Tasse a Dubai..? No, grazie

Gli Emirati Arabi Uniti sono una confederazione di sette Emirati di cui Dubai è il secondo per estensione, con una popolazione di circa 600.000 abitanti. I collegamenti sono assicurati dal “Dubai International Airport” uno dei primi nel Medio Oriente sia per la qualità dei servizi offerti che per il numero di merci e passeggeri che vi transitano. Viene spontaneo, in proposito, far cenno ad un record delle federazione dei sette antichi “Stati della Tregua”: per una popolazione complessiva di poco più di un milione di abitanti, composta per 1’80% da lavoratori stranieri immigrati, vi sono cinque aeroporti internazionali.

Ma torniamo alla pianificazione. Per tentare la conversione da un’economia fondata esclusivamente sull’estrazione del petrolio ad un’economia basata sull’industria e le attività finanziarie le autorità del Paese hanno concesso agevolazioni fiscali ed incentivi economici, creando anche una zona di libero scambio (Trade Free Zone). II regime fiscale è basato sul “Dubai Income Tax Decree” varato nel 1969, secondo il quale tutte le società che svolgono i propri affari attraverso una stabile organizzazione nel Paese devono essere assoggettate ad imposizione nell’Emirato. L’aliquota massima è del 50% del reddito prodotto nel caso in cui l’ammontare dei redditi sia superiore ai 5 milioni di dirhams. In pratica, però, il Decreto non è operante ed un prelievo fiscale di questo ammontare viene effettuato solo limitatamente alle banche ed alle società petrolifere. La “Jebel Ali Free Zone” copre un’area di 100 chilometri quadrati a sud dell’Emirato. In essa sono inclusi il “Dubai Ports Autority terminal”, una zona industriale e la “Trade Free Zone”.

Le società che vi si insediano possono beneficiare di infrastrutture di primissima qualità oltre a poter contare su alcune interessanti agevolazioni fiscali qui di seguito sinteticamente elencate:

a) gli stranieri possono possedere il 100% delle società;

b) non esistono restrizioni valutarie di alcun tipo;

c) possibilità di esenzione totale da ogni forma di imposizione (comprendente i dazi sulle importazioni e sulle esportazioni) per un periodo che può arrivare fino ad un massimo di 15 anni;

d) inoltre, al verificarsi di determinate condizioni l’esenzione è rinnovabile per un periodo di ulteriori 15 anni;

e) anche i permessi di lavoro per il personale straniero sono ottenibili senza la necessità di espletare formalità particolarmente lunghe e complesse.

Le attività che hanno trovato più ampia diffusione sono quelle legate al settore manifatturiero e all’assemblaggio di semilavorati, anche se in questi ultimi anni molte società straniere hanno scelto la “Free Trade Zone” come sede del loro centro di distribuzione per il Medio Oriente. Prima di approfondire quali sono le opportunità di pianificazione fiscale che l’Emirato di Dubai offre agli imprenditori bisogna premettere che gli Emirati Arabi Uniti sono stati inclusi, con il Decreto del Ministero delle Finanze del 24 aprile del 1992, nella “black list” che identifica i cosiddetti “paradisi fiscali”. Pertanto, con esclusione delle società che svolgono attività di esplorazione, estrazione e raffinazione nel settore petrolifero – espressamente escluse dall’ambito di applicazione della normativa “anti paradiso” verranno applicate le note misure restrittive previste dalla legge n.413 del 30 dicembre 1991.

C’è quindi l’impossibilità di dedurre le spese e gli altri componenti negativi derivanti dalle operazioni con questi Paesi. C’è inoltre l’impossibilità di usufruire del “principio di affiliazione”, vale a dire della possibilità di escludere dal reddito imponibile il 60% dei dividendi di fonte estera percepiti dai soggetti IRPEG. D’altra parte, essendo il prelievo fiscale quasi del tutto inesistente, Dubai ha stipulato soltanto due Convenzioni contro le doppie imposizioni: quella con la Francia e quella con l’ UAE.

Numerosi sono comunque i vantaggi che si offrono agli investitori stranieri che decidano di stabilire la sede o una filiale della loro impresa nell’Emirato del Dubai. E’ possibile, ad esempio, stabilire una sede regionale per il Medio Oriente mediante la costituzione di una “branch” in Dubai che svolga compiti di collegamento e rappresentanza.

E’ poi possibile utilizzare una “offshore company” con sede in un “tax haven” (Guernsey, Jersey, Isola di Man, ecc.) come “casa madre” della società di Dubai; due saranno i “percorsi” alternativi consigliabili in questo caso:

a) costituire una “branch” nella JAFTZ (Jebel Ali Free Trade Zone) per la distribuzione di beni e/o di manufatti; in questo caso la “branch” non verrà considerata un’entità separata dalla società straniera;

b) creare una “subsidiry” tenendo conto del fatto che essa viene considerata legalmente distinta dalla società madre.

La scelta tra questo tipo di struttura e il precedente dipende esclusivamente dal tipo di tassazione a cui vengono assoggettati i redditi nel Paese di residenza della “casa madre”. A questo proposito occorre tenere conto che qualora l’azionista possieda una quota del capitale sociale di una società dell’Emirato maggiore del 49% è preferibile la costituzione di una società a responsabilità limitata che permette una maggiore flessibilità nella distribuzione dei profitti e nel controllo amministrativo.

Tuttavia, una s.r.l. può commercializzare e produrre ogni tipo di bene solo dopo aver ottenuto una specifica licenza del “Dubai Municipality”. In tutti i casi fin qui menzionati i redditi sono percepiti senza l’onere di alcuna imposizione fiscale sia a Dubai che nel Paese di residenza della società madre “offshore “.

Nel complesso Dubai si può definire una “Tax Free City” nella quale gli stranieri possono condurre i propri affari usufruendo di un ambiente molto competitivo sia dal punto di vista fiscale che, soprattutto, da quello economico e sociale grazie alle valide infrastrutture ed ai servizi che questo Paese è in grado di offrire.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *