Dubai non vende sogni, vende regole. Una società può nascere in fretta. La differenza la fa il piano. E la valigia non basta.
Dubai nel 2026 continua a fare lo stesso effetto: chi la guarda da lontano pensa subito ai grattacieli, chi ci lavora davvero pensa a una scelta fiscale e a un metodo.

Negli ultimi mesi si sente sempre più spesso una frase, soprattutto tra professionisti e piccoli imprenditori italiani: “Qui l’azienda la apro davvero”. Non per moda. Perché, rispetto all’Italia, Dubai dà regole più stabili, tempi rapidi e un ecosistema costruito per attirare business.
Il punto non è “tasse zero” come slogan. Il punto è un contesto pro impresa. Negli Emirati esistono diverse strade per strutturarsi: Mainland, Free Zone, filiali, licenze professionali e commerciali. Ogni formula porta vantaggi e vincoli diversi, dalla possibilità di lavorare sul mercato locale ai requisiti operativi, fino ai costi di licenza e ai servizi inclusi. La prima scelta, quindi, non è il nome della società: è il tipo di licenza e dove farla vivere.
Aprire una società a Dubai: cosa serve davvero
Chi parte bene di solito fa tre cose, nell’ordine. Prima definisce l’attività in modo chiaro, perché la descrizione incide su licenza, permessi e banca. Poi prepara i documenti base, in genere passaporto, foto, recapiti, e in alcuni casi CV, referenze o prove di attività. Infine mette in conto tempi e costi che variano in base alla zona scelta e ai servizi richiesti: licenza, establishment card, eventuale visto, ufficio fisico o flexi-desk, e pacchetti di compliance.
La parte che molti sottovalutano è la banca. Aprire un conto aziendale può richiedere verifiche accurate, colloqui e documentazione aggiuntiva. Non è un ostacolo insormontabile, ma va pianificato. Chi arriva con un modello di business confuso, o con flussi poco spiegabili, rischia settimane buttate. Qui la parola chiave è trasparenza operativa: che cosa si vende, a chi, con quali entrate, e dove si fattura.
Perché gli italiani la scelgono e quali errori evitare
Il motivo più forte è spesso la somma di tre fattori: burocrazia più snella, fiscalità competitiva, e un mercato internazionale dove incontrare clienti e partner è più semplice. In più, per molte figure professionali esiste una logica “da hub”: Dubai come base per lavorare con Europa, Asia e Africa senza sentirsi isolati. Chi fa consulenza, digitale, servizi B2B, e-commerce o trading legale trova spesso un terreno fertile, se il progetto è serio.
Gli errori classici, invece, si ripetono sempre. Il primo è aprire una società “generica”, sperando di aggiustare dopo. Il secondo è sottovalutare i costi ricorrenti: rinnovi, contabilità, eventuale audit, visti, assicurazioni, affitto. Il terzo è pensare che Dubai funzioni senza sostanza, come se bastasse una licenza per diventare credibili. La realtà è più semplice e più dura: Dubai premia chi porta valore e punisce chi improvvisa.
Un altro tema è la residenza. In molti casi il percorso azienda-visto è collegato, ma ogni situazione ha dettagli diversi: numero di visti disponibili, requisiti minimi, rinnovi, presenza reale. Qui conviene ragionare con freddezza: prima sostenibilità economica, poi lifestyle. Perché la città seduce, ma il conto mensile resta un giudice severo. L’obiettivo deve essere un progetto sostenibile, non una cartolina.
Dubai non è il paradiso automatico. È un posto dove le scelte hanno conseguenze rapide. Per chi ha un lavoro scalabile, clienti internazionali o una competenza spendibile, può diventare una base potente. Per chi cerca scorciatoie, diventa una città cara e indifferente. Alla fine il vero discrimine è uno solo: quanto è solido quello che si porta dentro la valigia.





