che si faceva chiamare mercante Hussein,          non è altri che il falso mercante di olio e il vero capo dei ladroni.<br />
Quando chiese di poter mangiare solo cibi insipidi, io mi sono messa a          riflettere su questa strana richiesta. Allàh mi ha illuminato e          ho capito tutta la verità: costui si era introdotto in casa tua          con l&#8217;intento di nuocerti, e per questo non volle mangiare il sale della          tua ospitalità! &#8221; Ciò detto, tolse al mercante Hussein          gli abiti e il turbante e Alì Babà, osservandolo in volto          più dappresso, riconobbe senza ombra di dubbi che quello era il          capo dei ladroni. Allora Alì Babà, con le lacrime agli occhi,          si strinse al seno Margiana dicendole: &#8221; Figlia mia, quello che tu          hai fatto per me, nemmeno una figlia lo avrebbe fatto per il proprio padre!          Ora, se tu vuoi completare la mia felicità, ti prego di acconsentire          a diventare la moglie di questo mio figlio maggiore. &#8221; E Margiana          rispose: &#8221; Per la mia testa e per i miei occhi, o padrone, farò          quello che tu vuoi! &#8221; Così l&#8217;indomani stesso davanti al cadì          e ai testimoni furono celebrate le nozze e il figlio di Alì Babà,          al colmo della gioia, entrò da Margiana e gustò le dolcezze          del suo corpo trovandola quale perla non forata e quale giumenta non cavalcata.<br />
E quando furono terminati i festeggiamenti delle nozze, Alì Babà          si recò con il figlio e Margiana nel luogo dove era la grotta dei          ladroni. E dopo che Margiana, osservando attentamente il terreno, si fu          assicurata che nessuno aveva più messo piede da quelle parti, Alì          Babà pronunciò la formula magica e tutti e tre entrarono          nella grotta, dove raccolsero gran quantità di pietre preziose          e oro e monili che Alì Babà diede a Margiana quale dono          di nozze.<br />
Poi tornarono in città lodando la generosità del Signore,          di Colui che distribuisce a ricchi e a poveri. E vissero a lungo felici          e contenti, fino a che non giunse Colei che rende vane le ricchezze, che          spopola i palazzi e popola le tombe. Sia lode ad Allàh che dona          generosamente ai poveri e agli umili.</span></div>
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